Quesito

Carissimo padre Angelo,
volevo chiederti un parere sulla validità della cosiddetta Anafora di Addai e Mari. So che il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’unità dei Cristiani ha emanato nel 2001 gli Orientamenti per l’ammissione all’Eucaristia fra Chiesa Caldea (che mi risulta essere pienamente cattolica) e la Chiesa Assira (che mi risulta essere comunque scismatica perché di matrice nestoriana) in cui si dice che “la Congregazione per la dottrina della Fede è giunta alla conclusione che quest’anafora può essere considerata valida”.
Il problema è questo: il mio professore di sacramentaria quando fu emanato questo documento era tutto gongolante, perché diceva che finalmente anche il magistero non riteneva più valida la dottrina tomista e che la presenza reale è una cosa che alla fine nulla ha a che vedere con la dottrina classica che Trento ha sancito dogmaticamente.
Ora io non voglio assolutamente essere uno che non accoglie quelle che sono le direttive della nostra Santa Madre Chiesa, tutt’altro… Ma vorrei capire. Come può essere valida una preghiera eucaristica, cioè come può avvenire la consacrazione del pane e del vino, senza le esplicite parole di Gesù pronunciate nell’ultima cena?
Il documento mi lascia perplesso, perché da una parte afferma che la dottrina cattolica richiede quelle parole per la consacrazione e si citano i vari documenti magisteriali, ma poi dice che l’Anafora di Addai e Mari è valida perché le parole della consacrazione vi si trovano comunque “non in modo coerente e “ad litteram”, ma in modo eucologico e disseminato, vale a dire che esse sono integrate in preghiere successive di rendimento di grazie, lode e intercessione.” Ora io non riesco forse a capire cosa significa, ma io ci ho provato in tutti i modi a leggere l’Anafora di Addai e Mari e trovare le parole della consacrazione disseminate qua e là, ma in modo poco soddisfacente…
La cosa poi che mi lascia ancora più perplesso è che il Consiglio per l’unità dei cristiani sembra lui per primo non credere a quanto dice perché nelle celebrazioni con l’anafora di Addai e Mari a cui partecipano i cattolici bisogna inserire le parole della consacrazione!!! Ma come??? Non ci sono già???? Perché questa inutile ripetizione??? Paura di confondere i cattolici??? Poi ci sarebbero tutte le disquisizioni se l’anafora di Addai e Mari originale avesse o meno le parole della consacrazione, ma a questo punto non mi interessa… Che dire?
Dio ti benedica!
Don …


Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. credo che la Congregazione per la dottrina della fede e il Pontificio consiglio abbiano voluto dire che questa Chiesa assira – che da circa duemila anni ha celebrato l’eucaristia con questa preghiera (anafora) – non sia rimasta priva dell’Eucaristia.
L’anafora di Addai e Mari è un’antica preghiera eucaristica cristiana, caratteristica della Chiesa assira d’Oriente.
È attribuita dalla tradizione a Taddeo di Edessa e a Mari, santi del I secolo e discepoli di san Tommaso apostolo.
Secondo la maggioranza degli studiosi risalirebbe al III secolo.
Ha la peculiarità di non contenere ad litteram le parole dell’istituzione dell’eucaristia da parte di Gesù Cristo (“Questo è il mio corpo”, “questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza…”).
Sono presenti invece sotto forma di lode “in modo disseminato, ossia integrate nelle preghiere di rendimento di grazie, di lode e di intercessione”.

2. Nel 2001 la Chiesa cattolica ha riconosciuto la validità dell’anafora di Addai e Mari sostenuta da una tradizione ininterrotta risalente all’epoca post-apostolica.
Ma non si tratta di un incoraggiamento a seguire questa strada.

3. Mi ha stupito molto il giubilo di alcuni liturgisti perché tutta la riforma liturgica è stata voluta all’insegna di questo: che i segni siano veramente significativi. Ed è giusto.
Ma che cosa c’è di più significativo che ripetere le parole stesse di Nostro Signore, il quale al termine dell’istituzione dell’Eucaristia ha detto: “Fate questo in memoria di me?”.
Mi pare che nel Fate sia sottinteso anche “dite”.

4. Del resto san Paolo quando racconta l’istituzione dell’Eucaristia sembra dirci proprio quello che si faceva in tutte le comunità da lui istituite: “Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me” (1 Cor 11,23-25).

5. Questo è anche quanto deriva dalla Tradizione della Chiesa.
S. Ambrogio, che ne è un insigne testimone, scrive: “La consacrazione si fa con le parole e le affermazioni del Signore Gesù. Infatti con tutte le altre parole si loda Dio, si supplica per il popolo, per i re, per tutti gli altri. Ma quando compie il venerabile sacramento, il sacerdote non si serve più delle proprie espressioni, bensì delle parole di Cristo. Perciò è la parola di Cristo che compie questo sacramento”.
E “se tanta è la forza della parola del Signore Gesù da far esistere ciò che prima non esisteva, quanto più agirà sulle cose esistenti e le cambierà in altre? Così quello che era pane prima della consacrazione, è ormai corpo di Cristo dopo la consacrazione, perché la parola di Cristo muta la creatura” (S. Ambrogio, De Sacramentis, 4,4).

6. Allora si comprende perché la Chiesa cattolica abbia affermato che “in virtù dell’istituzione di Cristo celebra validamente solo colui che pronuncia le parole consacratore” (“ex institutione Christi, ipse solus valide celebrat, qui verba consecratoria pronuntiat”; decreto del S. Ufficio del 23.5.1957. Cf. DS 3928).

7. C’è da augurarsi che anche la Chiesa assira ricuperi nella celebrazione dell’Eucaristia le parole usate da Nostro Signore, il quale dopo averle proferite ha soggiunto: “Fate questo in memoria di me”.

Ti auguro ogni bene e ti ricordo al Signore.
Padre Angelo