Quesito

Salve Padre,
volevo domandarle come si debba interpretare correttamente la regalità sociale di Cristo (di cui giustamente festeggiamo la festa di Cristo re dell’universo e quindi anche della società umana) con le sue parole: "il mio regno non è di questo mondo".
La ringrazio in anticipo per l’attenzione


Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. è necessario affermare anzitutto che la regalità di Cristo non è di questo mondo, nel senso che non ha mire di ordine temporale.
Il messaggio di Cristo è essenzialmente religioso.
Il Concilio Vaticano II afferma: “Certo la missione propria che Cristo ha affidato alla sua Chiesa non è di ordine politico, economico e sociale: il fine infatti che le ha prefissato è di ordine religioso.
Eppure proprio da questa missione religiosa scaturiscono un compito, una luce e delle energie, che possono contribuire a costruire e consolidare la comunità degli uomini secondo la legge divina” (GS 42).

2. Sì, proprio da questa visione religiosa emerge una luce sulla dignità dell’uomo, sul lavoro, sulla famiglia, sulla convivenza umana, etc…
Giovanni XXIII, nel grande discorso fatto in apertura del Concilio, ha detto queste cose con le seguenti parole: “La Chiesa agli uomini di oggi non offre ricchezze caduche, non promette una felicità solo terrena;
ma partecipa ad essi i beni della grazia divina, che, elevando gli uomini alla dignità di figli di Dio, sono validissima tutela e aiuto per una vita più umana;
apre la fonte della sua vivificante dottrina, che permette agli uomini illuminati dalla luce di Cristo di bene comprendere quel che essi realmente sono, la loro eccelsa dignità, il loro fine;
ed inoltre per mezzo dei suoi figli, essa estende dappertutto l’ampiezza della carità cristiana, di cui null’altro maggiormente giova a strappare i semi di discordia, e nulla è più efficace per favorire la concordia, la giusta pace, l’unione fraterna.
Questo si propone il Concilio ecumenico Vaticano II, il quale, mentre aduna insieme le migliori energie della Chiesa e si sforza di far accogliere dagli uomini più favorevolmente l’annunzio della salvezza, quasi prepara e consolida la via verso quell’unità del genere umano, che si richiede quale necessario fondamento perché la Città terrestre si componga a somiglianza di quella celeste in cui, come dice S. Agostino, regna la verità, è legge la carità, l’estensione è l’eternità” (11.10.1962).

3. Vi sarebbe da fare una riflessione su ogni affermazione del papa.
Mi limito soltanto a dire qualcosa sui “beni della grazia divina che sono validissima tutela e aiuto per una vita più umana”.
Dal momento che la natura umana è ferita dal peccato originale ed è inclinata al male è necessario essere persuasi che l’uomo con le sue sole forze non ha le risorse adeguate per costruire un ordinamento sociale perfetto.
Diceva S. Agostino: “Non vivunt bene filii hominum, nisi effecti filii Dei” (non vivono bene i figli degli uomini se non sono resi figli di Dio, Contra Ep. Pelag. 1,1. n. 5).
Non si può dimenticare che tante debolezze sono congenite alla natura umana e che la giustizia è tentata spesso da ripiegamenti egocentrici e, anche quando viene applicata, talvolta non va al di là del freddo calcolo, mentre di suo, per essere virtuosa, richiederebbe di essere animata dall’amore.
Ci si chiede allora come si possano colmare i dislivelli e avvicinare e unire tra loro gli individui e i gruppi, come supplire e rimediare alle separazioni, agli scompensi, alle sperequazioni che la stretta giustizia non impedisce, e talvolta forse anche favorisce, e animarla nella sua dilatazione sociale.
Giorgio La Pira, il sindaco santo di Firenze, diceva che se nella società si procedesse solo con lo stretto rigore di giustizia, che esige secondo la legge del taglione la punizione “occhio per occhio e dente per dente” (Es 21,24), a quest’ora tutti saremmo ciechi e sdentati!

4. La regalità sociale di Cristo è dunque di ordine morale e nasce dalla vocazione degli uomini a diventare figli di Dio.
Proprio questa comune figliolanza fa scaturire un nuovo rapporto tra gli uomini, una nuova solidarietà, una giustizia più perfetta, l’esigenza di costruire una società in cui gli uomini, secondo la profezia di Is 2,4, “forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci”, un’era in cui “un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo”, in cui non ci si eserciterà più nell’arte della guerra.

Ti saluto, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo