Quesito

Caro padre Angelo,
la ringrazio per le sue risposte. Ho un altro quesito che vorrei chiarire con lei.
Secondo la dottrina cattolica, il peccato mortale è tale se vi sono le condizioni di 1) materia grave, 2) deliberato consenso, 3) piena avvertenza.
Il culto fatto a divinità pagane è stato sempre associato al peccato di idolatria, dunque un peccato mortale contro il primo comandamento. Mi chiedo, tuttavia, se agli occhi di Dio tale peccato è considerato mortale, dal momento che non esiste la piena avvertenza? In altre parole, chi non sa che un determinato peccato grave è tale, e lo compie in buona fede, può salvarsi?
Se sì, allora perché il Signore ha voluto diffondere il vangelo nel mondo e far battezzare tutti gli uomini? Se i pagani adorando i loro idoli non commettono peccato mortale (perché non c’è piena avvertenza del peccato) che motivo c’è di aprire loro gli occhi?

Chiedo scusa se non sono stato chiaro nella domanda, 
attendo una sua risposta,
Gaetano


Risposta del sacerdote

Caro Gaetano,
1. il tuo ragionamento sembrerebbe non fare una grinza.
A questo punto però Gesù avrebbe fatto meglio a non incarnarsi e ad affrontare passione e morte, tanto tutti, o quasi, si sarebbero salvati.
Ma non è così.

2. È vero quanto tu hai detto a proposito del peccato mortale e dei requisiti necessari per compierlo.
Tuttavia San Paolo ricorda che servire agli idoli è la stessa cosa che servire ai demoni: “Che cosa dunque intendo dire? Che la carne sacrificata agli idoli vale qualcosa? O che un idolo vale qualcosa? No, ma dico che quei sacrifici sono offerti ai demòni e non a Dio. Ora, io non voglio che voi entriate in comunione con i demòni” (1 Cor 10,19-20).

3. Ora puoi immaginare quale devastazione compia il diavolo nelle persone che anche inconsapevolmente si aprono a lui e ne rimangono schiavi.
Il Signore chiama ladro il demonio. Dice infatti: “Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10).
San Tommaso commenta: “Il ladro, per prima cosa «non viene se non per rubare», ossia per usurpare ciò che non è suo; come dice il Salmista, 10,8s.: «Sta in agguato per carpire l’innocente»).
In secondo luogo il ladro viene «per uccidere», ossia per assassinare, introducendo perverse dottrine e cattivi costumi.
In terzo luogo viene per «distruggere e perdere» spingendo alla perdizione eterna (secondo l’accenno di Geremia 50, 6: «Il mio popolo è diventato un gregge smarrito»)”.

4. Gesù ha detto anche: “In verità, in verità io vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato” (Gv 8,34).
Chi è schiavo è dipendente, è come legato, impedito.
Chi compie il peccato è impedito di elevarsi in alto, di conoscere, amare e possedere Dio nel proprio cuore.
Chi è imprigionato nel peccato come può saziarsi dell’abbondanza della sua casa e dissetarsi al torrente delle sue delizie (Sal 36,9)?

5. Va ricordato pure che se uno non è consapevole di commettere peccato, il peccato comunque rimane in se stesso un male e fa male a chi lo compie.
Scrive Giovanni Paolo II in Reconciliatio et paenitentia: “Atto della persona, il peccato ha le sue prime e più importanti conseguenze sul peccatore stesso: cioè nella relazione di questi con Dio, che è il fondamento stesso della vita umana; nel suo spirito, indebolendone la volontà ed oscurandone l’intelligenza” (RP 16), e così, offendendo gravemente Dio, “finisce col rivolgersi contro l’uomo stesso, con un’oscura e potente forza di distruzione” (RP 17).
Come ho detto più volte, anche se non si avesse l’avvertenza che una determinata bevanda sia nociva, se la si beve nuoce ugualmente!
Dice la Scrittura;“Chi pecca, danneggia se stesso” (Sir 19,4).
E Giovanni Paolo II: il peccato è un atto suicida (RP 15).
E Sant’Agostino: “il peccato è una maledizione” (Contra Faustum, 14,4), vale a dire che è un certo maleficio che uno fa a se stesso.

6. L’uomo non può fare a meno di Cristo per salvarsi.
Solo in lui ritrova la piena verità su se stesso (Gaudium et spes 22).
Solo Cristo è via, verità e vita.
Gesù ha detto: “Io sono la luce del mondo. Chi viene dietro a me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12).
Allora come può salvarsi l’uomo privo della luce di Cristo e dell’aiuto della grazia?
Chi non è cristiano è privo della conoscenza di Cristo, nel quale “sono nascosti tutti i tesori di sapienza e di scienza” (Col 2,3), è privo dei sacramenti della Chiesa.
È privo del sacramento della Riconciliazione, che perdona i peccati, purifica e rinnova.
È privo soprattutto dell’Eucaristia, di poter stare alla stessa mensa del Signore e acquisire in qualche modo i poteri stessi di Colui che ha invitato. Per gli antichi re orientali, invitare a pranzo era la stessa cosa che elevare una persona al proprio rango. E così il Signore ha voluto fare con noi.
Ci nutre con quell’eucaristia di cui era prefigurazione la manna dell’Antico Testamento. E se la manna era quell’alimento che manifestava la dolcezza di Dio verso i figli perché “si adattava al gusto di chi ne mangiava, si trasformava in ciò che ognuno desiderava” (Sap 16,21) che cosa non si deve dire dell’Eucaristia?
Perché dunque lasciare una moltitudine immersa nella miseria dell’ignoranza e del peccato e privarla di quella vita che Gesù è venuto a portare in abbondanza? (Gv 10,10).

7. Di qui, come si vede, l’urgenza di portare il Vangelo di Cristo a tutti gli uomini.
È la più alta forma di carità che possiamo aver per tutti.
Anche per te, che ci hai scritto.

Ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo