Quesito

Rev. Padre Bellon,
a volte durante la S. Messa capita di sentire variazioni delle formule liturgiche, ma oggi ho avuto un forte dubbio per il quale mi rivolgo a Lei.
Se il Sacerdote in luogo della formula di consacrazione rituale, dice: "Prendetene e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo dato per voi." in luogo di "… offerto in sacrificio…", con la deliberata intenzione di dire ciò e non per un mero lapsus linguae, la consacrazione è valida?
La ringrazio.
Francesco G.C.

 

Risposta del sacerdote

Caro Francesco,
1. la mutazione che il sacerdote ha proferito nella consacrazione del pane  non è una mutazione sostanziale, tanto più che probabilmente ha voluto rimanere più aderente alle parole pronunciate da Gesù trasmesse da San Luca: “Questo è il mio corpo che è dato per voi” (Lc 22,19).
Tuttavia il Messale Romano ha voluto mettere la formulazione che si trova  in San Paolo: “Hoc est corpum meum quod pro vobis tradetur” (1 Cor 11,24) che dalla Conferenza episcopale italiana viene tradotto: “Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi”.

2. La mutazione attuata dal sacerdote non tocca minimamente la validità della consacrazione.

3. Tuttavia si tratta di un arbitrio, di un abuso.
Innanzitutto perché la Santa Sede ha voluto prendere la formulazione di san Paolo, quella che l’Apostolo ha appreso direttamente dal Signore e che egli stesso ha diffuso dappertutto: “Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane 24e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me»” 1 Cor 11,23-24).
“Che è per voi” sta per “offerto  in sacrificio per voi”.
Il carattere di sacrificio dell’Eucaristia è reso ancor più evidente dalle parole usate per la consacrazione del vino “qui pro vobis fundetur”: “che sarà versato per voi” (Lc 22,20).

4. C’è un arbitrio da parte del Sacerdote anche perché i Sacramenti non sono suoi, ma della Chiesa.
I sacerdoti in quanto ministri non sono ministri di se stessi, ma della Chiesa e devono conformarsi alla sua volontà.
Inoltre se fosse permesso al sacerdote di cambiare le parole stabilite dalla Chiesa, perché non potrebbero farlo i fedeli nella recita del Credo, del Padre nostro e in tutte le altre preghiere o acclamazioni comuni nella celebrazione dell’Eucaristia?
Certamente il sacerdote rimprovererebbe ai fedeli una tale confusione e un  simile disordine.
Ma nell’evitare arbitrii personali il sacerdote deve dare il buon esempio.

5. A questo punto merita di essere ricordato quanto San Giovanni Paolo II scrisse nella lettera Dominicae cenae del 24.2.1980: “Il sacerdote come ministro, come celebrante, come colui che presiede all’assemblea eucaristica dei fedeli, deve avere un particolare senso del bene comune della Chiesa, che egli rappresenta mediante il suo ministero, ma al quale deve essere anche subordinato, secondo la retta disciplina della fede.
Egli non può considerarsi come proprietario che liberamente disponga del testo liturgico e del sacro rito come di un suo bene peculiare così da dargli uno stile personale e arbitrario.
Questo può talvolta sembrare di maggiore effetto, può anche maggiormente corrispondere ad una pietà soggettiva, tuttavia oggettivamente è sempre un tradimento di quell’unione che, soprattutto nel Sacramento dell’unità, deve trovare la propria espressione.
Ogni sacerdote, che offre il santo sacrificio, deve ricordarsi che durante questo sacrificio non è lui soltanto con la sua comunità a pregare, ma prega tutta la Chiesa, esprimendo così, anche con l’uso del testo liturgico approvato, la sua unità spirituale in questo sacramento.
Se qualcuno volesse chiamare tale posizione “uniformismo”, ciò comproverebbe soltanto l’ignoranza delle obiettive esigenze dell’unità autentica e sarebbe un sintomo di dannoso individualismo.
Questa subordinazione del ministro, del celebrante, al Mysterium, che gli è stato affidato dalla Chiesa per il bene di tutto il popolo di Dio, deve trovare la sua espressione anche nell’osservanza delle esigenze liturgiche relative alla celebrazione del santo sacrificio. Queste esigenze si riferiscono ad esempio all’abito e, in particolare, ai paramenti che indossa il celebrante” (Dominicae cenae, n. 12).

Ti auguro ogni bene, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo