Caro Padre Angelo,
è vero che nella sua rubrica ha già affrontato il tema “pena di morte”, ma considerato che mi capita spesso di assistere a discussioni e confronti circa la modifica di papa Francesco a tale questione, sono emerse domande e considerazioni che vorrei sottoporre alla sua attenzione:
1) Prima, allora, la Chiesa aveva sbagliato?
Una istituzione che oggi sostiene che quanto diceva ieri è sbagliato perde di credibilità. Ad esempio dopo che la Dignitatis Humanae ha proclamato il diritto alla libertà religiosa, quanti si saranno chiesti: ma prima i Papi non avevano tenuto conto dei diritti della persona umana? Allo stesso modo, oggi che il Papa rivede una dottrina da sempre insegnata dalla Chiesa, non mancheranno di certo coloro che si chiederanno perché mai essa stessa abbia sbagliato così a lungo, sia arrivata così tardi e non abbia mai visto che la pena di morte va contro la dignità della persona.
Il magistero della Chiesa ha sempre insegnato da secoli la legittimità della pena di morte. Su questo tema si sono cimentati i più grandi teologi e giuristi, tutti d’accordo sul punto. San Tommaso d’Aquino, dalla cui dottrina alcuni pontefici avevano intimato di non discostarsi minimamente, aveva le idee chiare sulla pena di morte.
2) Pio X ammetteva la pena di morte, ora il nuovo Catechismo la vieta: ma la fede cattolica può sopportare due catechismi in contrasto tra loro?
L’insegnamento della Chiesa non può contraddirsi. I simboli della fede sono più di uno, il simbolo apostolico è diverso da quello niceno-costantinopolitano. Però non si contraddicono. Quando è entrato in vigore il Catechismo di Giovanni Paolo II, il nuovo testo non contraddiceva in nessun punto il Catechismo Maggiore di San Pio X, il quale continuava a rimanere in vigore e il fedele che avesse continuato a farsi regolare la vita cristiana da quel catechismo sarebbe stato perfettamente in regola. Il catechismo nuovo non abolisce quello precedente. Ma adesso, il fedele che volesse farsi regolare la vita cristiana dal Catechismo di Giovanni Paolo II o da quello di Pio X sarebbe fuori regola. Infatti, il Catechismo di Papa Sarto, alla domanda “Vi sono casi nei quali è lecito uccidere il prossimo?”, risponde così: “È lecito uccidere il prossimo quando si combatte in una guerra giusta, quando si eseguisce per ordine dell’autorità suprema la condanna di morte in pena di qualche delitto, e finalmente quando trattasi di necessaria e legittima difesa della vita contro un ingiusto aggressore”.
3) Se oggi cambia la dottrina sulla pena di morte, un domani non potrà forse cambiare quella sulla omosessualità?
Clamoroso cambio magisteriale sugli assoluti morali (atti intrinsecamente malvagi) per cui l’adulterio a certe condizioni si può fare, mentre non è mai lecita la pena di morte.
Ringraziandola, la saluto cordialmente aggiungendo i complimenti per il bel e ottimo rinnovo del sito
Uniti in preghiera
Don G. A.


Gentile padre Angelo,
Avrei un quesito da porle relativo al Catechismo e alle verità ivi contenute. Prendo spunto dalla notizia, letta sui giornali, che il papa avrebbe “riformato” il Catechismo nel punto in cui è inserito l’insegnamento sulla pena di morte, indicandola nella sostanza,  sebbene non usando questa espressione, come un atto intrinsecamente cattivo. Nell’edizione  del Catechismo di San Giovanni Paolo II si insegnava invece che in linea di principio è ammissibile, e che, poste determinate circostanze, potrebbe essere applicata, sebbene in linea pratica queste circostanze , al giorno d’oggi, fossero pressoché inesistenti.
Le chiedo dunque:
Quale è l’insegnamento della Chiesa relativo alla pena di morte e come conciliare questa (apparente?) contraddizione?
Quale è il grado di autorità con cui la Chiesa ha dato questo insegnamento fino a Giovanni Paolo II, e quale è invece il grado di autorità di papa Francesco nel dare questo insegnamento?
Nel Catechismo possono dunque esser contenuti insegnamenti falsi?
La ringrazio in anticipo per la cortese disponibilità, ricordandola nelle mie preghiere.


Carissimi,
1. l’insegnamento della Chiesa a proposito della pena di morte rientra nell’ambito della sua dottrina sociale.
Ora la dottrina sociale della Chiesa è “è un insieme di principi di riflessione, di criteri di giudizio e di direttive di azione” ordinati a costruire una società civile e internazionale secondo il bene integrale delle persone umane (cfr. congregazione dell’educazione cattolica, La dottrina sociale della chiesa nella formazione sacerdotale, nn. 29-46).

2. È anzitutto un insieme di principi di riflessione: si tratta dei principi che riguardano la centralità della persona umana, il suo rapporto con la società, i principi ordinatori della società (il bene comune, la solidarietà e la sussidiarietà), la concezione organica della vita sociale, la partecipazione, l’umanizzazione delle strutture e la destinazione universale dei beni.
Questi principi etici costituiscono la dimensione teoretica della dottrina sociale, sono permanenti e validi per ogni epoca.

3. La dottrina sociale della Chiesa contiene anche dei criteri di giudizio: “L’esame dei documenti fa rilevare che la dottrina sociale della Chiesa contiene numerosi giudizi sulle situazioni concrete, le strutture, i sistemi sociali e le ideologie.
Si possono citare alcuni casi a modo di esempio: la Rerum novarum parla delle cause del malessere degli operai, rifacendosi al giogo imposto ad essi da un piccolo numero di straricchi; la Quadragesimo anno giudica che lo stato della società umana del tempo è tale da favorire violenza e lotte; il Concilio Vaticano II, descrivendo gli squilibri del mondo moderno, termina con l’affermazione che essi conducono a sfiducie, conflitti e disgrazie contro l’uomo, ecc. ecc…” (cf. Ib., n. 59).
“È ovvio che la formulazione di giudizi morali su situazioni, strutture e sistemi sociali non riveste lo stesso grado di autorità che è proprio del magistero della Chiesa quando si pronuncia in merito ai principi fondamentali” (cf. Ib., n. 60).

4. Infine la dottrina sociale della Chiesa contiene anche direttive di azione: la dottrina sociale della Chiesa, in quanto è orientata all’evangelizzazione della società, “include necessariamente l’invito all’azione sociale offrendo, per le diverse situazioni, opportune direttive ispirate ai principi fondamentali e ai criteri di giudizi…
L’azione che viene suggerita non si deduce a priori una volta per tutte da considerazioni filosofiche ed etiche, ma si precisa di volta in volta per mezzo del discernimento cristiano della realtà interpretata alla luce del vangelo e dell’insegnamento sociale della Chiesa; che dimostra così ad ogni momento storico la sua attualità.
Sarebbe perciò un grave errore dottrinale e metodologico se nell’interpretazione dei problemi di ciascuna epoca storica non si tenesse conto della ricca esperienza acquisita dalla Chiesa ed espressa nel suo insegnamento” (cf. Ib., n. 63).
Ebbene, il problema della pena di morte tocca tutti e tre questi elementi.
Da una parte tiene presente la sacralità e l’intangibilità della persona umana, e questa è dottrina immutabile.
Dall’altra deve tenere presente la necessità di difendere ogni persona dalla cattiveria dei delinquenti e nello stesso tempo anche la necessità del ricupero del delinquente. Su questi punti il giudizio e le direttive d’azione sono mutevoli perché mutevoli sono le situazioni in cui si vive.

5. Ebbene, soppesati tutti questi tre elementi possiamo comprendere come mai l’insegnamento della Chiesa sulla pena di morte abbia subito delle mutazioni.
Il Catechismo Romano del Concilio di Trento scriveva: “Rientra nei poteri della giustizia condannare a morte una persona colpevole. Tale potere, esercitato secondo la legge, serve di freno ai delinquenti e di difesa agli innocenti. Emanando una sentenza di morte i giudici non soltanto non sono colpevoli di omicidio, ma sono esecutori della legge divina che vieta appunto di uccidere colpevolmente. Fine della legge, infatti, è tutelare la vita e la tranquillità degli uomini; pertanto i giudici, che con la loro sentenza puniscono il crimine, mirano appunto a tutelare e a garantire, con la repressione della delinquenza, questa stessa tranquillità della vita garantita da Dio. Dice Davide in un Salmo: “Sterminerò ogni mattino tutti gli empi del paese, per estirpare dalla città del Signore quanti operano il male” (Sal 100,8)” (n. 328).

6. Quattro secoli dopo, Giovanni Paolo II, in Evangelium vitae, tra i segni incoraggianti della cultura della vita, registra “la sempre più diffusa avversione dell’opinione pubblica alla pena di morte anche solo come strumento di legittima difesa sociale, in considerazione delle possibilità di cui dispone una moderna società di reprimere efficacemente il crimine in modi che, mentre rendono inoffensivo colui che l’ha commesso, non gli tolgono definitivamente la possibilità di redimersi” (EV 27).

7. Il medesimo Papa parlando a Saint Louis (Missouri, Stato Uniti) e cioè in uno stato la cui popolazione notoriamente è in stragrande maggioranza favorevole alla pena di morte ha riassunto la nuova sensibilità con queste parole: “La dignità della vita umana non deve essere mai negata, nemmeno a chi ha fatto del grande male.
La società moderna possiede gli strumenti per proteggersi, senza negare ai criminali la possibilità di ravvedersi.
Rinnovo quindi l’appello… per abolire la pena di morte, che è crudele e inutile” (Cfr. L’Osservatore Romano, 29 gennaio 1999, p. 4).
Un mese prima, nel messaggio di Natale, aveva auspicato la crescita del consenso sulle misure in favore dell’uomo, e tra quelle più significative aveva indicato quella di “bandire la pena di morte” (Cfr. L’Osservatore Romano, 28-29 dicembre 1998, p. 7).

8. Il Catechismo della Chiesa Cattolica rifacendosi alla tradizionale dottrina della Chiesa riconosce in linea di principio la liceità della pena di morte se non esista altra via per difendere efficacemente le vite umane.
Eco che cosa dice: “L’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani.
Se, invece, i mezzi incruenti sono sufficienti per difendere dall’aggressore e per proteggere la sicurezza delle persone, l’autorità si limiterà a questi mezzi, poiché essi sono meglio rispondenti alle condizioni concrete del bene comune e sono più conformi alla dignità della persona umana.
Oggi, infatti, a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere efficacemente il crimine rendendo inoffensivo colui che l’ha commesso, senza togliergli definitivamente la possibilità di redimersi, i casi di assoluta necessità di soppressione del reo «sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti» (EV 56)” (CCC 2267).

9. In questo modo il magistero aveva già dichiarata praticamente superata l’istituzione della pena di morte e delle sue motivazioni perché oggi attraverso le carceri di sicurezza vi sono mezzi efficaci per difendere gli innocenti.
Il superamento esplicito della pena di morte è avvenuto con papa Francesco che con il Rescritto del 1 agosto 2018 col quale ha comandato di sostituire così il n. 2267 del CCC:
“Per molto tempo il ricorso alla pena di morte da parte della legittima autorità, dopo un processo regolare, fu ritenuta una risposta adeguata alla gravità di alcuni delitti e un mezzo accettabile, anche se estremo, per la tutela del bene comune.
Oggi è sempre più viva la consapevolezza che la dignità della persona non viene perduta neanche dopo aver commesso crimini gravissimi. Inoltre, si è diffusa una nuova comprensione del senso delle sanzioni penali da parte dello Stato.
Infine, sono stati messi a punto sistemi di detenzione più efficaci, che garantiscono la doverosa difesa dei cittadini, ma, allo stesso tempo, non tolgono al reo in modo definitivo la possibilità di redimersi.
Pertanto la Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che “la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona” (Francesco, Discorso ai partecipanti all’incontro promosso dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione (11 ottobre 2017)”.

10. Pertanto la Chiesa non sconfessa l’insegnamento precedente che doveva tenere presente la situazione della società del tempo.
Oggi, essendo più garantita la sicurezza delle carceri e l’impossibilità da parte di coloro che sono in prigione di nuocere agli innocenti, la Chiesa dichiara che la pena di morte non ha senso.
Non ha senso perché non ristabilisce la giustizia.
Non ha senso perché non tutela la vita degli innocenti più di quanto la tuteli un carcere di sicurezza.
E soprattutto perché non ricupera niente nella vita dei colpevoli.

11. Né si può concludere ad un “clamoroso cambio magisteriale sugli assoluti morali (atti intrinsecamente malvagi) per cui l’adulterio a certe condizioni si può fare, mentre non è mai lecita la pena di morte”.
Primo perché l’adulterio non è mai lecito, tanto più perchè rientra tra i precetti morali negativi che obbligano semper et pro semper. Nei suoi confronti non vi è mai alcuna eccezione.
Mentre un altro paio di maniche è la valutazione della colpevolezza soggettiva in determinate circostanze.

12. In secondo luogo perché l’insegnamento sulla pena di morte riguarda la dottrina sociale della Chiesa circa la quale accanto ad elementi dottrinali e immutabili come la sacralità della persona umana vi sono criteri di giudizio e direttive di azione che di per se stessi devono attenersi alla concretezza delle situazioni in cui ci si trova ad operare.
Ed essi di loro natura sono mutevoli.

Vi ringrazio per i quesiti che mi avete posto.
Vi auguro ogni bene, vi ricordo al Signore e invoco la sua benedizione sulla vostra vita e sul bene che fate.
Padre Angelo