Quesito

Caro padre,
rinnovo anche io i miei complimenti per questa interessante rubrica che Lei cura con grande disponibilità. Le vorrei porre alcune domande, se Lei ha tempo di rispondere.
Premetto che ho grandissimo rispetto per quanti nella Chiesa compiono la loro missione con altruismo e dedizione, per quanti mettono la fede e la loro scelta di vita al servizio dell’Altro. Riconosco anche che su molti temi la morale cristiana ha contribuito non poco a formare la nostra società quale la conosciamo, e che lo stesso concetto di un Dio che si fa uomo e viene fra noi è davvero una cosa preziosa, che fa del Cristianesimo un vero promotore della speranza e della dignità del genere umano. Premetto questo, dico, per sottolineare che la mia lettera a Lei non ha nè intenti polemici nè tantomeno è intrisa di preconcetti di sorta, ma è stata spinta da quella stessa ricerca della verità che tutti noi abbiamo. Io sono ateo, non per imposizione familiare ma per scelta consapevole, maturata durante i miei studi universitari che sono stati di carattere tecnico-scientifico. Sono anche bisessuale, e vivo una relazione con un ragazzo a me coetaneo. Spesso la mia curiosità mi porta a cercare risposte, opinioni, e mi capita sovente di leggere quanto spesso si scrive nei siti di ispirazione cattolica sul tema. Mi è capitato quindi di leggere che l’omosessualità ha carattere promiscuo, che l’omosessuale si sente inferiore agli altri esponenti del proprio sesso, che l’amore che prova un omosessuale è qualcosa di imperfetto. Fermo restando che so bene quale è la posizione della Chiesa in materia, le volevo esporre il mio caso. Io e il mio partner siamo fedeli l’un l’altro e abbiamo una qualità del dialogo tra di noi che raramente ho ritrovato perfino nei rapporti eterosessuali. Lui è un ragazzo molto in gamba, molto preso dal suo lavoro e molto serio. La nostra vita sessuale è anche abbastanza casta, se così si può dire, nel senso che non ci incontriamo col solo fine di avere rapporti, e spesso non lo facciamo. Siamo entrambi lontani da quello stereotipo di omosessualità che spesso i media ci propinano, e devo dire che nella mia esperienza nel mondo omosessuale raramente ho trovato persone di quel tipo. Più spesso normalissimi ragazzi con un normalissimo comportamento e modo di relazionarsi con gli altri, io stesso ho amici in prevalenza maschi con i quali mi relaziono normalmente. Non penso di avere sentimenti di inferiorità rispetto agli altri, almeno non da quando ho accettato questo aspetto di me stesso, scoprendo anche con l’esperienza che gli omosessuali non sono persone spregevoli o quelle "macchiette" che magari sono la loro rappresentazione nell’immaginario collettivo, ma ragazzi come gli altri che spesso, dovendo affrontare fin da piccoli questa loro particolarità, sviluppano una forza interiore davvero notevole. Non mi posso nemmeno definire promiscuo, e non lo sono mai stato. Il mio ragazzo, anche lui bisessuale, ha sì avuto un periodo di esperienze sessuali molto intense, ma adesso ha deciso di cercare qualcosa di più, e sono felice che l’abbia trovato in me. Io non ho la pretesa che l’affetto reciproco che proviamo sia qualcosa di perfetto, ma non penso nemmeno che sia negativo, per quanto tutti i giorni mi aiuti ad affrontare la vita. E quindi questa è la mia prima domanda, che vuole essere, spero, un’occasione di confronto: quanto può essere vero che certi pregiudizi pesino sul giudizio di questa condizione? E poi, possiamo davvero dire che non ci siamo aspetti positivi nell’amore e nel rispetto che ci possono essere in un rapporto omosessuale?
E qui viene la seconda parte di questa mia lettera, in cui cercherò di spiegarLe una mia esperienza passata che mi ha fatto molto pensare. Anni fa ho conosciuto un ragazzo della mia vecchia cerchia di amici (con il quale,  premetto, non c’è stato alcun intento da parte mia di natura sessuale, nè il gruppo che frequentavamo veniva dal mondo gay), e quella conoscenza è stata proprio la ragione che mi ha fatto allontanare da quel gruppo. Era un ragazzo cattolicissimo, che viveva la sua religiosità con uno zelo quasi ossessivo, come se dovesse espiare chissà che colpe. Assisteva il parroco di una nota chiesa della mia città, nella quale (con scarso successo) tentava di portarmi la domenica. Col passare del tempo, mi sono accorto che aveva atteggiamenti equivoci con la maggior parte di noi ragazzi, toccando le parti intime col pretesto del "gioco". Era una cosa estremamente volgare ed invadente, che strideva col suo "slancio missionario", se così lo possiamo chiamare. Era anche parecchio ossessivo nel cercare continuamente uno di questi miei amici, il quale era eterosessuale ed aveva una ragazza, e non so per quale misteriosa pazienza ne tollerasse l’invadenza. E perciò le chiedo: agli occhi della chiesa un simile atteggiamento è giustificabile dalla sola fede? O piuttosto in simili esempi ci si crea un alibi nella fede stessa per vivere la propria omosessualità con il dovuto equilibrio psichico? Sono più colpevole io che, ateo, vivo questa storia con altro ragazzo, o lui che, credente, molesta le altre persone? Mi rendo conto che la risposta non è semplice, spero che con questi miei (lunghi, e mi scuso) aneddoti sia riuscito a esprimere adeguatamente il problema.
La ringrazio molto per il suo tempo e la disponibilità
(segue il nome)


Risposta del sacerdote

Carissimo,
mi complimento anzitutto per la pacatezza del tuo ragionare. Ho letto con vero interesse la tua email, che senz’altro aiuta ad aver maggior rispetto per gli omosessuali.

1. Comincio dal fondo e cioè dal ragazzo “cattolicissimo”, che però non manca di invadenza e non teme di insidiare e provocare.
Omosessuali del genere – penso che tu ne convenga – sono una mina vagante.
Se io fossi parroco, cercherei di tenerlo lontano il più possibile dall’ambito della vita parrocchiale, soprattutto dei ragazzi, e cercherei di tenerlo lontano anche da me, perché non si dica che il parroco lo stima, ecc…

2. Non intendo giudicare la qualità della fede di quel ragazzo “cattolicissimo”. Non potrei farlo e i cuori li scruta solo Dio.
Mi permetto però di osservare che almeno oggettivamente vive nell’impurità e col suo comportamento stimola altri a fare altrettanto.
Inoltre posso solo dire  – sempre astenendomi da giudizi sulle singole persone –  che l’impurità spegne il gusto delle cose di Dio e impedisce quella vera interiorità che si esprime nel gusto della Parola di Dio e nel permettere a Cristo di invadere con  la sua grazia e i suoi sentimenti il nostro cuore.

3. Ne ho conosciuti e ne conosco anch’io omosessuali, cosiddetti credenti, praticanti e anche qualcosa d’altro.
Ma in loro – parlo di quelli che hanno pratica omosessuale – noto una costante: comunicano poco o niente di spirituale, forse qualche volta sono innamorati di riti e qualcosa d’altro, ma la sostanza della vita cristiana mi pare che a loro sfugga.
Quando si mettono a parlare di Cristo e del suo vangelo la loro parola è vuota, non riscalda nessuno, perché anzitutto non riscalda il loro cuore che è occupato da qualcosa d’altro. Faranno talvolta svolazzi culturali, che faranno dire a chi li ascolta: “ma guarda che persona colta”, ma non avvicinano a Cristo e non innamorano di Cristo neanche di un unghia.
Spesso scambiano il Vangelo con un messaggio di ordine politico o sociale e riducono la vita cristiana a questo.
Per carità, il cristiano deve impegnarsi anche socialmente. Ma la vita cristiana non  può essere ridotta a questa.
Ho l’impressione che talvolta si possa dire di taluni di loro quanto ha detto il Signore: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci” (Mt 23,13).
Non entrano nel mistero e non introducono gli altri perché per primi non ne fanno l’esperienza.

4. Rimane sempre vero quello che dice la Sacra Scrittura: “Quelli infatti che vivono secondo la carne, pensano alle cose della carne; quelli invece che vivono secondo lo Spirito, alle cose dello Spirito. Ma i desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace. Infatti i desideri della carne sono in rivolta contro Dio, perché non si sottomettono alla sua legge e neanche lo potrebbero. Quelli che vivono secondo la carne non possono piacere a Dio” (Rm 8,5-8).
Per non  equivocare sul termine carne, so bene che la parola “carne” nella Sacra Scrittura ha molteplici significati.
Ma ha anche quello comunemente inteso. Lo ricorda l’autorevole commento alla Bibbia di Gerusalemme al passo citato di San Paolo: “Paolo insiste particolarmente sulla carne come sede delle passioni e del peccato, votata alla corruzione e alla morte al punto da personificarla come una forza del male, nemica di Dio (Rm 8,7s) e ostile allo Spirito (Rm 8,4-9.12s)”.
Di qui il male immenso che alcuni omosessuali “credenti, praticanti e qualcosa d’altro”, fanno alla Chiesa e di qui anche l’odio che hanno verso gli “spirituali”. Parlo di odio, perché ormai non capiscono più che cosa ci sia di male nella loro condotta e trovano “disumano” l’insegnamento della Chiesa e dei loro confratelli.
Penso ad un tale “credente, praticante e qualcosa d’altro”, le cui lettere piene di livore contro il Card. Ratzinger su questo argomento venivano pubblicate su certe riviste cattoliche, e che è poi miseramente finito in prigione per quello che ha fatto che, secondo il senso comune, costituisce ancora una grave perversione e anche un delitto.

5. Ma ormai mi sono diffuso troppo su questo.
Vengo a te, la cui condotta, come tu stesso lo riconosci, non è secondo Dio e il Magistero della Chiesa e di fatto ti trovi “senza Dio”, ateo.
Mi dispiace moltissimo che tu sia “senza Dio”: senza Dio come punto di riferimento.
Quel Dio che ha fatto dire agli uomini da lui ispirati: “Dio è luce e in lui non vi sono tenebre” (1 Gv 1,5), per te è diventato tenebra, non ha niente da dirti, niente da comunicarti.
Ma non è Lui che in questo momento ti fa passare di istante in istante nell’esistenza? Non è lui che ti mantiene la capacità di pensare e di volere?
Lo sai bene che la tua vita non è nelle tue mani e che ti può essere tolta in qualsiasi momento.

6. C’è qualcosa in te e nella tua condotta che mi fa bene sperare: non ti vedo travolto dalla lussuria. Anzi, la comunione e la condivisione spirituale è ciò che ti interessa maggiormente.
Mi chiedi se ritenga del tutto sbagliata la tua convivenza omosessuale dal momento che tu vi trovi qualcosa di costruttivo. Vi è amore, rispetto, condivisione.
Io a questo punto farei una distinzione: l’amore, il rispetto vicendevole e la volontà di condividere non sono propri dell’omosessualità, ma dell’amicizia.
Quante amicizie autentiche si coltivano anche con persone dello stesso sesso, senza essere omosessuali.
In quante famiglie non si trova nel marito o nella moglie quella condivisione spirituale che si sperimenta con altre persone, sposate o non sposate dello stesso sesso! Ma con questo non si diventa omosessuali per forza.

7. Ora ti domando con la medesima pacatezza con la quale mi hai scritto: il rispetto e l’amicizia con colui che attualmente è il tuo partner non possono essere vissuti intensamente e sempre meglio anche senza convivenza e pratica omosessuale?
La convivenza e la pratica omosessuale aggiungono qualcosa a questo oppure lo offuscano in qualche modo?

8. Un documento del Magistero della Chiesa scrive: “Come accade per ogni altro disordine morale, l’attività omosessuale impedisce la propria realizzazione e felicità, perché è contraria alla sapienza creatrice di Dio. Quando respinge le dottrine erronee riguardanti l’omosessualità, la Chiesa non limita ma piuttosto difende la libertà e la dignità della persona, intese in modo realistico e autentico” (Homoxessualitatis problema 7).
Un docente di teologia morale ha scritto: “La gratificazione omosessuale in ultima analisi viene sentita come inadeguata. Essa si accompagna spesso a sentimenti di frustrazione e di depressione” (k. peschke, Teologia morale, p. 577).
Credo che anche tu convenga su questo: gli organi sessuali, o meglio le persone, sono fatti e sono fatte per congiungersi in maniera omosessuale?
Non c’è forse nell’attività sessuale compiuta secondo natura un disegno più alto e misterioso che rivela nello stesso tempo la grandezza di quell’unione?
Se i tuoi genitori, anziché sposarsi, avessero fatto pratica omosessuale, saresti al mondo? E non è preziosa la tua vita?

Ti ringrazio per l’attenzione.
Sono contento di ricordarti nelle mie preghiere e di darti la mia benedizione, con l’augurio che ti possano portare – lo dico senza reticenze – all’unione con Colui che ti ha creato, che ti tiene in vita e che è il tuo ultimo fine, perché solo Lui sazia e tutto quello che è meno di Lui non sazia.
Ti saluto fraternamente.
Padre Angelo