Quesito

Carissimo padre Angelo,
per prima cosa le faccio i complimenti per la sua disponibilità e chiarezza nel rispondere ai quesiti dei fedeli!
Volevo sapere se una persona, non avendo fatto in tempo a confessarsi (una morte improvvisa), ma comunque pentitasi nel suo cuore dei suoi peccati (mortali) prima di morire, è destinata lo stesso alla dannazione eterna.
la saluto con grande affetto.
Fulvio


Risposta del sacerdote

Caro Fulvio,
1. la Chiesa ha sempre sostenuto che i Sacramenti sono le vie ordinarie della salvezza.
Ma è persuasa che esistano anche altre vie che vengono dette straordinarie e che Dio solo conosce e che inducono la persona ad un sincero pentimento dei propri peccati.

2. Dio, pertanto, non abbandona nessuno, a meno che non sia Egli stesso abbandonato da parte di qualcuno, come diceva Sant’Agostino.

3. La Chiesa pensa anche che il pentimento dei peccati sia frutto della grazia preveniente di Dio e afferma pure che se il dolore è sincero porta una persona in grazia di Dio prima ancora di accostarsi al sacramento della penitenza, ma non senza il suo desiderio.

4. Come avrai notato, ho scritto: se il dolore è sincero.
Ma quando il dolore è sincero?
La risposta la dà il Concilio di Trento quando afferma che “il dolore talvolta è reso perfetto dalla carità”. E allora “riconcilia l’uomo con Dio già prima che questo sacramento sia realmente ricevuto. Tuttavia questa riconciliazione non è da attribuirsi alla contrizione in se stessa senza il proposito, incluso in essa, di ricevere il sacramento” (DS 1677).
E poiché la carità ci spinge ad amare Dio non per il tornaconto personale, ma perché è infinitamente amabile, ne segue che il dolore diventa perfetto o sincero quando è mosso dalla carità, e cioè quando ripudia il peccato perché è offesa fatta a Dio ed è stato la causa della morte di Gesù.
Questo dolore sincero dal Magistero della Chiesa è chiamato col nome di contrizione perfetta.

5. Pertanto chi si trova prossimo alla fine e non ha possibilità di confessarsi si salva in virtù del dolore sincero dei propri peccati.

6. Talvolta il dolore non è perfetto o sincero perchè si ripudia il peccato solo perché ci merita l’inferno.
Qui, se mi permetti l’affermazione, il dolore è vero solo a metà.
Tuttavia questo dolore non è da disprezzare ed è già un dono dello Spirito Santo che dispone il cuore dell’uomo al pentimento.
Dice infatti il concilio di Trento: “Quella contrizione imperfetta che si dice attrizione, che si concepisce comunemente o dalla considerazione della bruttezza del peccato o dal timore dell’inferno e delle pene, se esclude la volontà di peccare con la speranza del perdono, non solo non rende l’uomo ipocrita e maggiormente peccatore, ma è un dono di Dio e un impulso dello Spirito Santo, che certamente non abita ancora nell’anima, ma soltanto muove; con l’aiuto di tale impulso il penitente si prepara la via della giustizia.
E benché l’attrizione senza il sacramento della penitenza per sé non possa portare il peccatore alla giustificazione, tuttavia lo dispone ad impetrare la grazia di Dio nel sacramento della penitenza. Infatti gli abitanti di Ninive, scossi utilmente da questo timore per la predicazione terrorizzante di Giona, fecero penitenza e impetrarono misericordia dal Signore (Giona 3)” (DS 1678).

7. La Chiesa pertanto insegna che questo dolore, da solo, non è sufficiente per riportare nello stato di grazia, che è la condizione indispensabile per entrare in paradiso.
Ma è sufficiente ed è anche salutare e provvidenziale per potersi accostare al sacramento della confessione, dove l’azione del Sacramento conduce l’uomo al pentimento sincero e al riacquisto della grazia di Dio.

8. Nell’atto di dolore che noi recitiamo, esprimiamo un dolore sincero quando diciamo: “Mi pento e mi dolgo pei miei peccati perché peccando ho offeso Te… infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa”.
Esprimiamo un atto di dolore imperfetto quando diciamo: “perché peccando ho meritato i tuoi castighi”.

Ricambio volentieri l’affettuoso saluto, ti ricordo al Signore e ti benedico.
padre Angelo