Quesito

Caro Padre Angelo,
mi ponevo una domanda sul rapporto tra umiltà ed autostima.
Si deve considerare peccato il fatto di avere una buona stima ed opinione di sé stessi, o compiacersi dei meriti che sono stati compiuti grazie ai propri sforzi o lavori?
O il semplice pensare queste cose significa automaticamente che si pecca di superbia e di orgoglio?
E’ giusto o sbagliato riconoscere un valore a se stessi in quanto esseri umani e persone con proprie originalità, identità e talenti?
E’ giusto compiacersi di come si è fatti o delle proprie buone qualità umane?
Io penso di si, perchè in fondo una situazione opposta penso proprio che porterebbe ad uno stato di depressione, da cui sto uscendo infatti, pensando che finalmente anch’io valgo.
Il mio dilemma è questo però: se e quando questi atteggiamenti possono sconfinare nella superbia, che è un peccato capitale?
Come si può riconoscere se si sta rischiando di scadere nell’orgoglio?
Spero che mi si capiscano i miei dubbi, mi rendo conto che sono domande un po’ particolari.
Grazie del tempo che vorrà dedicarmi.


Risposta del sacerdote

Carissima,
1. potrebbe identificarsi con l’umiltà il disprezzo dei talenti che il Signore ci ha dato?
Evidentemente no.
Senti che cosa dice Santa Teresa di Lisieux: “Mi pare che, se un fiorellino potesse parlare, direbbe, con gran semplicità, ciò che il Signore ha fatto per lui e non cercherebbe di nascondere i benefici divini. Per falsa modestia, non direbbe: “Sono sgraziato, non ho profumo, il sole ha portato via il mio splendore, la bufera ha infranto il mio stelo” quando riconoscesse in sé tutto il contrario” (MA 10).
Essere umili non significa dire bugie, dire ad esempio che non si è capaci di suonare mentre si è abilissimi. Questa sarebbe falsa umiltà.

2. Santa Teresina era consapevole dei doni che il Signore le aveva dato, riconosceva che il Signore aveva illuminato la sua anima e che le aveva dato l’esperienza degli anni.
Scrive: “Preferisco convenire semplicemente che l’Onnipotente ha fatto grandi cose nell’anima di colei che è figlia della sua divina Madre, e la più grande è di averle mostrato la sua piccolezza, la sua impotenza” (MA 274).

3. Essere umili significa dunque riconoscere i beni di natura e di grazia che possediamo e anche quelli che sono frutto della nostra intraprendenza.
E tuttavia di questi beni non ce ne dobbiamo vantare come se fossero esclusivamente nostri: “Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi ricevuto?” (1 Cor 4,7).
“Perciò chi si vanta, si vanti nel Signore” (1 Cor 1,31).

4. Mettendosi a scrivere la storia della propria anima, Santa Teresina è consapevole di dover elencare le grazie che il Signore le aveva fatto, a cominciare da quella di aver avuto degli incomparabili genitori.
Ma tutti i beni che ha ricevuto e tutte le azioni buone che ha compiuto li chiama “grazie” e “misericordie del Signore”.

5. Anche la Madonna, che è sta la più umile di tutte le creature, nel Magnificat dice: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore perché ha fatto grandi cose in me l’Onnipotente e santo è il suo anime. Egli ha guardato all’umiltà della sua serva” (Lc 1,47.49.48).

6. Certo è facile per noi inorgoglirci e per questo è necessario domandare continuamente l’umiltà a Dio.
Ecco una bella preghiera composta da Santa Teresina per una sua consorella per ottenere l’umiltà:

“Gesù, quando eravate pellegrino sulla terra avete detto: «Imparate da me che sono mite ed umile di cuore e troverete riposo alle anime vostre» (Mt 11.28).
O potente Sovrano dei cieli, sì, l’anima mia trova riposo nel vedervi, rivestito della forma e della natura di schiavo, abbassarvi fino a lavare i piedi dei vostri apostoli. Mi rammento allora delle parole che avete proferito per insegnarmi a praticate l’umiltà: «Vi ho dato l’esempio, affinché anche voi facciate come ho fatto io. Il discepolo non è da più del Maestro… Se voi comprendete ciò, sarete beati mettendolo in pratica» (Gv 13,15-17).
Le comprendo, o Signore, queste parole uscite dal vostro Cuore mansueto ed umile, le voglio mettere in pratica con il soccorso della vostra grazia.
Voglio umilmente abbassarmi e sottomettere la mia volontà a quella delle mie consorelle, non contraddicendole in nulla e senza cercare se hanno o non hanno diritto di comandarmi. Nessuno, o mio Diletto, aveva tale diritto su di voi, e tuttavia avete obbedito, non soltanto alla santa Vergine e a san Giuseppe, ma anche ai vostri carnefici. Ora è nell’Ostia che vi vedo portare al colmo i vostri annientamenti. Quale umiltà, divino Re di gloria, nel sottomettervi a tutti i vostri sacerdoti senza fare alcuna distinzione tra coloro che vi amano e coloro che, ahimé, sono tiepidi o freddi nel vostro servizio! Alla loro chiamata voi discendete dal cielo; essi possono anticipare o ritardare il tempo del santo sacrificio: voi siete sempre pronto!
O mio Amato, come mi apparite mite ed umile di cuore sotto il velo dell’ostia candida! Non potete abbassarvi maggiormente per insegnarmi l’umiltà: per corrispondere all’amor vostro, voglio anch’io desiderare che le mie consorelle mi mettano ognora all’ultimo posto e persuadermi sinceramente che è questo che mi è dovuto.
Vi supplico, Gesù, di mandarmi una umiliazione ogni qualvolta cercherò di elevarmi al disopra delle altre.
Lo so, o mio Dio, voi abbassate l’anima orgogliosa, ma donate una eternità di gloria a quella che si umilia. Io voglio perciò mettermi all’ultima fila, condividere le vostre umiliazioni per «aver parte con voi» (Gv 13,8) nel regno dei cieli.
Voi però, o Signore, conoscete la mia debolezza: ogni mattino prendo la risoluzione di praticare l’umiltà e alla sera riconosco che ho commesso ancora ripetuti falli di orgoglio. A tale vista sono tentata di scoraggiamento; ma capisco, anche lo scoraggiamento è effetto d’orgoglio. Voglio quindi, mio Dio, fondare la mia speranza su voi solo: giacché tutto potete, degnatevi far nascere nell’anima mia la virtù che desidero. Per ottenere questa grazia dall’infinita vostra misericordia, vi ripeterò spesso: «Gesù, mite ed umile di cuore, fate il mio cuore simile al vostro»!”. (16 luglio 1897).

Ti saluto, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo