Buongiorno Padre,
sono felicemente sposato e padre di due bambini. Nei nostri rapporti facciamo uso del preservativo in quanto al momento non abbiamo la possibilità economica di poter accogliere un’altra creatura: tra l’altro l’arrivo di un terzo figlio costringerebbe mia moglie a licenziarsi e io non ho entrate sufficienti per fare fronte a questo scenario. Siamo consapevoli della situazione di grave irregolarità e ho provato a proporre a mia moglie di usare i metodi naturali ma non se la sente di usarli, in quanto non reputandoli sicuri (ha i cicli irregolari) le metterebbero ansia in una situazione in cui abbiamo entrambi ritmi veramente pesanti tra il lavoro e la cura dei bambini. Al momento dico quotidianamente il Rosario a cui aggiungo due intenzioni:
1) di liberarci dalla contraccezione: al momento non so come fare, intanto affido con la preghiera questo proposito;
2) per la riuscita di un progetto economico a cui sto lavorando, in modo da avere quella sicurezza con la quale accogliere altre creature che eventualmente Dio vorrà affidarci (insomma “farmi Provvidenza” come ho letto in qualche sua risposta)
Fatta questa lunga premessa ho un quesito da porle: è lecito nella mia condizione fare l’Eucaristia nonostante confessi sempre questo peccato al sacerdote, visto che lo continuo a reiterare?
Durante la confessione ho ricevuto pareri diversi:
– un sacerdote, citandomi l’Amoris Laetitia mi ha detto che la paternità responsabile è mio dovere (e quindi implicitamente non c’è una grave irregolarità);
– un altro mi ha detto che la grave irregolarità c’è ma vista la mia condizione prima di accostarmi all’Eucaristia dovevo recitare l’Atto di dolore;
Vista la mia situazione, in tutta coscienza, io non me la sento di ricevere il Corpo di Cristo con il pericolo, anche minimo, di profanarlo; per cui pensavo di non accostarmi più all’Eucaristia fino a che non verrò liberato da questa piaga e nel frattempo fare quotidianamente la Comunione Spirituale (come già faccio ora).
In attesa di una sua risposta le auguro ogni bene e prego Dio di riempirla di benedizioni per la sua vita e per questa sua opera di aiuto nel discernimento.
MP


Carissimo,
1. nelle varie componenti della paternità responsabile vi è anche quella della valutazione delle proprie possibilità economiche.
Questo giudizio, come ha ricordato il Concilio Vaticano II, compete in maniera insindacabile ai coniugi.
Sono essi che sono chiamati a valutare e a decidere coram Domino, e cioè davanti al Signore.

2. Tra le varie componenti vi è anche quella di conformarsi all’ordine morale oggettivo, e cioè alla legge di Dio che indica sempre la strada giusta per agire in modo da conservare ed accrescere la comunione di grazia e la santificazione  della nostra vita.
L’ha ricordato il medesimo Concilio Vaticano II quando ha detto che “i coniugi cristiani siano consapevoli che non possono procedere a loro arbitrio, ma devono sempre essere retti da una coscienza che sia conforme alla legge divina stessa, docili al magistero della Chiesa, che in modo autentico quella legge interpreta alla luce del vangelo” (Gaudium et spes 50).
Amoris Laetitia non ha detto che la paternità responsabile consista nel decidere a proprio talento.

3. Il Concilio in maniera ancora più precisa e puntuale ha affermato: “Quando si tratta di comporre l’amore coniugale con la trasmissione responsabile della vita, il carattere morale del comportamento non dipende solo dalla sincera intenzione e dalla valutazione dei motivi, ma va determinato da criteri oggettivi che hanno il loro fondamento nella dignità stessa della persona umana e dei suoi atti e sono destinati a mantenere in un contesto di vero amore l’integro senso della mutua donazione e della procreazione umana, e tutto ciò non sarà possibile se non venga coltivata con sincero animo la virtù della castità coniugale.
I figli della Chiesa, fondati su questi principi, non potranno seguire strade che sono condannate dal Magistero nella spiegazione della legge divina” (GS 51).

4. Per questo Paolo VI nell’Humanae vitae insegna che “la paternità responsabile comporta ancora e soprattutto un più profondo rapporto all’ordine morale oggettivo, stabilito da Dio, e di cui la retta coscienza è fedele interprete. L’esercizio responsabile della paternità implica dunque che i coniugi riconoscano pienamente i propri doveri verso Dio, verso se stessi, verso la famiglia e verso la società, in una giusta gerarchia di valori” (HV 10).
E aggiunge: “Nel compito di trasmettere la vita i coniugi non sono liberi di procedere a proprio arbitrio, come se potessero determinare in modo del tutto autonomo le vie oneste da seguire, ma, al contrario, devono conformare il loro agire all’intenzione creatrice di Dio, espressa nella stessa natura del matrimonio e dei suoi atti, e manifestata dall’insegnamento costante della Chiesa” (HV 10).

5. Per motivi che ho ripetuto molte volte nell’intimità coniugale è lecito ricorrere ai ritmi di fertilità e di infertilità perché in questo modo ci si comporta come ministri di Dio mentre nella contraccezione ci si fa arbitri del proprio corpo.
Al disegno santo e santificante di Dio si sostituisce il proprio pensiero.
Parimenti ho avuto occasione di ricordare che vi sono metodi che possono essere applicati anche da donne che hanno ritmi irregolari.
Così come ho ricordato che i contraccettivi – se si guarda alla sicurezza – hanno anch’essi la loro fallacia.

6. Detto questo, le soluzioni che ti sono state proposte da coloro che hanno il compito di condurti a santità di vita non sono giuste.
Primo, perché paternità responsabile non significa solo prendere le dovute decisioni, ma anche evitare di sostituirsi al disegno di Dio che ha voluto indissolubilmente congiunti il fine unitivo e il fine procreativo.
Solo in questo modo l’atto di intimità coniugale conserva il suo significato di integro e totale dono di sé.
Il Magistero della Chiesa ricorda che con la contraccezione quell’atto cessa di essere un atto di autentico amore.
L’ha detto Paolo VI nell’Humanae vitae: “Salvaguardando ambedue questi aspetti essenziali, unitivo e procreativo, l’atto coniugale conserva integralmente il senso di mutuo e vero amoree il suo ordinamento all’altissima vocazione dell’uomo alla paternità (HV 12)
Ma l’aveva già detto il Concilio con queste parole: “La Chiesa ricorda, invece, che non può esserci vera contraddizione tra le leggi divine, che reggono la trasmissione della vita, e quelle che favoriscono l’autentico amore coniugale” (GS 51).

7. Secondo, perché come ha insegnato Giovanni Paolo II nell’enciclica Veritatis splendori precetti morali negativi, cioè quelli che proibiscono alcuni atti o comportamenti concreti come intrinsecamente cattivi, non ammettono alcuna legittima eccezione; essi non lasciano alcuno spazio moralmente accettabile per la “creatività” di una qualche determinazione contraria” (VS 67).
Pertanto non si può dire: infine decide la coscienza.
La coscienza ha il compito di scoprire la legge di Dio e di conformare ad essa il proprio comportamento.

  1. Poiché alcuni si ostinano a dire anche che infine decide la coscienza ciò che è bene e ciò che è male (come se la coscienza fosse infallibile e si potesse sostituire a Dio) vale la pena ricordare quanto soggiunge Giovanni Paolo II alla precedente affermazione: “Una volta riconosciuta in concreto la specie di un’azione proibita da una regola universale, il solo atto moralmente buono è quello di obbedire alla legge morale e di astenersi dall’azione che essa proibisce” (VS 67).

9. Dispiace per costoro per la responsabilità che si assumono davanti a Dio.
Ci si domanda se siano consapevoli di quello che dicono e scrivono.
Giovanni Paolo II in un passo saliente del suo magistero si è espresso così: “La prima, ed in certo senso la più grave difficoltà (sul nostro tema), è che anche nella comunità cristiana si sono sentite e si sentono voci che mettono in dubbio la verità stessa dell’insegnamento della Chiesa.
Tale insegnamento è stato espresso vigorosamente dal Vaticano II, dall’enciclica Humanae vitae, dalla esortazione apostolica Familiaris consortio e dalla recente istruzione Donum vitae.
Emerge a tale proposito una grave responsabilità: coloro che si pongono in aperto contrasto con la legge di Dio, autenticamente insegnata dal magistero della Chiesa, guidano gli sposi su una strada sbagliata.
Quanto è insegnato dalla Chiesa sulla contraccezione non appartiene a materia liberamente disputabile tra i teologi.
Insegnare il contrario equivale a indurre nell’errore la coscienza morale degli sposi” (5.5.1987).

10. Per cui è lodevole la tua conclusione e ti fa onore: “Vista la mia situazione, in tutta coscienza, io non me la sento di ricevere il Corpo di Cristo con il pericolo, anche minimo, di profanarlo; per cui pensavo di non accostarmi più all’Eucaristia fino a che non verrò liberato da questa piaga e nel frattempo fare quotidianamente la Comunione Spirituale (come già faccio ora)”.
Io aggiungo con Paolo VI: “E se il peccato facesse ancora presa su di loro, non si scoraggino, ma ricorrano con umile perseveranza alla misericordia di Dio, che viene elargita nel sacramento della Penitenza” (HV 25).
Sì, è meglio andare davanti a Dio e dirgli: ho preferito al mio pensiero  l’autentico magistero della tua Chiesa e l’insegnamento dei Santi Pontefici Giovanni Paolo II e Paolo VI che mi chiedevano con l’autorità da Te ricevuta di obbedirti e di fidarmi nelle vie che a Te conducono più di Te che di me.

Grazie per la tua testimonianza.
Grazie per la limpidezza della tua coscienza che sa riconoscere la voce di Dio.
Alla preghiera per le due cause di cui mi hai parlato aggiungo volentieri la mia e vi benedico tutti.
Padre Angelo