Quesito

Reverendo Padre,
sono Luca, ho 22 anni e negli ultimi anni sto accrescendo e maturando a poco a poco la mia esperienza di fede e sto trovando molte risposte su questioni che in principio non riuscivo così chiaramente a comprendere. Ma la strada da fare non è mai finita e la nostra vita è sempre un po’ una ricerca costante e continua.
Ultimamente mi ponevo alcune domande su certe posizioni della Chiesa, posizioni che posso comprendere ed accettare, ma che lasciano in me qualche dubbio da chiarire.
1) La prima domanda riguarda la sessualità: all’interno del Matrimonio il rapporto tra i due sposi è descritto dalla Chiesa come un fatto importante e fondamentale, tanto che un rifiuto dell’uno o dell’altra potrebbe costituire un motivo per ottenerne l’annullamento ecclesiastico. Però mi chiedo, se l’uso degli anticoncezionali è "vietato", come si può trovare un giusto equilibrio? La nostra società e le singole famiglie non sono tutte in grado di potersi permettere un numero così elevato di figli che potrebbero derivare da un matrimonio vissuto in questo modo. Cosa è giusto fare in questo caso? E il divieto per l’uso di anticoncezionali vale anche per quei cosiddetti "metodi naturali"?
2) La seconda questione riguarda l’eutanasia e la morte naturale. So che vi è una precisa distinzione tra il rifiuto per un accanimento terapeutico e l’eutanasia.
Ai nostri giorni il progresso della medicina permette di tenere in vita per lunghi anni persone in situazioni veramente difficili…
Ci sono malati che soffrono in stati vegetativi o d’incoscienza attaccati ad una macchina molti anni. Queste persone, in passato, sarebbero morte per cause naturali. Mi chiedevo se, in certi casi, lo "staccare la spina" non potrebbe essere considerato un rifiuto di accanimento terapeutico piuttosto che eutanasia. Qual è il confine esatto tra queste due cose?

Per adesso mi fermo qui, la ringrazio per la sua attenzione e colgo l’occasione per porle i miei auguri di buon Natale!
Le auguro ogni bene nel Signore
Luca


Risposta del sacerdote

Caro Luca,
1. secondo il Magistero della Chiesa l’uso degli anticoncezionali è vietato perché altera il progetto di Dio sugli atti coniugali.
Gli anticoncezionali o contraccettivi hanno una doppia malizia morale.

2. La prima consiste nel fatto che gli sposi non si donano in totalità, perché si riservano di donare la propria capacità di diventare padre e madre.
Proprio per questo tali atti cessano di essere atti di autentico amore, come ricorda il Concilio Vaticano II: “Quando si tratta di comporre l’amore coniugale con la trasmissione responsabile della vita, il carattere morale del comportamento non dipende solo dalla sincera intenzione e dalla valutazione dei motivi, ma va determinato da criteri oggettivi che hanno il loro fondamento nella dignità stessa della persona umana e dei suoi atti e sono destinati a mantenere in un contesto di vero amore l’integro senso della mutua donazione e della procreazione umana, e tutto ciò non sarà possibile se non venga coltivata con sincero animo la virtù della castità coniugale.
I figli della Chiesa, fondati su questi principi, non potranno seguire strade che sono condannate dal Magistero nella spiegazione della legge divina” (GS 51).
Giovanni Paolo II in Familiaris consortio dice: “Così al linguaggio nativo che esprime la reciproca donazione totale dei coniugi, la contraccezione impone un linguaggio oggettivamente contraddittorio, quello cioè di non donarsi all’altro in totalità.
Ne deriva, non soltanto il positivo rifiuto all’apertura alla vita, ma anche una falsificazione dell’interiore verità dell’amore coniugale, chiamato a donarsi in totalità personale” (FC 32c).

2. La seconda malizia morale sta nel fatto che i coniugi alterano l’intrinseco significato di quell’atto che di suo è ordinato a suscitare la vita.
Pio XI nella Casti Connubii aveva scritto: “E poiché l’atto del coniugio è, di sua propria natura, diretto alla generazione della prole, coloro che nell’usarne lo rendono studiosamente incapace di questa conseguenza, operano contro natura e compiono un’azione turpe e intrinsecamente disonesta”
E ancora: “qualsivoglia uso del matrimonio, in cui per l’umana malizia l’atto sia destituito dalla sua naturale virtù procreatrice, va contro la legge di Dio e della natura e coloro che osino commettere tali azioni si rendono rei di colpa grave”.

3. A questo punto sorge la tua domanda: “La nostra società e le singole famiglie non sono tutte in grado di potersi permettere un numero così elevato di figli che potrebbero derivare da un matrimonio vissuto in questo modo. Cosa è giusto fare in questo caso?”
La risposta la trovi nel ricorso ai ritmi di infertilità della donna, quei ritmi che sono alla base dei metodi naturali, i quali non alterano il disegno di Dio e permettono ai coniugi di donarsi in totalità.
Paolo VI nell’enciclica Humanae vitae riconosce la liceità di fruire dei ritmi naturali di fertilità e infertilità: “Questi atti… non cessano di essere legittimi se, per cause indipendenti dalla volontà dei coniugi, sono previsti infecondi, perché rimangono ordinati ad esprimere e consolidare la loro unione. Infatti, come l’esperienza attesta, non ad ogni incontro coniugale segue una nuova vita. Dio ha sapientemente disposto leggi e ritmi naturali di fecondità che già di per sé distanziano il susseguirsi delle nascite” (HV 11).
E aggiunge: “Se per distanziare le nascite esistono seri motivi, derivanti o dalle condizioni fisiche o psicologiche dei coniugi o da circostanze esteriori, la Chiesa insegna essere allora lecito tener conto dei ritmi naturali immanenti alle funzioni generative per l’uso del matrimonio nei soli periodi infecondi e così regolare la natalità senza offendere i principi morali che abbiamo ora ricordato” (HV 16).

4. Questi metodi non sono contraccettivi perché non alterano in nulla il significato del rapporto.
È erroneo anche chiamarli contraccettivi naturali perché non sono contraccettivi.
Mentre invece è contraccettivo il coito interrotto.

5. Nella seconda domanda chiedi quale sia la linea di demarcazione tra accanimento terapeutico ed eutanasia.
Per non equivocare è necessario distinguere bene.
Se per accanimento terapeutico s’intende l’ostinazione inutile nell’evitare ad ogni costo il processo di morte già in qualche modo iniziato, allora rinunciarvi è una cosa lecita e anche buona.
È la stessa cosa che lasciar morire in pace una persona per la quale ogni tentativo di recupero è inutile, senza sottoporla a gravi sofferenze.

6. Ma somministrare cibo e acqua anche per vie artificiali ad un paziente in “stato vegetativo”, “a meno che questi alimenti non possano essere assimilati dal corpo del paziente oppure non gli possano essere somministrati senza causare un rilevante disagio fisico” (Congregazione per la dottrina della fede, 1.8.2007) non è accanimento terapeutico.
Dare cibo e acqua, e anche ossigeno per la respirazione, non è una terapia eccezionale o straordinaria, ma la misura minima di ogni soccorso.
Tanto più che i pazienti in  stato vegetativo possono andare avanti per anni e per decenni e avere anche qualche forma di coscienza, sebbene siano incapaci di manifestarla all’esterno.

7. Per eutanasia invece s’intende por fine all’esistenza umana con un atto positivo che comporta la morte oppure con l’omissione di cure dovute. E questo non è mai lecito.

Ti ringrazio per i quesiti, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo