Quesito

Gentile padre Angelo,
Perché esistono gli edifici sacri, le chiese, se Gesù ha detto che Dio è spirito e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità?
Se l’incontro con Dio avviene nell’anima perché le chiese vengono chiamati luoghi sacri?
La ringrazio anticipatamente.


Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. Nostro Signore parlando con la samaritana secondo la quale il culto gradito a Dio era quello che si doveva fare sul loro monte (il Garizim) a differenza degli ebrei i quali asserivano che culto gradito a Dio si doveva fare a Gerusalemme e più precisamente ancora nel loro tempio, dice: “Viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità»” (Gv 4,23-24).

2. Il culto che il Padre gradisce è quello che gli si dà dall’interno del nostro cuore con atti pieni di carità, stimolati dallo Spirito Santo.
È un culto che non consiste più in riti e sacrifici prefigurativi del culto vero, ma nel culto di Gesù Cristo, che – come si esprime la liturgia della Chiesa – è altare, agnello (vittima), e sacerdote.
Il culto che Gesù vuole è soprattutto quel culto spirituale cui parla San Paolo quando dice: “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a  offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12,1).

3. Con questo però non abolisce il culto esterno.
Ne troviamo un segno nel fatto che Gesù per primo va al tempio per le feste, sebbene perfettamente consapevole di essere lui il vero tempio, di cui quello materiale era prefigurativo.
Anche gli apostoli continuano ad andare nel tempio a pregare (cfr. Pietro e Giovanni che vanno a pregare all’ora nona e guariscono lo storpio) e anche per insegnare come si legge esplicitamente negli Atti degli Apostoli 5,21.

4. Tuttavia i fedeli, consapevoli che Cristo ci salva l’interno di una comunità, si riuniscono nelle case e lì sono assidui nell’ascolto dell’insegnamento degli apostoli, nella preghiera, nella frazione del pane e nella unione fraterna (cfr. At 2.42).
Evidentemente sceglievano le case più ampie perché potevano contenere un maggior numero di persone.
Sicché ben presto si sentì l’esigenza di edificare case adatte al culto capaci di radunare persone che vi accorrevano dalle città e dalle campagne, come riferisce San Giustino (metà del II secolo). Erano chiamate domus ecclesiae, la casa della chiesa, la casa dove si riuniva l’assemblea (in greco: ecclesìa, la comunità.
Ben presto, per metonimia (figura retorica che designa il contenente per il contenuto, come ad esempio quando si dice che si è bevuta una bottiglia) la domus ecclesiae (la casa della Chiesa) venne chiamata semplicemente Chiesa.

5. Come il tempio di Gerusalemme fu dedicato a Dio da parte di Salomone, come per dire che quel luogo veniva sottratto all’uso profano e dedicato esclusivamente al culto di Dio, così si sentì l’esigenza di consacrare anche le chiese, luoghi sacri perché sottratti all’uso profano e destinati unicamente al culto di Dio.
Come nell’Antico Testamento vi erano luoghi sacri, vesti sacre, oggetti sacri, tempi sacri e persone sacre o consacrate così anche nell’era cristiana, pur convinti che “del Signore è la terra e quanto contiene, l’universo e i suoi abitanti” (Sal 24,1) si continuò a consacrare in maniera speciale alcune realtà o persone perché fossero esclusivamente a servizio del culto di Dio.

6. Salomone invocò su quel tempio lo sguardo e l’attenzione di Dio: “Siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa, verso il luogo di cui hai detto: «Lì porrò il mio nome!». Ascolta la preghiera che il tuo servo innalza in questo luogo” (1 Re 8,29). “Siano aperti i tuoi occhi alla preghiera del tuo servo e del tuo popolo Israele e ascoltali in tutto quello che ti chiedono” (1 Re 8,52).
Allora “il Signore apparve per la seconda volta a Salomone, come gli era apparso a Gàbaon. Il Signore gli disse: «Ho ascoltato la tua preghiera e la tua supplica che mi hai rivolto; ho consacrato questa casa, che tu hai costruito per porre in essa il mio nome per sempre. I miei occhi e il mio cuore saranno là tutti i giorni” (1 Re 9,2-3).
Il Signore garantisce non soltanto il suo sguardo (“I miei occhi”), ma la sua presenza, il suo cuore.
Per questo la Chiesa nell’inno delle lodi nella festa della dedicazione prega dicendo: “Hoc in templo, Summe Deus, exoratus adveni, et clementi bonitate precum vota sùscipe; largam benedictionem hic infunde iugiter” (In questo tempio, o sommo Dio, implorato vieni, e accogli con bontà clemente i desideri espressi nelle preghiere; qui infondi incessantemente la tua larga benedizione).

7. L’edificio della chiesa nello stesso tempo è simbolo della vera Chiesa costruita da pietre vive tra di loro ben compatte dove Gesù Cristo continua a esercitare il suo triplice munus profetico, sacerdotale e regale, insegnando con la predicazione, santificando soprattutto nella celebrazione dei sacramenti e guidando il suo gregge verso la patria eterna.
Ed è simbolo anche di quel tempio vivo dello Spirito Santo, qual è e quale deve essere ogni battezzato, nel cui interno proprio come in un tempio risuona la parola di Dio di cui si nutre, si santifica con la celebrazione dei sacramenti e trasformando la propria vita in sacrificio spirituale gradito a Dio, e all’esterno rende testimonianza a Cristo con la propria vita.
Ogni battezzato, diventato tempio dello Spirito Santo, può ripetere per se stesso la bella invocazione della Chiesa: “Hoc in templo, Summe Deus, exoratus adveni, et clementi bonitate precum vota sùscipe; largam benedictionem hic infunde iugiter” (In questo tempio, o sommo Dio, implorato vieni, e accogli con bontà clemente i desideri espressi nelle preghiere; qui infondi incessantemente la tua larga benedizione).

8. Molto più l’edificio sacro è simbolo anche di quei battezzati, che già consacrati a Dio per mezzo del battesimo, lo sono ad un titolo nuovo a motivo della consacrazione religiosa e dell’ordine sacro perché totalmente dedicati a Dio nei pensieri, nelle parole e nelle opere secondo il carisma della propria istituzione religiosa e secondo il grado del proprio ministero.
Con l’augurio che anche tu possa ripetere spesso le belle espressioni della Chiesa “Hoc in templo, Summe Deus, exoratus adveni,…” e come risposta riceva sempre la sua larga benedizione, anch’io ti benedico e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo

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