Salve P. Angelo.
Sono Dario e le scrivo da Napoli.
Le volevo chiedere: “Siccome per me leggere la Bibbia è nutrire l’anima come il pane nutre il corpo, io sto molto attento e sottolineo ed evidenzio da anni le parti e le citazioni che in un certo modo mi comunicano qualche cosa , sia una correzione ,un ammonimento,un incoraggiamento etc.
Ora, i libri sapienziali a maggior ragione dovrebbero essere presi in grossa considerazione proprio per questo motivo.
Tra questi, c’è ovviamente quello di Giobbe.
Un personaggio che ogni buon cristiano dovrebbe tenere ad esempio secondo me.
Nel libro però compaiono tre e poi un quarto amico che gli portano conforto e cercano di consolarlo mettendo in relazione la sua vita con l’operato di Dio per dare una spiegazione a ciò che gli è successo.
Nei loro tre discorsi, pronunciano delle frasi che sono molto significative , tipo “Nessun uomo è giusto davanti a Dio ” oppure ” Dio non si fida neppure dei suoi angeli e dei suoi santi , ed anche in loro trova difetti (Cap 4 primo discorso di Elifaz)
Di citazioni e frasi che apparentemente trasudano saggezza ce ne sono molte, ma il problema principale sta quando alla fine Dio stesso compare e confuta i 4 amici e dice che per riguardo a Giobbe non li punirà visto che loro hanno detto inesattezze sul suo conto.
Ora: a questo punto un cristiano come deve inquadrare i discorsi degli amici di Giobbe? Dovrebbe prendere quasi tutto il libro di Giobbe e scartarlo o quantomeno non considerarlo come insegnamento appena i tre aprono bocca?
Mi può chiarire per piacere?
O c’è del buon insegnamento anche in loro?
Grazie mille, Dio che le vuol bene la benedica sempre.


Caro Dario,
1. per i nostri visitatori desidero ricordare il dramma di Giobbe, uomo giusto, colpito da una serie di disgrazie, per le quali non sa rendersi conto.
Per gli antichi ebrei era mentalità comune che le disgrazie capitavano solo a chi se le meritava. Il giusto invece era sempre protetto. Ora Giobbe era colpito duramente, ma in coscienza si riconosceva innocente.
Venne da lui un amico, Elifaz, il quale gli disse che certamente doveva aver fatto qualcosa di male perché diversamente Dio non avrebbe permesso che in lui si abbattessero tutte queste sventure.
Elifaz si rifece addirittura ad una visone nella quale gli venne detto che se perfino negli angeli Dio trova difetti, quanto più ne deve trovare nell’uomo (Gb 4,18).

2. Non vi è nessun motivo per negare ad Elifaz la veridicità della visione.
I sentimenti che provò davanti a quel personaggio misterioso (“terrore mi prese e spavento”) sono quelli che accompagnano le rivelazioni che vengono da Dio.
La Bibbia di Gerusalemme parla di “rivelazione celeste… con una nota terrificante accentuata volentieri dal genere apocalittico” (Nota a Gb 4,12).

3. Ecco le parole che Elifaz si sentì dire: “Può l’uomo essere più retto di Dio, o il mortale più puro del suo creatore?
Ecco, dei suoi servi egli non si fida e nei suoi angeli trova difetti,
quanto più in coloro che abitano case di fango, che nella polvere hanno il loro fondamento!” (Gb 4,17-19).
La Bibbia di Gerusalemme commenta: “Se questi esseri così vicini a Dio conservano un’imperfezione radicale, a maggior ragione l’uomo carnale e perituro”.

4. In che senso Dio trova difetti negli angeli?
Il riferimento è alla loro condizione originaria, quando alcuni di essi si ribellarono. Se pertanto gli angeli non furono stabili, quanto più non lo sarà l’uomo?
Ma le parole che Elifaz sente sono dette al presente e pertanto valgono anche per gli angeli santi.
E questo è vero perché la loro confermazione in grazia è frutto di una speciale grazia di Dio.
Per questo la Bibbia di Gerusalemme parla di “imperfezione radicale”.
Di fatto però negli angeli santi non si trova attualmente alcun difetto.
Sicché le parole di Elifaz sentite nella visione sono esatte.
Ma non è esatta la trasposizione immediata tra presenza del male e colpa personale. Giobbe e i suoi figli non sono stati colpiti perché avevano fatto del male.

6. A dire il vero sull’origine del male anche Giobbe la pensava come tutti gli ebrei del tempo e dunque anche come Elifaz.
Ma proprio per questo non comprende. Su di lui si erano abbattute immense sventure. Eppure si riconosceva innocente.
Supplicava i suoi amici a dirgli: “Istruitemi e allora io tacerò, fatemi capire in che cosa ho sbagliato” (Gb 6,24).
Ma ancora, quasi disperato, li supplicava a riconoscere la sua innocenza: “Ma ora degnatevi di volgervi verso di me: davanti a voi non mentirò. Su, ricredetevi: non siate ingiusti! Ricredetevi: io sono nel giusto!” (Gb 6,28-29).
Anche i sommi sacerdoti che hanno fatto condannare a morte Gesù pensavano così: se fosse stato giusto, Cristo non sarebbe finito in croce. Dio lo avrebbe salvato.

7. Ciò che nell’Antico Testamento si stenta a comprendere è che è sbagliato pensare che ogni male fisico sia la punizione di un peccato anteriore.
Gesù invece nel suo insegnamento dirà che questo non è vero.
Dice infatti: “Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.
O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo” (Lc 14,2-5).
E alla domanda sul cieco nato se fosse così per colpa sua o dei genitori disse: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio” (Gv 9,2-3).

8. Certo, dinanzi alla sofferenza, soprattutto dei bambini e degli innocenti, ci si domanda il perché.
Qualche risposta la si trova solo nel Cristo, l’innocente e il giusto che è stato crocifisso: “Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (Is 53,4-5).
“È stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i colpevoli” (Is 53,12).
Solo in una prospettiva di fede proiettata verso vita trascendente si riesce a comprendere qualcosa della portata salvifica del dolore.
E non soltanto per colui che lo subisce ma anche per tantissimi altri, soprattutto peccatori.

9. Penso alle ultimissime parole di santa Teresina del Bambin Gesù proferite proprio nel giorno della sua morte, avvenuta all’età di 24 anni il 30 settembre 1897: “Non avrei mai creduto possibile soffrire tanto! Mai! Mai! Non posso spiegarmelo se non con i desideri ardenti che ho avuto, di salvare le anime”.
E penso anche a quanto dice il Concilio Vaticano II: “Per Cristo e in Cristo riceve luce quell’enigma del dolore e della morte, che al di fuori del suo vangelo ci opprime” (Gaudium et spes, 32).

Grazie, per avermi attirato su questo punto che per tanti continua a costituire un blocco insolvibile.
Ti auguro ogni bene, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo