Quesito

Carissimo Padre Angelo,
non le scrivevo da tempo, ma mi fa molto piacere scriverle nuovamente.
Le scrivo per condividere con lei una mia riflessione, chiederle un parere. 
Come tutti sappiamo, in Italia, e anche all’estero, sono numerosi i casi di femminicidio. Fatti veramente esecrabile e da condannare senza appello.
Tuttavia, io vado un po’ contro corrente e forse ho delle idee oramai superate, ma penso che i casi di femminicidio si potrebbe ridurre, anche in modo significativo, se le persone, maschi e femmine, nessuno escluso, mettessero in pratica ciò che la Chiesa ha sempre insegnato, vale a dire che i rapporti sessuali è opportuno averli solo dopo il matrimonio. Prima ci si sposa e soltanto dopo i coniughi si donano interamente l’uno all’altra e viceversa.
È una presa di posizione che al giorno d’oggi urta un po’ con la mentalità corrente, ma sono convinto del fatto che le cose stiano così. Lei cosa ne pensa?
Un caro saluto e una preghiera.
Cristino


Risposta del sacerdote

Caro Cristino,
1. credo che tutti siano d’accordo nel riconoscere che il femminicidio è un fenomeno esecrabile.
Tuttavia non credo che sia sufficiente ricordare che i rapporti sessuali vadano fatti dopo il matrimonio.

2. Sotto questo aspetto l’insegnamento della Chiesa è ancora più netto: non dice che è opportuno averli solo dopo il matrimonio, ma che si devono avere solo dopo il matrimonio.
L’insegnamento del Catechismo della Chiesa Cattolica è chiaro: “L’atto sessuale deve aver posto esclusivamente nel matrimonio; al di fuori di esso costituisce sempre un peccato grave ed esclude dalla Comunione sacramentale” (CCC 2390).

3. Dobbiamo tuttavia riconoscere che l’insegnamento della Chiesa in materia è vox clamantis in deserto (voce che grida nel deserto, cf. Mt 3,3).
Talvolta lo è anche, purtroppo, anche all’interno della stessa Chiesa.

4. Di che cosa allora c’è bisogno per arrestare questo fenomeno che nonostante i molti proclami e gli stracciamenti di vesti continua? E non soltanto continua, ma sembra crescere?
C’è bisogno di una autentica educazione sessuale, vale a dire di una autentica educazione alla vita affettiva.
Finché per amore si intende il possesso ludico dell’altro e di questo possesso ludico se ne fa un’industria (si pensi ad esempio alla produzione pornografica), non si può sperare in un’inversione di marcia.

5. L’autentica educazione sessuale non è quella che mira al possesso ludico dell’altro e che di fatto molto spesso si esaurisce nell’attenzione alle tecniche contraccettive, ma è quella che educa al rispetto di sé e dell’altro e di ciò che di grande è racchiuso nella sessualità e nei suoi atti e che consiste in definitiva nella donazione vicendevole di sé che, in quanto tale, è irrevocabile.
Quando infatti ci si dona in totalità, non ci si appartiene più. In qualche modo ci si espropria e si vive con l’altro, anzi, l’uno e per l’altro e per sempre.

6. Ora quest’educazione comporta la capacità di essere signori delle proprie inclinazioni e dei propri istinti sia in questo ambito sia in tutti gli altri.
Ora non si diventa signori delle proprie pulsioni senza una certa disciplina dei sensi e dello spirito.
Questo lo capiscono a tutti e a questo è diretta l’educazione in tutti gli ambiti della vita.

7. Per educare in maniera retta si richiede la consapevolezza di conoscere l’obiettivo della vita presente e le risorse cui attingere per attuare tale signoria.
A questo proposito è della massima importanza l’affermazione di Sant’Agostino: “Non fiunt boni filii hominum nisi effecti filii Dei” (non diventano buoni i figli degli uomini se non diventano figli di Dio). 
Diventare figli di Dio significa attendere all’obiettivo per cui siamo stati creati: la santità, la comunione con Dio che è il fine di tutte le cose, anche della sessualità e della vita affettiva.
E significa anche attingere alle risorse della grazia perché soprattutto in quest’ambito non sono sufficienti le risorse umane.
È  necessaria pertanto quella “santimonia“, e cioè quella purezza e santità di vita di cui parla la Sacra Scrittura, senza la quale nessuno può vedere Dio” (Eb 12,14).

8. Ma chi è disposto a fare questo percorso?
Finché si continua a dire “il corpo è mio e ne faccio quello che voglio io”, senza accorgersi che tale affermazione è falsa perché né ci siamo dati da noi stessi e né ci conserviamo nell’esistenza da noi stessi e finché si misconosce l’obiettivo trascendente per cui siamo stati creati, si rimane nella logica fallimentare di chi vuole “la botte piena e la moglie ubriaca”.
È una delle tante contraddizioni della nostra società: da una parte condanna giustamente determinati comportamenti e dall’altra rivendica come un diritto la mentalità che li genera.
Mi hai chiesto qual è il mio pensiero. Ecco è proprio questo.
Ti ringrazio per avermi provocato questa riflessione, ti auguro ogni bene, ti benedico e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo