Quesito

Carissimo Padre Angelo,
sono una giovane che, nonostante un’educazione cristiana, durante l’adolescenza si è allontanata completamente dalla Chiesa e moltissimo da Dio. Negli ultimi cinque anni alcune esperienze hanno cambiato la mia vita, tra cui un senso di soffocamento sopraggiunto all’improvviso, dovuto all’emergere della consapevolezza di alcuni gravissimi peccati commessi circa una decina di anni fa, contrari non solo all’insegnamento cristiano ma anche alla morale ‘‘laica’.
In questi 10 anni non li ho mai completamente rimossi: ho sempre saputo di averli commessi, ma è come se fossero rimasti in un angolino di me stessa come dei cagnolini addormentati, nel frattempo cresciuti, e che si fossero destati solo ora per stringermi con i loro denti aguzzi in un morso dolorosissimo che compromette il mio stato d’animo presente e la mia visione del futuro.
Ad un impulso iniziale di rabbia (“Perchè questi peccati non sono rimasti nel dimenticatoio dove stavano?”, ho pensato inizialmente) è seguita l’idea che forse è un bene che siano venuti a galla: solo così infatti posso affrontarli e chiedere perdono una volta per tutte, per cercare di veleggiare più serena verso il mio futuro. Ho deciso infatti di confessarmi. Una domanda però mi risuona nella mente: è giusto avvicinarsi al sacramento per alleviare uno stato di pena? Non è da considerarsi egoistico?
E poi qualche domanda pratica: come affrontare una confessione dopo così tanto tempo? Posso annotare quello che voglio dire (che sarà tantissimo!!) su un foglio di carta ed eventualmente utilizzarlo durante il sacramento? La ringrazio sin da ora per la risposta che vorrà darmi (se possibile privatamente).


Risposta del sacerdote

Carissima,
1. la grazia di Dio lavora all’interno dei cuori in molti modi.
Talvolta comincia col far tornare alla mente peccati che si erano dimenticati.
Anche la vergogna che proviamo di fronte ad essi, sebbene non sia ancor motivata dal fatto che hanno offeso Dio e hanno gravato sulla croce di Cristo, è già frutto della grazia che muove e spinge alla conversione.
La Chiesa sa che spesso uno dei motivi più forti che spingono alla confessione è dovuto al desiderio di ritrovare pace nella coscienza e ad evitare il pericolo della dannazione eterna.
Ma questi sentimenti, in quanto tali non sono cattivi, anzi sono buoni e non escludono di essere perfezionati da migliori sentimenti.
La Chiesa sa che nel sacramento il Signore opera e trasforma i nostri sentimenti, li perfeziona e ci fa uscire fuori veramente pentiti.

2. Ecco che cosa dice il Magistero della Chiesa: “Quella contrizione imperfetta che si dice attrizione, che si concepisce comunemente o dalla considerazione della bruttezza del peccato o dal timore dell’inferno e delle pene, se esclude la volontà di peccare con la speranza del perdono, non solo non rende l’uomo ipocrita e maggiormente peccatore, ma è un dono di Dio e un impulso dello Spirito Santo, che certamente non abita ancora nell’anima, ma soltanto muove; con l’aiuto di tale impulso il penitente si prepara la via della giustizia. E benché l’attrizione senza il sacramento della penitenza per sé non possa portare il peccatore alla giustificazione, tuttavia lo dispone ad impetrare la grazia di Dio nel sacramento della penitenza. Infatti i niniviti, scossi utilmente da questo timore per la predicazione terrorizzante di Giona, fecero penitenza e impetrarono misericordia dal Signore (Giona 3). Perciò falsamente alcuni calunniano gli scrittori cattolici, come se avessero insegnato che il sacramento della penitenza conferisce la grazia senza alcun buon sentimento da parte di coloro che lo ricevono, cosa che la Chiesa non ha mai insegnato e pensato. E insegnano pure che la contrizione è estorta e forzata, non libera e volontaria” (Concilio di Trento, DS 1678).
Giovanni Paolo II in Reconciliatio et Paenitentia scrive: ricorda che “per accostarsi al sacramento della Penitenza è sufficiente l’attrizione, ossia un pentimento imperfetto, dovuto più al timore che all’amore; ma nell’ambito del sacramento, sotto l’azione della grazia che riceve, il penitente “ex attrito fit contritus”, sicché la Penitenza opera realmente in chi è ben disposto alla conversione nell’amore (nota 185)”.

3. Non è necessario che tu scriva i tuoi peccati. Farai un diligente esame di coscienza. Poi dirai quello che li ti ricordi.
Se tralascerai qualcosa, il Signore sa che non avevi alcuna intenzione di nascondere qualcosa.
Se i peccati dimenticati fossero gravi, senza particolare affanno li accuserai in una successiva confessione dicendo che li avevi dimenticati.

4. Accostati dunque con grande fiducia alla Confessione. Ne uscirai fuori liberata e sperimenterai quanto siano vere le parole del catechismo della Chiesa Cattolica: “In coloro che ricevono il sacramento della Penitenza con cuore contrito e in una disposizione religiosa, ne conseguono la pace e la serenità della coscienza insieme a una vivissima consolazione dello spirito” (n. 1468).

Ti prometto una preghiera perché possa compiere al più presto questo atto così grande della nostra religione cristiana.
Ti saluto e ti benedico.
Padre Angelo

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