Quesito

Caro Padre Angelo,
ho scoperto con piacere la rubrica da Lei curata ed è mio desiderio volgerle alcune domande che ogni tanto arrivano o si ripresentano in determinati momenti della vita. Se me lo consente, non voglio scriverle tutte insieme, ma man mano che si presenteranno le porrò in modo da meglio conservarne il ricordo.
Quella che dà un po di tempo mi "perseguita" è di carattere escatologico:
La persona non si identifica come tale per la sua corporeità, ma per ciò che è e per ciò che sarà indipendentemente dal sue essere terreno. Dunque, la persona, a differenza di qualunque altro essere vivente, è costituita da: intelligenza, memoria e volontà. Quindi l’anima, che racchiude questi tre elementi, è la persona stessa anche senza il suo corpo…. giusto?

Ora mi chiedevo questo… Le anime dei trapassati, anche se in grazia di Dio, avendo memoria di se stessi, non soffriranno per i peccati passati, le persone care che non sono presenti, la mancanza dei rapporti con chi si è amato? Mi sono accorto che mia moglie e la moglie di qualche amico, soffriva all’idea che in paradiso "non ci saranno più moglie e marito" e anche la mancanza dei figli e della famiglia, almeno di quello che è il rapporto che per tale intendiamo, verrebbe meno. Insomma, anche a me dispiacerebbe pensare a un’eternità nella quale si passa il "tempo" a cantare lodando Dio (ammesso di meritare la salvezza) vestito di una veste bianca…
(idea standard, anche cinematografica, di come sarà il paradiso…).
Mi piace pensare a un paradiso dove finalmente l’armonia tra le persone sia completa, dove il rapporto con le persone amate sia completo e profondo, dove la persona risorta e quindi ancora uomo, possa vivere quello che non ha potuto nella vita terrena, realizzando se stesso.
Se non fosse possibile continuare quello che facciamo già ora, ovvero cercare di essere "simili" a Dio, creando ogni giorno qualcosa che ci faccia sentire realizzati… non rischiamo la noia eterna?
Spero di essere riuscito a esprimere la mia domanda nei termini corretti, ovvero senza l’intenzione di essere irriverente nei confronti di alcuno, soprattutto di Dio.
La ringrazio anticipatamente per il tempo e per la risposta che mi vorrà dedicare.
Le chiedo ancora un’ultima cosa… una preghiera affinché da lassù riceva un’aiuto per risollevare le mie sorti di buon cristiano, dato che dà un po’ di tempo mi sento interiormente molto arido.
Un caro saluto e una buona Domenica.


Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. vi sono diverse precisazioni da fare attorno alle considerazioni che mi hai proposto.
La prima è questa: è vero che l’elemento che specifica la nostra persona è la nostra anima con le sue facoltà, e cioè con l’intelletto e la volontà (Sant’Agostino vi aggiunge anche la memoria).
Tuttavia la nostra anima non è una sostanza a sé, sebbene sia capace di sussistere anche oltre il discioglimento dal corpo. L’anima viene creta da Dio perché dia vita al corpo.
Pertanto la nostra persona non è costituita solo dall’anima, ma dall’anima unita al corpo.
Questo è così vero che, quando il corpo muore, muore anche la persona e per questo la Chiesa non prega per le persone dei defunti, ma per le anime dei defunti.
Le persone sono morte, mentre sono vive le loro anime, perché sono spirituali e immortali.

2. Una seconda imprecisione che emerge dalla tua mail è quella di pensare all’eternità come ad un tempo che non finisce mai.
È vero che noi siamo portati a pensare così, proprio perché viviamo nel tempo.
Ma l’eternità è specificamente diversa dal tempo.
È un istante che non passa, che non ha passato e non ha futuro.
Qui ci accorgiamo subito della limitatezza dei nostri pensieri e anche del nostro linguaggio. Sicché è necessario tenere presente che delle realtà divine e anche dell’eternità noi conosciamo più quello che non sono che quello che sono.
Per avere un concetto adeguato di eternità bisognerebbe essere nell’eternità.

3. Ciò significa che quando noi parliamo di paradiso e di vita futura dobbiamo essere cauti nel nostro parlare, memori di quanto ricorda la Sacra Scrittura: “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì,né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano” (1 Cor 2,9).

4. Proseguendo nelle tue considerazioni, è vero quanto hai detto e cioè che in cielo giunge a compimento quanto di bene e di santo abbiamo compiuto nella vita di quaggiù.
Allora come con la morte abbandoniamo il corpo fino alla fine del mondo per congiungerci più perfettamente con Dio, così analogamente possiamo dire che con la morte ci separiamo tra di noi per essere ancor perfettamente e intimamente uniti tra di noi. Mi verrebbe dire: per essere più divinamente uniti tra di noi. E questa è senza dubbio l’espressione più giusta.

5. È vero che il Signore ha detto che in paradiso non si prende moglie o marito. E l’ha detto in riferimento ai farisei che trasferivano anche al paradiso le relazioni sessuali.
In paradiso però non si cessa di essere moglie e marito, così come non si cessa di essere padri e madri, figli, fratelli, sorelle, parenti e amici.
Se è vero che in Paradiso saremo perfettamente e divinamente uniti con tutti, questo non esclude una famigliarità più intima con una cerchia più ristretta, quale è stata quella realizzata sulla terra.
D’altra parte anche Dio in paradiso è divinamente e perfettamente unito con tutti i santi. Tuttavia con qualcuno è più intimamente unito a motivo del grado del merito, della gloria e dell’amicizia.

6. Resta il problema di un eventuale dispiacere per coloro che non saranno uniti con noi perché hanno scelto l’inferno.
Tuttavia anche qui non dobbiamo dimenticare che la felicità del Paradiso deriva dalla perfetta conformità del nostro volere con il volere di divino.
E come Dio non vuole le sofferenze di nessuno, neanche quelle dei dannati, ma le permette perché sono state scelte e volute da loro stessi nonostante i suoi continui richiami e benefici, così coloro che si trovano in Paradiso accetteranno questa separazione, ringraziando eternamente Dio di averli costantemente accompagnati con la sua grazia e salvati da pene così gravi.
Certo noi non vogliamo nessuno all’inferno. E più di noi, neanche Dio lo vuole al punto che ha voluto espiare in Cristo ogni peccato per quanto grande.
Ma i dannati rifiutano l’amore del Signore disprezzando la sua misericordia e la sua espiazione.
Sicché nella loro separazione da Dio risplenderà da una parte la sua misericordia e la sua grazia e dall’altra la sua santità e la sua giustizia.
E noi, che ci auguriamo di essere annoverati tra i salvati, diremo: “Sì, Signore, Dio onnipotente; veri e giusti sono i tuoi giudizi!” (Ap 16,7).

7. Sul Paradiso come compimento e continuazione in maniera celeste e non più terrena di quanto di buono e di santo abbiamo compiuto di qua mi piace riportare la bella testimonianza di santa Teresina del Bambin Gesù la quale sul letto di morte ha detto: “Sento che la mia missione sta per incominciare: la mia missione di far amare il Signore come io l’amo, e dare alle anime la mia piccola via. Se Dio misericordioso esaudisce i miei desideri, il mio paradiso trascorrerà sulla terra fino alla fine del mondo. Sì, voglio passare il mio cielo a fare del bene sulla terra. Ciò non è impossibile: nel seno stesso della visione beatifica gli Angeli vegliano su di noi” (17 luglio 1897).
E ancora: “Voglio insegnare alle anime la via dell’infanzia spirituale, il cammino della fiducia e dell’abbandono totale. Voglio insegnar loro i piccoli mezzi che sono riusciti tanto bene a me, dir loro che c’è una sola cosa da fare quaggiù: gettare a Gesù i fiori dei piccoli sacrifici, prenderlo con le carezze” (17 luglio 1897).

Con questa bella speranza per ognuno di noi,m ti saluto, auguro ogni bene, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo