Buongiorno Padre.
Vorrei sottoporle il seguente quesito:
Come sono compatibili tra loro una legittima ricerca di autostima con la morale cattolica?
Il senso di “efficacia”, cioè la fiducia nelle proprie capacità di risolvere problemi ed affrontare situazioni imprevedibili è uno degli aspetti alla base della propria autostima. L’idea di efficacia cresce se, di fronte ad un successo ottenuto, ho la capacità di attribuirlo a cause interne, cioè a me stesso, al mio operato. Ma di fronte ad una morale che mi insegna ad essere umile, a ringraziare Dio del successo ottenuto e a prendere piena consapevolezza della mia nullità di fronte a Lui, di certo non può crescere la mia autostima. Sul fronte opposto, in caso di insuccesso, la Dottrina mi dice che Dio ne è completamente “al di fuori”, perché Lui non vuole il nostro male. Quindi la causa dell’insuccesso è interna. In sostanza la colpa è mia. Anche questo non aiuta nel tentativo di accrescere la propria autostima.
L’autostima è inoltre legata ad una valutazione riflessiva di ciò che altri pensano di noi. Questo porta inevitabilmente alla necessità di porre noi stessi al centro delle nostre attenzioni e, in definitiva, di vivere cercando di essere, ciascuno, unico dio di se stesso. Esattamente il contrario di ciò che dovrebbe fare il buon cristiano. Il vedersi “un inutile servo di Dio”, per citare un’espressione della Bibbia molto diretta, va proprio nella direzione opposta rispetto al percorso che dovremmo fare.
Osserviamo infine che, spesso, conseguire un successo presuppone una sorta di competizione con gli altri. Significa riuscire a primeggiare quando non, addirittura, ad imporsi e sconfiggere un’altra persona. Il fatto di ottenere, nell’altro punto, che le persone che ci stanno accanto abbiano un’alta “valutazione” di noi, ci pone, inevitabilmente, nella condizione di sentirci superiori a loro. Non mi pare vada molto d’accordo con l’insegnamento “ama il prossimo tuo come te stesso”….
La ringrazio molto
Buona giornata
Paolo


Caro Paolo,
1. oggi si parla molto di autostima e giustamente fai notare come tutto questo non sia tanto conciliabile con gli insegnamenti evangelici che spingono verso l’umiltà e a considerarci servi inutili.
Ma non è così.

2. Nell’autostima è necessario distinguere ciò che vi è di giusto e ciò che vi è di sbagliato.

3. Se per autostima indichiamo la necessità di riconoscere i talenti che il Signore ci ha dato e che siamo tenuti a trafficare rimaniamo perfettamente nella logica evangelica.
Sappiamo che Dio ci chiederà conto di quello che non abbiamo voluto fare.
La parabola dei talenti lo dimostra ampiamente (Mt 25,14-30).

4. Essere umili non significa misconoscere i doni o i talenti che Dio ci ha dato. Questa sarebbe falsa umiltà.
San Paolo è consapevole dei doni ricevuti.
Dice ad esempio: “Tuttavia, in quello in cui qualcuno osa vantarsi – lo dico da stolto – oso vantarmi anch’io. Sono Ebrei? Anch’io! Sono Israeliti? Anch’io! Sono stirpe di Abramo? Anch’io! Sono ministri di Cristo? Sto per dire una pazzia, io lo sono più di loro: molto di più nelle fatiche, molto di più nelle prigionie, infinitamente di più nelle percosse, spesso in pericolo di morte” (2 Cor 11, 21-23). –
Tuttavia sa che tutto questo non viene da lui, ma da Dio.
E per questo dice: “Che cosa possiedi che tu non l’abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevuto?” (1 Cor 4,7) e “Perciò chi si vanta, si vanti nel Signore” (2 Cor 10,17).

5. Nella consapevolezza delle risorse che il Signore ci ha dato giova ricordare che il cristiano non confida solo nelle capacità naturali (anch’esse dono di Dio) ma anche in quelle di ordine soprannaturale per cui mai si abbatte e può dire con San Paolo: “Tutto io posso in colui che mi dà la forza” (Fil 4,13).
Potrei dire che non c’è niente come nel Vangelo che possa ingrandire l’autentica autostima.

6. La competizione nel commercio, nei concorsi, nelle gare non è contraria all’umiltà cristiana.
Sarebbe contraria solo se volesse godere dell’umiliazione del prossimo.
Ma se si tratta di mettere a servizio del prossimo le migliori qualità perché non lo si dovrebbe fare?
Perché anche in una partita di calcio non si dovrebbero fruttificare le proprie capacità a gloria di Dio e godimento degli spettatori?
Sarebbe una mancanza di carità il non farlo.

7. Tutto questo non contrasta con il ritenersi servi inutili perché tutto quello che abbiamo non l’abbiamo da noi stessi, ma da Dio.
Non sarebbe stolto un raggio di luce se si pavoneggiasse per la propria bellezza dicendo: ho fatto tutto da me stesso?

8. Tutti i ragionamenti che tu hai scritto sono ragionamenti umani che hanno dei limiti evidentissimi e che infine possono essere deprimenti per chi rimane indietro.
L’obiettivo di una competizione non è l’umiliazione o la sconfitta degli altri ma la vittoria di ciò che è meglio e più bello.
I vinti stessi lo riconoscono dicendo “onore al merito”.
Lo dicono anche per perfezionare se stessi.

9. L’umiltà non contrasta con il compimento delle opere grandi.
Tutti i grandi Santi fondatori, soprattutto i Santi operatori nella carità, hanno fatto opere grandi e che durano tuttora.
Eppure sono stati umilissimi a somiglianza, dell’Onnipotente, di Colui che ha creato il cielo e la terra e ha detto: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime” (Mt 11,29).

Ti ringrazio per il quesito, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo