Quesito

Caro Padre Angelo,
Desidero porle la seguente domanda. Un mio parente sostiene che se una persona si confessa e comunica nelle forme stabilite dalla Chiesa e subito muore, va immediatamente in Paradiso. Non mi sembra che sia così ….. Cosa servono allora le indulgenze?
Grazie per una sua delucidazione.
Giuseppe


Risposta del sacerdote

Caro Giuseppe,
1. si va subito in Paradiso se l’anima in stato di grazia è perfettamente monda e purificata.
L’Apocalisse ricorda che nella Gerusalemme celeste e cioè in Paradiso “non entrerà nulla d’impuro” (Ap 21,27).
Ora la Chiesa è convinta, a meno che il pentimento non sia stato così grande da bruciare ogni inclinazione al male, che anche dopo la confessione sacramentale rimangono in noi – sebbene attutite – quelle predisposizioni che precedentemente ci avevano inclinato a compiere il male.
Ti porto un esempio in parole molto semplici: se uno era curioso o pettegolo prima della confessione, rimane con queste inclinazioni anche dopo la confessione. Magari inizialmente non cade perché è più guardingo, ma un po’ dopo succede che vi ricade di nuovo.
Ed è proprio in ordine a questo che la Chiesa ingiunge a chi si confessa una penitenza da compiere.
Questa penitenza non espia i peccati, perché li ha espiati al posto nostro Nostro Signore.
Ma è un impegno a combattere le cattive inclinazione rimaste.

2. Giovanni Paolo II in Reconciliatio et paenitentia ricorda un triplice  significato delle opere penitenziali comandate dal confessore.
Per il nostro caso vale riportare il terzo: “(le opere della soddisfazione) ricordano anche che dopo l’assoluzione rimane nel cristiano una zona d’ombra, dovuta alle ferite del peccato, all’imperfezione dell’amore nel pentimento, all’indebolimento delle facoltà spirituali, in cui opera ancora un focolaio infettivo di peccato, che bisogna sempre combattere con la mortificazione e la penitenza. Tale è il significato dell’umile, ma sincera soddisfazione” (RP 31,III).
Come vedi il Papa menziona molti motivi per cui anche dopo la confessione non siamo perfetti.

3. Parla anzitutto di una “zona d’ombra, dovuta alle ferite del peccato”.
Gesù dice: “In verità, in verità io vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato” (Gv 8,37).
Rimane dunque una dipendenza, una ferita.

4. Parla di “imperfezione dell’amore nel pentimento”.
Qui è necessaria un po’ d’umiltà. Usciti dal confessionale rimangono attaccamenti alle nostre debolezze e freddezze nei confronti di Dio e del prossimo.
Insomma non siamo e non usciamo dal confessionale perfettamente santi.

5. Parla di “indebolimento delle facoltà spirituali”.
Giovanni Paolo II aveva detto che il peccato “finisce col rivolgersi contro l’uomo stesso, con un’oscura e potente forza di distruzione” (RP 17).
E indica specificamente l’indebolimento della volontà e l’offuscamento della ragione.
Potrei dire che dal confessionale ne usciamo, sì, guariti, ma come dei convalescenti.
Ricorderai l’episodio della risurrezione della figlia di Giaro. Dopo averla risuscitata il Signore comanda di darle da mangiare. La ragazza era guarita, era risorta, ma era in stato di debolezza (Lc 8,55).

6. Infine il papa parla della presenza di un “focolaio infettivo di peccato, che bisogna sempre combattere con la mortificazione e la penitenza”.
Come vedi, non siamo del tutto puri dopo la Confessione.
E la stessa cosa avviene anche per la Comunione.

7. Se invece ne uscissimo totalmente purificati la Chiesa dovrebbe dire che chi muore subito dopo aver ricevuto i sacramenti della fede cristiana (confessione ed Eucaristia) non ha bisogno di suffragi. Anzi dovrebbe proibire di farli.
Ma il convincimento della Chiesa non è questo. Né questo era il convincimento dei santi. Penso a Giovanni Paolo II il quale nel suo testamento spirituale chiede Messe e Messe di suffragio.

Ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo