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Quesito

Salve Padre Angelo,
le scrivo questa email affinché lei possa aiutarmi a comprendere bene
i due passi del NT riguardo la fede di un credente.
Inizio con la lettera di Giacomo cap. 2 vers. 14 dove dice che la fede non può salvare se non ci sono le opere, e, confrontando questo passo con quello di Romani 4,4-5 si può, in un primo momento, intendere che qualcuno, anche se non compie un lavoro (credo che lavoro sia inteso come opera), ma crede in Colui che giustifica il peccatore, la sua fede basti per essergli accreditata come giustizia, e quindi essere considerato giusto da Dio.
So che forse superficialmente il significato dei versi appena citati potrebbe essere inteso come è scritto ma d’altra parte qualcosa mi dice non è proprio così e per questo le chiedo un approfondimento e spiegazione.
Quanto sopra poi, leggendo sempre nella Lettera di Giacomo v. 2,17 riporta v.17 “anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa”: confrontandolo con Rm 4,5 “a chi invece non lavora, ma crede in Colui che giustifica l’empio, la sua fede gli viene accreditata come giustizia” cosa vuol dire? C’è una relazione tra i due versi?
Ultima cosa: il verso Gc 2,18 nella traduzione CEI 2008 “Al contrario uno potrebbe dire: «Tu hai la fede e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede»” è un po’ difficile da capire, almeno per quanto mi riguarda, anche perché se confrontato con le altre due traduzioni (CEI 1974 e TILC) presenta alcune differenze sintattiche (non a livello semantico).
Ad esempio nella traduzione TILC viene utilizzato un linguaggio più semplice “Ma allora mostrami come può esistere la tua fede senza le opere!
Ebbene, io ti posso mostrare la mia fede per mezzo delle mie opere, cioè con i fatti!”.
Da qui la differenza al modo in cui si è salvati tra Cattolicesimo e Protestantesimo in cui quest’ultimi sostengono che la giustificazione avvenga per grazia soltanto, mediante la fede soltanto e a causa di Cristo soltanto e non anche per le “opere meritorie” nelle quali cattolici insegnano che, per essere salvato, il cristiano deve confidare, oltre la fede?
La ringrazio in anticipo in una sua risposta e confido nel fatto che saprà, anche con ulteriori approfondimenti da parte sua, venirmi incontro.
Pace e bene.


Risposta del sacerdote

Carissimo, 
1. quando San Paolo dice che ci si salva solo per la fede se la prende con i farisei, dai quali proveniva, i quali pensavano di essere graditi a Dio semplicemente per le opere esteriori della legge, come la circoncisione, l’andare a Gerusalemme in occasione della Pasqua, osservare i riti purificatori qualora si fossero toccati oggetti che si ritenevano impuri.
Proprio in ordine a questo Gesù dice: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 5,20).

2. San Tommaso commenta: “(Primo) la giustizia degli scribi e farisei era apparente, cioè sembrava ciò che non era. Più grande di quella degli scribi e dei farisei, poiché la loro giustizia era nella presunzione del loro comportamento e nel giudizio su altri, come appare chiaro da Lc 18,12: “digiuno due volte alla settimana”. 
Secondo, poiché era nell’ostentazione dell’opera, non nella rettitudine dell’intenzione.
Terzo, poiché era nell’abluzione e nella mondezza esteriore, non nell’opera.
Quarto, nell’afflizione del corpo con digiuni e non nell’osservanza dei comandamenti.
Quinto poiché era nelle osservanze minori, trascurando quelle più importanti della legge; per cui dunque è come se dicesse: non solo se adempirete le cose minime, come fanno i farisei, ma anche quelle che aggiungo per la perfezione entrerete nel regno dei cieli, cioè nella Chiesa trionfante”.

3. Ora nessuna opera esteriore è sufficiente per la remissione dei peccati.
Solo il sangue di Cristo ha il potere di espiare.
Nessuna di quelle opere è di per sé santificante.
Solo la grazia di Dio, che porta la vita soprannaturale del Signore nel cuore dell’uomo, è santificante.

4. Queste premesse sono necessarie per comprendere il significato del versetto tratto dalla lettera ai Romani: “A chi lavora, il salario non viene calcolato come dono, ma come debito; a chi invece non lavora, ma crede in Colui che giustifica l’empio, la sua fede gli viene accreditata come giustizia” (Rm 4,4-5).

5. Commenta Marco Sales: “Come esempio tolto dalla vita quotidiana San Paolo conferma che Abramo non ha di che gloriarsi davanti a Dio. Un operaio (a chi lavora) ha uno stretto diritto al suo salario, e quando questo gli viene dato, non gli si fa una grazia (non viene calcolato come dono), ma si scioglie un debito, a cui non si può venir meno senza ingiustizia. L’operaio perciò ha di che vantarsi presso colui che lo deve pagare.
Invece se a chi non lavora, ma tuttavia crede come Abramo in colui che giustifica il peccatore, cioè in Dio, la fede è imputata a giustizia e, allora non si scioglie un debito ma gli si fa un dono, un beneficio gratuito, di cui egli non alcuna ragione di vantarsi davanti a Dio)”.
Chi non lavora è colui che ha nulla da vantarsi delle opere della legge (circoncisione, digiuni, abluzioni…) e si riconosce peccatore. In compenso si appella per la sua salvezza al sacrificio che Cristo ha compiuto sulla croce in remissione dei peccati e si apre alla sua azione salvifica.
Aprirsi alla sua azione salvifica comporta l’osservanza dei comandamenti (“chi mi ama, osserva i miei comandamenti” Gv 14,21) e soprattutto l’esercizio della carità, senza della quale nulla giova per la vita eterna (cfr. 1 Corinzi 13,1ss).
Pertanto qui il “non lavorare” è sinonimo di un lavoro intenso, del lavoro vero che esprime l’amore con i fatti e non semplicemente con i sospiri.
Ecco come si congiungono i due versetti di Gc 2,17 e di Rm 4,5.

6. Non si tratta dunque di una fede qualunque come quella che possono avere anche i demoni (cfr. Gc 2,19), ma di una fede operante secondo l’insegnamento chiarissimo di Nostro Signore: “Non chiunque mi dice: «Signore, Signore», entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: «Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?». Ma allora io dichiarerò loro: «Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!»” (Mt 7,21-23).

7. In riferimento al versetto di Gc 2,18 va riconosciuto che la traduzione TILC (interconfessionale) è più comprensibile.
Marco Sales commenta: “Ebbene mostrami la tua fede senza le opere, ossia provami senza ricorrere alle opere che tu hai la vera fede: al contrario io con le mie opere, che sono frutto della fede, posso dimostrarti che in me vi è la fede. 
La fede è un dono interiore e spirituale e non può vedersi esternamente se non per mezzo delle opere.
Non solo quindi senza le opere la fede è morta, ma non si può neppure dimostrare che essa esista”.
È la più bella risposta ai protestanti, anche senza far riferimento alla lettera di Giacomo, che hanno stralciato dalla Bibbia perché palesemente contraria alla loro dottrina.

Con l’augurio di rendere sempre di più visibile la tua fede attraverso molte opere sante, ti benedico e ti ricordo volentieri nella preghiera.
Padre Angelo