Quesito

Caro Padre Angelo,
Esiste una soluzione al dilemma dell’eutifrone? È un vero dilemma?


Risposta del sacerdote

Carissima,
1. credo che sia necessario spiegare ai nostri visitatori che cosa sia il dilemma di Eutifrone.
Ne parla il grande filosofo greco e pagano Platone, vissuto nel IV secolo avanti Cristo.
Il dilemma di Eutifrone si riduce in sostanza a questo: se gli uomini siano accetti agli Dei perché fanno ciò che è bene. In tal caso sarebbe l’uomo a stabilire ciò che è bene o male. E questa verità sarebbe condivisa dagli dei.
Se così fosse si potrebbe dire (in termini abbastanza sommari, ma comprensibili) che non sarebbe la morale ad essere dipendente dalla religione, ma la religione dalla morale.
Oppure se gli uomini siano amati dagli dei perché fanno la loro volontà e cioè quanto è da essi stabiliti.

2. Con altre parole ci si chiede se vi sia autonomia morale (è l’uomo che  decide ciò che è bene e male) o eteronomia morale (il bene e il male sono stabiliti da altri?.
Nell’opera di Platone questo dilemma rimane insoluto.

4. Mi chiedi se ci sia una via d’uscita a questo dilemma. In altri termini se le cose si pongano proprio così.
Ebbene le cose non stanno così.
E non si pongono così perché è sbagliato ciò che vi è alla radice e cioè il rapporto tra gli dei e gli uomini. I primi sarebbero tutt’al più dei benefattori dell’umanità, ma non di più.

5. L’errore sta qui: gli dei sarebbero benefattori e gli uomini non sarebbero creature di Dio.
Secondo Plotone l’anima degli uomini era vivente nell’iperuranio. Per sua natura è immortale ed è stata per forza congiunta con un corpo in seguito ad una caduta originale.
Ritornerebbe nell’iperuranio solo quando avrebbe finito i suoi cicli di purificazione attraverso la reincarnazione.

6. La realtà invece sta in termini diversi perché Dio non è solo un benefattore dell’uomo, che lo aiuta magari a tornare nell’iperuranio, ma è il suo Creatore.
E avendolo creato per la felicità, l’ha strutturato nel suo corpo e nella sua anima proprio per attingere questo fine.
Gli ha dato anche la libertà perché sia protagonista e artefice della propria felicità.
Le leggi che ci sono nell’uomo, tanto nella sua vita fisica quanto in quella spirituale, non sono leggi stabilite dall’arbitrio divino, ma derivano dalla stessa struttura o natura dell’uomo modellata in questo modo dalla Sapienza divina.
Allora è bene o male ciò che è secondo la genuina natura dell’uomo, quella genuina natura dell’uomo che riflette la divina Sapienza che con tale progetto vuole portare l’uomo alla perfetta felicità.

7. Pertanto essere autonomo o libero non significa per l’uomo poter fare quello che vuole: uccidere, rubare, ubriacarsi, drogarsi…
Ma cercare in maniera creativa e responsabile (e pertanto con merito) il bene scritto nelle sue più profonde fibre. Quel bene che non è stato deciso ciecamente dall’arbitrio divino (eteronomia morale) né dipende esclusivamente dall’arbitrio dell’uomo.
Ma è il bene che corrisponde alle più vere esigenze dell’uomo secondo il piano della Sapienza divina che conduce ogni cosa al debito fine.

8. Questo piano, come ho detto, è strutturato nella costituzione fisica e spirituale dell’uomo.
L’uomo mediante la propria intelligenza è in grado di conoscerlo, di farlo proprio e di riesprimerlo in maniera creativa, sempre nuova e inedita.
Questa maniera creativa, sempre nuova e inedita la vediamo mirabilmente espressa ad esempio nel progresso sociale, culturale, scientifico e tecnologico.
Ma le coordinate di fondo (i principi morali) rimangono sempre gli stessi: è vero bene dell’uomo, è vero progresso dell’uomo ciò che promuove e rispetta l’uomo, anzi tutto l’uomo (anima e corpo) e rispetta tutti gli uomini (a partire dai più deboli e indifesi).

9. Per questo Giovanni Paolo II nell’enciclica Veritatis splendor dice che “la vera autonomia morale dell’uomo non significa affatto il rifiuto, bensì l’accoglienza della legge morale, del comando di Dio: «Il Signore Dio diede questo comando all’uomo…» (Gn 2,16). La libertà dell’uomo e la legge di Dio s’incontrano e sono chiamate a compenetrarsi tra loro… E pertanto l’obbedienza a Dio non è, come taluni credono, un’eteronomia, come se la vita morale fosse sottomessa alla volontà di un’onnipotenza assoluta, esterna all’uomo e contraria all’affermazione della sua libertà.
In realtà, se eteronomia della morale significasse negazione dell’autodeterminazione dell’uomo o imposizione di norme estranee al suo bene, essa sarebbe in contraddizione con la rivelazione dell’Alleanza e dell’Incarnazione redentrice. Una simile eteronomia non sarebbe che una forma di alienazione, contraria alla sapienza divina ed alla dignità della persona umana” (VS 41).

10. A livello teologico il dilemma tra autonomia morale ed eteronomia morale viene superato con il concetto di teonomia, e cioè di legge di Dio che indica il bene dell’uomo a partire dalle sue più profonde esigenze ontologiche.
La legge divina non è un’imposizione dall’esterno, ma è quel raggio della divina Sapienza impresso nella struttura stessa dell’uomo che l’uomo è chiamato a conoscere e a fare proprio per esprimere se stesso in maniera libera e creativa.
Per questo si parla ancor più precisamente di teonomia partecipata.
Sottomettersi alla legge divina “è sottomettersi alla verità della creazione” (VS 41) e cioè alla verità di noi stessi. È la stessa cosa che fare il proprio bene.
Pertanto il dilemma insolubile per Platone a motivo dell’errato rapporto concepito tra Dio e uomo viene superato da una più corretta filosofia. E molto di più dalla Divina Rivelazione.

Ti auguro un felice prosieguo delle feste pasquali, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo