Qual è la condizione che un atto deve soddisfare perché possa dirsi oggettivamente che è un atto di amore?

////Qual è la condizione che un atto deve soddisfare perché possa dirsi oggettivamente che è un atto di amore?

Qual è la condizione che un atto deve soddisfare perché possa dirsi oggettivamente che è un atto di amore?

Quesito

Buongiorno padre Angelo,
torno a scriverle dopo aver dato fondo alla ricerca nel sito. Cercavo risposte in tema di morale e etica e ne ho trovate tante come sempre illuminanti e edificanti, di enorme aiuto.
Ho un piccolo tarlo che non riesco a eliminare: dato che a causa dell’ignoranza morale (di cui tutti, chi più chi meno, siamo affetti per via del nostro passato) ciascuno può vivere il bene/male in modo soggettivo, come si può dimostrare oggettivamente che un atto compiuto è stato un atto di bene piuttosto che no?
Provo a spiegarmi: a causa delle ferite dell’anima che un pò tutti abbiamo può perfino accadere (usando una immagine) che qualcuno percepisca una carezza ricevuta come invece fosse uno schiaffo e quindi si lamenti di non aver ricevuto un atto di amore, quando in realtà lo ha ricevuto, solo lo ha vissuto e sentito in modo distorto.
Quindi il “sentito” dell’altro non può essere un criterio valido per dimostrare l’amore/non amore di un mio atto. Il “non mi fai stare bene” espresso dall’altro (sebbene vada tenuto in debita considerazione) non può essere la cartina di tornasole certa dell’amore che io ho messo nel mio agire verso l’altro. L’altro potrebbe non sentirsi amato solo perchè non viene accontentato in pretese irragionevoli che però ritiene invece sinonimo di amore e di servizio.
E quindi mi chiedo: Qual è la condizione che un atto deve soddisfare perchè possa dirsi oggettivamente che è un atto di amore, giusto e buono, al di là di come esso verrà sentito/vissuto dall’altro?
Qual è il criterio oggettivo attraverso il quale poter affermare: il mio comportamento verso di te è stato un comportamento d’amore / non lo è stato?
La ringrazio molto per tutto quello che fa attraverso questo sito
Egidio


Risposta del sacerdote

Caro Egidio,
1. un atto di amore è buono e giusto non solo in sé ma anche per chi lo riceve quando vengono rispettate tutte le singole circostanze morali.

2. Gli atti umani hanno delle circostanze che li distinguono.
Il termine circostanze, come evidenzia S. Tommaso sulla scia di Aristotele, indica in senso locale le cose che stanno attorno.
E così il termine circostanza è passato al campo degli atti umani dalle cose esistenti nello spazio.
Ebbene, parlando di un corpo localizzato si chiamano circostanze quelle realtà che, pur essendo estrinseche, gli sono localmente vicine.
Perciò tutte quegli elementi che sono fuori dell’essenza dell’atto e che tuttavia riguardano in qualche modo l’atto umano, sono chiamati circostanze (s. tommaso, Somma teologica, I-II, 7, ad 3).

3. Secondo una catalogazione antichissima, che risale a Cicerone (Retorica, 1), le circostanze morali sono sette.
Eccole in latino: quis, quid, ubi, quibus auxiliis, cur, quomodo, quando.
chi (quis): è il soggetto dell’azione.
che cosa (quid): che cosa si fa. Ad esempio si tratta di aiutarlo in un  pericolo, in un  incidente oppure di altra cosa.
dove (ubi): indica il luogo, se sia pubblico, privato, sacro…
con quali mezzi (quibus auxiliis): si allude ai mezzi coi quali si compie l’azione, se leciti o meno. Ad esempio si soccorre il prossimo con beni di proprietà altrui.
perché (cur): si riferisce alla motivazione per cui uno compie una determinata azione. È l’intenzione dell’agente.
come (quomodo): si riferisce al modo in cui si è compiuta un’azione: se istintivamente, impetuosamente o per calcolo;
quando (quando): indica la circostanza di tempo (ad es. per i giorni di penitenza, di festa,…) o anche la durata.

4. Molte delle nostre azioni in astratto sono moralmente indifferenti (come ad esempio il camminare, l’aprire una finestra…).
Nessuna azione, invece, in concreto è indifferente.
Se non altro viene specificata come buona o cattiva dalle circostanze.
San Tommaso dice che “nessuna azione di un individo è indifferente” (Somma teologica, I-II, 18,9, sed contra).

5. Può succedere allora che un’azione di per sé oggettivamente indifferente (come lo sport) riceva dalle circostanze una qualifica morale a seconda che sia praticato in maniera ragionevole o sconsiderata, oppure che un’azione buona quanto all’oggetto possa diventare cattiva in base alle circostanze, come quando per darsi a speciali pratiche religiose si trascura il proprio dovere.
Talvolta capita che un’azione buona quanto al suo oggetto possa ricevere un’ulteriore bontà perché la si compie per un obiettivo più alto.

6. Non tutte le circostanze influiscono sulla moralità degli atti nel medesimo modo.
Alcune di esse non mutano la specie dell’atto.
Altre che influiscono solo lievemente.

7. In ogni caso va tenuto presente che le azioni umane devono essere rette non solo in ordine al loro obiettivo intrinseco e all’intenzione, ma anche in ordine alle circostanze.
È sufficiente che una sola di esse sia difettosa per rendere meno buona, o addirittura cattiva, un’azione.
Di qui il detto degli antichi: “Bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu” (dionigi, De divinis nominibus, 4,22).
Che significa: perché un’azione sia buona deve essere buona in tutti i suoi elementi (circostanze).
Perché sia cattiva basta che uno solo di questi elementi non sia al suo posto.

Con questi criteri generali puoi valutare anche il caso singolo che mi hai presentato.

Ti auguro ogni bene, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo