Quesito

Caro Padre Angelo,
volevo innanzitutto ringraziarla per il sublime apostolato che svolge sulla rete rispondendo ai vari quesiti che ogni giorno le vengono rivolti.
Io avrei bisogno di alcune delucidazioni per quanto riguarda la vocazione alla vita religiosa:
1) modalità per discernere la veracità della vocazione
2) come capire se si è chiamati al sacerdozio oppure alla semplice vita consacrata
3) cosa comporta fare parte di un ordine, istituto o congregazione
4) come identificarsi nel carisma di un ordine e presentazione dei carismi degli ordini religiosi principali.
La ringrazio anticipatamente con la mia preghiera.


Risposta del sacerdote

Carissimo,
rispondo volentieri alle tue domande.

1. Circa la prima: per vocazione s’intende la chiamata di Dio ad un particolare stato di vita.
Ebbene Dio quando chiama una persona ad un determinato compito le dà sempre tutte le qualità necessarie per poterlo espletare.
Si tratta di qualità naturali e anche di qualità infuse insieme con la grazia.
Tutto questo si esprime concretamente attraverso le inclinazioni e le attitudini di una persona.

2. Qui per vocazione noi intendiamo la chiamata del Signore ad un particolare stato di vita, quello del sacerdozio o della vita consacrata.
Ebbene, anche qualora vi fosse una voce o una chiamata speciale come avvenne nel caso di San Paolo, tali inclinazioni e attitudini rimangono sempre il presupposto per discernere una vera vocazione.
La grazia non sostituisce la natura, ma la sana e la eleva, come ricorda San Tommaso.

3. A questo si deve aggiungere anche una certa attrazione o trasporto e un certo gaudio nel pensarsi a servizio totale di Dio per portarlo nel cuore degli uomini e per portare gli uomini nel cuore di Dio.
Quando ci si sente chiamati per nome, istintivamente ci si volta verso la persona che chiama.
Questo volger lo sguardo è la prima risposta alla chiamata.
E poiché la si sente fatta in qualche modo sulla propria misura ci si sente contenti, gioiosi.

4. Desidero sottolineare l’importanza del pensare a se stessi come a totale servizio di Dio.
Questo è il motivo principale della vocazione.
Essa fin dall’inizio si esprime nella determinazione di stare insieme con il Signore nella preghiera, nella partecipazione all’Eucaristia, nell’ascolto gioioso della sua parola, nell’impegno all’interno della comunità cristiana.
Sarebbe indubbiamente brutto segno la mancanza di quest’attrazione o questo trasporto soprannaturale per Dio e per il prossimo.
Talvolta capita di vedere in taluni che entrano in seminario e poi diventano sacerdoti l’assenza di questo trasporto soprannaturale. Ci si domanda perché abbiano intrapreso questa strada. Non di rado danno l’impressione di essere persone che per la loro condizione hanno intravisto il sacerdozio come l’unica strada per sistemarsi. Ma questa non è vocazione.

5. All’attrazione e allo stile di vita che si è intrapreso si deve aggiungere il discernimento sulla propria vocazione.
Tale discernimento si attua attraverso molta preghiera perché è per mezzo della preghiera che il Signore ha stabilito di accordare la grazia per conoscere la sua volontà: “Quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono” (Lc 11,13).

6. Oltre la preghiera è necessario farsi aiutare da un buon confessore o direttore spirituale.
Quattro occhi vedono meglio di due. Soprattutto gli occhi del confessore o del direttore spirituale sono occhi capaci di dare utilissime indicazioni, sia a motivo dell’esperienza acquisita sia per le grazie di stato che li accompagnano.
Le loro indicazioni sono così preziose che se essi dicono di lasciar perdere, di soprassedere per il momento o di andare avanti si deve loro l’obbedienza come la si deve a chi parla in vece di Dio.

7. La seconda domanda chiede: “come capire se si è chiamati al sacerdozio oppure alla semplice vita consacrata”.
Anche qui vale il discorso fatto per le inclinazioni, le attitudini e le attrazioni.
Si deve verificare se uno è “tagliato” per diventare prete diocesano, e cioè in cura d’anime come parroco, viceparroco o altro del genere…
O se invece è “tagliato” per un genere di vita più confacente al carisma di un particolare ordine o istituto religioso e per mezzo di questo carisma servire Dio e la Chiesa come sacerdote o semplice religioso.
In alcuni, ad esempio, si vede in maniera molto chiara che non sono fatti per la parrocchia, ma per il convento o per un particolare istituto.
Come vedi, ritorna il discorso delle inclinazioni, delle attitudini e delle attrazioni e del loro discernimento.

8. Mi chiedi ancora: cosa comporta far parte di un ordine, istituto o congregazione
Far parte di un ordine, di un istituto o congregazione comporta anzitutto una certa attitudine alla vita comune.
Essa a sua volta richiede per gli ordini religiosi la disponibilità a non possedere beni in proprio e per le congregazioni l’accettazione di non amministrare nulla senza il consenso dei superiori.
Comporta anche il vivere all’interno di un convento o di una casa religiosa e ad essere sottomessi all’obbedienza del superiore sia per la mansione da svolgere sia per l’ordinamento della propria vita.
In poche parole comporta la professione dei consigli evangelici che consistono nei voti di povertà, castità e obbedienza per poter seguire Cristo più da vicino, seguendolo nello stesso stile di vita che Egli ha assunto con la sua incarnazione.

9. Per l’ultima domanda: come ci si possa identificare nel carisma di un ordine.
In un primo tempo ci si identifica con l’attrazione e con il dovuto discernimento che si fa prima di entrare in noviziato e soprattutto durante l’anno di noviziato.
Certo, non si presume che col noviziato uno vi si conformi perfettamente.
Si chiede però che mostri di avere le attitudini e la buona volontà di farlo.
La conformazione piena avviene via via durante tutta la vita attraverso le varie mansioni che la Divina Provvidenza assegna.

10. Mi chiedi anche di presentarti il carisma “degli ordini religiosi principali”.
L’aggettivo “principale” è abbastanza equivoco. La principalità degli ordini religiosi non deriva dal loro numero o dalla loro antichità.
Di fatto dobbiamo tenere per certo che il Signore, che è all’origine di ogni singola chiamata, si serve di tutto quello che vuole per portare un giovane ad un istituto piuttosto che ad un altro.
Da un punto di vista umano saremmo portati a dire che si tratta forse di “pura fortuità”.
In realtà non è così.
A posteriori, soprattutto a distanza di anni, si vede che nulla è avvenuto a caso.

Ti ringrazio dei quesiti.
Mi auguro che ti possano interessare direttamente.
Ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo