Quesito

Caro Padre Angelo,
sono la mamma di un bambino che si sta preparando alla prima confessione. Durante un incontro con noi genitori il Parroco ha riferito quella che secondo me è una cosa non vera, e cioè che non c’è più la distinzione tra peccati veniali e mortali perché Dio non "ragiona" utilizzando  parametri e che questa distinzione è stata spazzata via con il Concilio. Inoltre, ha detto che Dio perdona sempre, anche in altri modi, come durante l’atto penitenziale tutti i peccati. A me è andato il "sangue alla testa", ma sono stata in silenzio per rispetto al sacerdote e perché non volevo mortificarlo. Ma mio marito, che è più coraggioso, gli è andato a parlare a quattrocchi mettendolo in difficoltà e portando il riferimento certo del Catechismo della Chiesa Cattolica. Ora, io mi chiedo: è giusto, secondo lei riferire ciò al Vescovo? Mio marito vorrebbe scrivere una lettera. Oltretutto questo sacerdote dovrebbe a causa dell’età presto essere sostituito. Le chiedo una preghiera speciale affinché il Signore ci faccia la grazia di mandarne uno più preparato in Parrocchia.

Le devo fare ancora una domanda: non ho saputo rispondere a una persona che mi diceva "ma che bisogno c’è di recarsi in tanti luoghi (Santuari, opere di alcuni Santi tipo Collevalenza ecc.) per ottenere la grazie. Se il Signore vuole farmi il miracolo lo può fare anche adesso, qui." Sono rimasta spiazzata.

La saluto e la ringrazio in anticipo!
T.


Risposta del sacerdote

Carissima,
1. le affermazioni che avrebbe fatto il vostro parroco sono enormi.
Penso che un bambino della prima Comunione saprebbe opporgli resistenza: una bugia detta alla mamma è la stessa cosa che ammazzare una persona o sterminare un’intera famiglia?
Un piccolo furto sarebbe la stessa cosa che buttare una bomba per distruggere persone e cose?
Non riesco a capire come ci si possa ridurre a pensare così.
Ma non riesco a capacitarmi soprattutto di un’altra cosa: come possa un sacerdote ridotto in queste condizioni mentali a insegnare ai fedeli le vie della salvezza.

2. Tra le prime nozioni morali che un sacerdote deve insegnare ai fedeli vi deve essere ciò che conduce alla salvezza, ciò che porta alla perdizione, ciò che ha bisogno di essere purificato.
I genitori stessi, che sono i primi maestri per i loro figli, insegnano loro a distinguere il bene dal male, a valutare le aziono buone o cattive per quello che sono.

3. Ma vediamo che cosa dicono in proposito la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa.
Giovanni Paolo II, nell’esortazione postsinodale “Reconciliatio et paenitentia”, pubblicata in seguito al sinodo sulla confessione nel 1984 dice:
“Già nell’Antico Testamento, per non pochi peccati – quelli commessi con deliberazione (Num 15,30), le varie forme di impudicizia (Lv 18,26-30), di idolatria (Lv 19,4), di culto di falsi dei (Lv 20,1-7) – si dichiarava che il reo doveva essere eliminato dal suo popolo, ciò che poteva anche significare condannato a morte (Es 21,17). Ad essi si contrapponevano altri peccati, soprattutto quelli commessi per ignoranza, che venivano perdonati mediante un sacrificio (Lv 4,2 ss; 5,1 ss; Num 15,22-29).
Anche in riferimento a quei testi la Chiesa, da secoli, costantemente parla di peccato mortale e di peccato veniale.
Ma questa distinzione e questi termini ricevono luce soprattutto dal Nuovo Testamento, nel quale si trovano molti testi che enumerano e riprovano con forti espressioni i peccati particolarmente meritevoli di condanna (Mt 5,28; 6,23; 12,31 ss; 15,19; Mc 3,28-30; Rm 1, 29-31; 13,13; Gc 4), oltre alla conferma del decalogo fatta da Gesù stesso (Mt 5,17; 15,1-10; Mc 10,19; Lc 18,20)” (RP 17).

4. Nella prima lettera di san Giovanni troviamo un testo importante che distingue esplicitamente tra peccati che conducono alla morte e peccato che non conducono alla morte.
Ecco le sue testuali parole: “Se uno vede il propriofratello commettere un peccato che non conduce allamorte, preghi e Diogli darà la vita: s’intende a coloro che commettono un peccato che non conduce alla morte, c’è infatti un peccato che conduce alla morte; per questo dico di non pregare. Ogni iniquità è peccato, ma c’è il peccato che non conduce alla morte” (1 Gv 5,16-17).
Senza addentraci sui motivi per cui in un caso esorta a pregare e nell’altro no, tuttavia la distinzione è esplicita e inequivocabile.
La Bibbia di Gerusalemme, in nota al passo citato, cerca di individuare i peccati che conducono alla morte: “I destinatari della lettera erano forse persone informate su questo peccato di una gravità eccezionale. Può essere il peccato contro lo Spirito Santo, contro la verità (Mt 12,31) o l’apostasia degli anticristi (1 Gv 2,16-19; Eb 4,6-8)”.

5. Anche S. Giacomo allude a peccati mortali quando scrive “il peccato, quand’è consumato, produce la morte” (Gc 1,15).
S. Giovanni offre inoltre un elenco di peccati mortali: “Per i vili e gli increduli, gli abietti e gli omicidi, gli immorali, i fattucchieri, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno di fuoco e di zolfo: questa è la seconda morte” (Ap 21,8).
S. Paolo parla di peccati che escludono dal Regno di Dio e che pertanto sono mortali. E ne offre alcuni elenchi: “O non sapete che gli ingiusti non erediteranno il Regno di Dio? Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il suo Regno” (1 Cor 6,9-10). “Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatrie, stregoneria, inimicizie, discordie, gelosie, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come ho già detto, che chi le compie non erediterà il Regno di Dio” (Gal 5,19-21).

6. La Sacra Scrittura riferisce esplicitamente anche di peccati che non impediscono o non fanno perdere la vita di grazia. Si tratta dei peccati veniali che tutti quotidianamente commettono: “Il giusto pecca sette volte al giorno” (Pr 24,16), “tutti quanti manchiamo in molte cose” (Gc 3,2), “se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi” (1 Gv 1,8).
Un riferimento ai peccati veniali si può trovare nei rimproveri del Signore ai farisei di filtrare il moscerino e di lasciar passare il cammello (Mt 23,24).

7. Insieme con la Sacra Scrittura anche il Magistero della Chiesa parla esplicitamente di maggiore o minore gravità, di peccati mortali e peccati non mortali.
IlConcilio di Trento fa riferimento all’esistenza di peccati veniali quando afferma: “Infatti in questa vita mortale, anche se santi e giusti, qualche volta i cristiani cadono almeno in peccati leggeri e quotidiani, che si dicono anche veniali, senza per questo cessare di essere giusti (DS 1537), e: “Se qualcuno afferma che si può per tutta la sua vita evitare ogni peccato, anche veniale, senza uno speciale privilegio di Dio, come la Chiesa ritiene della beata Vergine: sia anatema” (DS 1573).
Il Magistero della Chiesa riconosce l’esistenza dei peccati veniali distinti dai mortali quando a proposito della materia della confessione dice che solo i peccati mortali o gravi sono materia necessaria (DS 1680) e quando consiglia la confessione delle colpe veniali.
In Reconciliatio et Paenitentia Giovanni Paolo II scrive: “Alla luce di questi ed altri testi della sacra Scrittura, i dottori e i teologi, i maestri spirituali e i pastori hanno distinto i peccati in mortali e veniali” (RP 17).
Potresti chiedere al tuo parroco di dirti in quale documento il Concilio avrebbe spazzato via questa distinzione.
Evidentemente ti risponderà con un’altra invenzione!

8. L’atto penitenziale della Messa serve a rimettere i peccati veniali e a domandar perdono dei mortali, ma senza conferire la possibilità di fare la Santa Comunione.
Se fosse sufficiente l’atto penitenziale della Messa per quale motivo allora Gesù Cristo avrebbe istituito il sacramento della Penitenza?
O forse non lo ha istituito?
Eppure le parole pronunciate dal Signore la sera del giorno della sua risurrezione sono così chiare: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati” (Gv 20,23)!
Qui il Signore non lega il suo perdono all’atto penitenziale prima della Messa, ma ad un giudizio emesso dagli apostoli.
Lo lega al punto che se non perdona la Chiesa, non perdona neanche Lui.
Allora l’affermazione del vostro parroco: “Dio perdona sempre” è vera se uno è pentito e fa quello che deve fare per essere riconciliato con Lui.
Ma se uno non è pentito e non fa quello che deve fare per essere riconciliato (e cioè se non accede al sacramento del perdono da Lui istituito), non è perdonato neanche da Dio. L’ha detto Lui.

9. Circa l’ultima domanda che mi hai fatto: "ma che bisogno c’è di recarsi in tanti luoghi (Santuari, opere di alcuni Santi tipo Collevalenza ecc.) per ottenere la grazie”.
Ebbene, di per sé non c’è bisogno di recarsi qua o là per domandare grazie.
Ma è fuori di dubbio che quando si vuole una grazia uno sente l’esigenza di rinforzare la propria preghiera.
Ora la preghiera viene rinforzata dal digiuno, dalle penitenze, dai voti, dai buoni propositi e anche da un pellegrinaggio.
Il pellegrinaggio ha sempre qualche cosa di speciale: vi si dedicano ore, qualche disagio, talvolta il camminare stesso…
Inoltre per il messaggio legato a quel particolare Santuario si viene meglio disposti alla conversione e molto spesso ci si confessa.
Insomma, nel pellegrinaggio si compiono tanti atti di devozione e tante pratiche che diversamente non si compirebbero.

10. Mi piace ricordare che già nell’Antico Testamento la madre di Samuele, Anna, andò a peregrinare al santuario di Silo per domandare la grazia di un figlio.
L’aveva chiesta tante volte anche stando a casa sua.
Ma qui pregò più intensamente dando sfogo alle sue lacrime. Qui incontrò il sacerdote Eli, che le disse una parola piena di fiducia da parte di Dio. Qui fece il suo voto e qui poi tornerà a suo tempo per adempierlo.

Assicuro al mia preghiera per la tua famiglia e per la vostra parrocchia.
Vi benedico.
Padre Angelo