Quesito

Buongiorno padre Angelo Bellon,
le scrivo per chiederle un’informazione: ho letto, nel codice di diritto canonico, che ogni istituto deve stabilire nelle costituzioni il modo in cui, secondo la propria forma di vita, si devono osservare i consigli evangelici. Vorrei sapere cosa distingue la povertà vissuta dai domenicani rispetto a quello per esempio francescana (sia dal punto di vista personale che dal punto di vista comune).
Vorrei anche chiederle un’altra cosa: può essere concesso a un frate di andare a teatro o al cinema?
La ringrazio moltissimo per l’attenzione e ringrazio Dio continuamente per il dono che ha fatto alla Chiesa dell’ordine domenicano e ringrazio anche lei caro padre per il servizio che svolge mediante questo meraviglioso sito.
Distinti saluti
Marco


Risposta del sacerdote

Caro Marco,
1. la povertà dei domenicani è del tutto identica a quella dei francescani: non possono possedere in proprio, ma quanto hanno o ricevono lo mettono in comune.
In antico tanto i domenicani quanto i francescani non potevano possedere neanche collettivamente, come comunità. Per questo erano mendicanti.
Si legge nelle nostre Costituzioni: “Con la nostra professione promettiamo a Dio di non possedere nulla per un diritto di
proprietà personale, ma di avere tutto in comune e di servirci delle cose materiali per il
bene comune dell’Ordine e della Chiesa, secondo le disposizioni dei superiori. Perciò nessun frate può ritenere come propri i beni, il danaro o
altre cose che riceve, qualunque ne sia la provenienza, ma deve consegnare tutto alla comunità” (LCO 32).

2. Tuttavia la legislazione dei domenicani, pur essendo rigorosissina nei riguardi della povertà,
non ha mai dimenticato che essa è un mezzo, e quindi diventa oltremodo indulgente tutte le
volte che il raggiungimento del fine (la predicazione e la salute delle anime) lo richieda.
Mentre per i francescani la povertà è quasi il fine della loro istituzione, per noi domenicani non è così: il fine è la salvezza delle anime attuata attraverso la predicazione espressa in tutte le sue forme.
Per questo nelle nostre Costituzioni si legge: “I frati possono tenere alcuni libri e delle suppellettili ad uso personale, ma con
moderazione e secondo quanto è stabilito dal Capitolo provinciale. A coloro che, per
obbedienza, devono attendere a speciali studi o incarichi, col permesso del provinciale, dopo aver sentito il parere del superiore locale, si possono concedere i libri e gli oggetti di cui hanno bisogno” (LCO 38).

3. S. Tommaso, da pari suo, ha espresso nella Somma teologica il motivo per cui è necessario che i predicatori del Vangelo siano poveri.
“Fu opportuno che Cristo sulla terra vivesse povero.
Anzitutto perché ciò era consono
all’ufficio della predicazione, per il quale, secondo le sue parole, egli era venuto in questo
mondo… Ora, i predicatori della parola di Dio, per dedicarsi interamente alla predicazione, è
necessario che siano completamente liberi di ogni occupazione di ordine temporale. Il che non
è possibile per chi possiede le ricchezze. Per questo il Signore, inviando gli Apostoli a
predicare, diceva; Non prendete né oro né argento» (Mt 10,9)…
Inoltre perché il possesso
delle ricchezze non facesse pensare che la sua predicazione fosse ispirata dalla cupidigia. Ecco perché S. Girolamo dice che se gli Apostoli avessero posseduto ricchezze sarebbe potuto
sembrare che essi predicavano non per la salvezza delle anime, ma a scopo di lucro” (Somma teologica, III,
40, 3).

4. San Tommaso precisa anche il tratto caratteristico della povertà dei domenicani con queste parole: “La perfezione della vita cristiana (santità) non consiste
essenzialmente nella povertà volontaria, perché questa, in ordine alla perfezione, agisce a
modo di strumento.
Perciò non è detto che dove c’è più povertà ci sia maggiore perfezione” (Somma teologica, II-II,
185, 6, ad 1).
Questo concetto è ripreso dalle Costituzioni dei domenicani del 1690: “La povertà non si
identifica con la perfezione, ma ne è soltanto uno strumento.
E siccome uno strumento non lo
si vuole per se stesso ma per il fine al cui raggiungimento esso serve, il meglio non sta
nell’averne di più, ma di averlo più adatto al fine” (II, 1h.).

5. Papa Sisto IV (secolo XV) dispensò sia i Domenicani che i Francescani dalla povertà
collettiva. Erano mutati i tempi e la gente comprendeva di meno la mendicità. Si permise allora che le comunità (non i singoli frati) potessero possedere dei beni.
Il Capitolo generale dei domenicani, celebrato a Perugia nel 1478,  accettò, tale
dispensa. E quello di Roma del 1501 la giustificò asserendo che “nell’Ordine ha assai
più importanza la salvezza delle anime da procurarsi mediante la predicazione e
l’insegnamento che non la povertà, e perciò giustamente questa deve essere a quella
sacrificata, quando le circostanze lo richiedano”.

6. Mi chiedi se sia lecito per un frate andare al teatro o al cinema.
Se è soltanto per svago, io penso di no.
San Tommaso ricorda la necessità di riposarsi e di ricreare lo spirito e per questo parla di una virtù particolare alla quale lascia il termine greco di eutrapelia.
Scrive: “L’uomo ha bisogno del riposo fisico per ritemprare il corpo, il quale non può lavorare di continuo a causa dei limiti delle proprie energie, così ne ha bisogno per l’anima, le cui forze sono adeguate solo per determinate attività….
Tuttavia si deve badare a tre cose:
– che il piacere non si cerchi mai in atti o parole turpi o dannose;
– che l’anima non abbandoni mai del tutto la sua gravità;
– che, come in tutte le altre azioni, il divertimento sia adatto alle persone, al tempo, al luogo e a tutte le altre debite circostanze” (Somma teologica, II-II, 168, 2). Ib).
Credo dunque che un frate dovrebbe astenersene proprio per lo stile di vita che ha scelto.
Sebbene andare al teatro e al cinema non sia di per sé un male, e anzi per per tanta gente sia un bene, chi segue Cristo nella povertà evangelica rinuncia volentieri a tanti beni che non sono necessari e che magari non sono accessibili a persone che non possono permetterselo.
Con il voto di povertà, come del resto anche con gli altri voti di castità e obbedienza, non si rinuncia a dei mali, ma a dei beni.
Vi si rinuncia per stare uniti a beni più grandi: “Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Cor 8,9).
Se invece andare a teatro o al cinema fosse necessario per motivi pastorali (ad esempio poter parlare adeguatamente di determinati argomenti che sul momento magari sono sulla bocca di tutti) allora il bene delle anime potrebbe richiederlo.

7. Sono contento che “ringrazi Dio continuamente per il dono che ha fatto alla Chiesa dell’ordine domenicano”.
Anch’io lo ringrazio.
La carità della verità espressa con linguaggio ardente e nello stesso tempo  “non complicato o contorto o troppo rozzo o addirittura ambiguo” come Paolo VI ha definito il linguaggio di San Tommaso, è un bene molto importante se si mira alla salvezza delle anime.
Ti ringrazio anche per la stima per il nostro sito.

Il Signore ti benedica.
In suo nome ti benedico anch’io e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo