Quesito

Carissimo Padre Angelo,
Mi chiamo Edoardo e ho 25 anni. Conosco il sito da molto tempo e l’ho sempre trovato utile! Grazie per la costanza che ha per rispondere alle (penso parecchie) richieste che le giungono.
Da alcuni anni sono impegnato nell’Azione Cattolica della mia diocesi, come educatore dei giovani delle Superiori (giornate, campiscuola) e anche come presidente parrocchiale nel mio piccolo paesino.
Questo impegno mi ha portato più volte a mettermi di fronte ai fatti della vita quotidiana cercando di vederli nella giusta ottica: "come farebbe Gesù?", specie per quanto riguarda la convinzione che deve avere chi si assume la grande responsabilità di accompagnare degli adolescenti nel loro percorso di vita e di fede (come venne fatto con me quando io avevo quell’età: in sostanza lo sto vivendo come un restituire ciò che a mia volta avevo ricevuto! Non ringrazierò mai abbastanza Dio per questo).
Perciò, anche in base a quanto auspicato dal Beato Paolo VI nel suo discorso all’AC ("Studiano i nostri cari iscritti? Studiano la Parola di Dio nell’Antico e nel Nuovo Testamento, specie il Vangelo e le lettere di San Paolo? i documenti conciliari? gli atti del magistero pontificio ed episcopale? Siate sempre all’altezza dei tempi, per esser pronti a dar ragione della vostra fede a chi ve lo domandi"), sia personalmente che come gruppo di educatori, ci poniamo sempre come riferimento il magistero per la preparazione delle attività, e dopotutto anche per la nostra formazione personale di Cristiani consapevoli e consci di ciò che comporta la "vita buona del Vangelo".
A volte leggendo qua e là mi capita purtroppo spesso che si finisca a parlare – mi passi la battuta – in "teologhese"; per quanto la dottrina abbia giustamente il suo modo di esprimersi, spesso mi rende (e penso non solo a me) ostico l’approccio, a me che amo essere diretto e concreto. Lei per fortuna è uno di quelli che parlano il giusto in teologhese, e molto in concreto.
Vengo al punto: qualche tempo fa ho letto questo articolo di Padre Francesco Romano: http://www.toscanaoggi.it/Rubriche/Risponde-il-teologo/Perche-l-impotenza-impedisce-il-matrimonio/%28language%29/ita-IT
Lì per lì sono rimasto un po’ interdetto (come anche chi ha commentato il testo, se pur in modo diverso); non metto in discussione né il magistero né il C.C.C., da tempo infatti ho deciso di fidarmi in tutto e per tutto dell’insegnamento della Chiesa, e se ci sono dei punti su cui sono perplesso riconosco che è solo perché non ho ancora capito abbastanza.
E tuttavia uno dei commenti ("Due ragazzi si amano…") mi ha lasciato dubbioso.
Le mie perplessità riguardano la condizione delle persone che purtroppo si trovano di fronte alla negazione del matrimonio religioso per causa di impotenza; mi rendo conto della sofferenza che devono aver provato queste due persone, che indubbiamente erano innamorate l’una dell’altro, e che magari pensando di poter essere un buon papà e mamma avrebbero adottato dei bambini come fanno normalmente le coppie sterili.
Per me è molto duro accettare che "il matrimonio non può dipendere soltanto da un sentimento naturale come l’amore, assai mutevole e imprevedibile per sua natura", però come dicevo prima trattandosi di dottrina mi fido che abbia senso.
Ma allora, non potendosi unire in matrimonio di fronte a Dio, cosa dovrebbero fare dell’affetto che li legava?
Lei dovrebbe abbandonarlo così, d’emblée? E se non volesse rinunciarci? Non mi sentirei di biasimarla.
O lui (immagino già provato anche psicologicamente dalla perdita della virilità) dovrebbe allontanarla fuori dalla sua vita perché, volendo viverla cristianamente, tra loro non potrà mai più esserci il vincolo che desideravano, e dirle di trovare un altro uomo?
Quale sarebbe, nella Chiesa, il destino di una persona che non per sua scelta si ritrova in questa condizione? Di uomo o donna che sentono che potrebbero essere un buon marito, moglie, padre, madre, che magari avrebbero il forte desiderio di formare una famiglia ma che per cause indipendenti dalla loro volontà non potranno farlo in maniera Cristiana? Il ministero ordinato o la consacrazione sono l’alternativa da contrapporre a tanto dolore? Anche se non se ne sente la vocazione? (a questo proposito in realtà ricordo questa sua risposta: https://www.amicidomenicani.it/leggi_sacerdote.php?id=2521)
Sempre e comunque ricordando di affidare le proprie sofferenze a Dio, nella certezza che dal dolore Lui saprà trarne un bene più grande.
A proposito della mancanza di rapporti sessuali nel matrimonio, ho trovato questa sua risposta: E lwww.amicidomenicani.it/leggi_sacerdote.php?id=450 che, parlando della ‘‘consumazione’ e della validità del matrimonio, cita come esempio quello tra San Giuseppe e la Madonna!
Non voglio essere tendenzioso, il cielo me ne scampi, è che sto cercando di capire e per questo magari faccio dei paragoni impropri.

La ringrazio infinitamente per l’aiuto che riuscirà a darmi, e nuovamente per la grande utilità della sua rubrica.
Il Bambino di cui pochi giorni fa abbiamo celebrato la venuta nel mondo la protegga sempre, e faccia diventare anche noi bambini per il regno dei cieli (Mt 18,3)
Con affetto e stima,
Edoardo

Risposta del sacerdote

Caro Edoardo,
1. ho letto la risposta al caso che mi hai indicato.
È una risposta che sotto il profilo canonico è esatta per chi intende celebrare il matrimonio e usufruire dei diritti che da esso promanano.
Questa è la motivazione per cui quando all’interno del matrimonio si scopre quest’incapacità si può impugnare la sua validità.

2. Tuttavia il caso della coppia che mi hai presentato è diverso: lui è stato reso incapace agli atti propri del matrimonio a motivo di un incidente stradale.
Lei, consapevole di questo, accetta di sposarlo ugualmente rinunciando, almeno per ora, alla possibilità dell’amplesso coniugale.

3. Mi pare che il caso sia analogo a quello di una coppia che si sposa e decide concordemente per motivi loro propri di rinunciare agli atti coniugali.
Come a queste persone si dice che il loro matrimoniale è valido ed è indissolubile, e che non può essere impugnato nella sua validità perché di comune volontà hanno deciso di rinunciare ai loro diritti, così la stessa cosa andrebbe detta analogamente per il caso che mi hai proposto.

4. Concretamente quando si pone un caso del genere è necessario procedere con molta cautela.
Qui il matrimonio era già stato fissato e l’incidente era avvenuto da poco.
Può darsi che il Vescovo abbia inteso procedere con molta prudenza sapendo che sul momento, a motivo dell’intensità dei sentimenti, lei accettava di sposare comunque il proprio fidanzato, ma nel contempo abbia temuto sulla tenuta di questo impegno oppure che i due fidanzati stessi abbiano manifestato al vescovo la volontà di lasciasi qualora per lei fosse diventato troppo oneroso un vincolo del genere.

5. Le parole usate dalla curia di Viterbo chiedono di essere prudenti nell’emettere giudizi.
Noi non conosciamo quello che si sono detti i “promessi sposi” e coloro che hanno avuto l’onere di valutare il caso.

6. Di certo c’è quanto ha scritto la nota della curia di Viterbo: “I termini della questione non sono quelli raccontati: a chi di dovere sono state offerte tutte le motivazioni di una realtà che non dipende nè da discrezionalità nè dall’intenzionalità dei soggetti”. Il che è vero: la natura e le finalità del matrimonio non dipendono dalle intenzioni dei soggetti che si sposano, ma dal matrimonio in se stesso e cioè da come è stato inteso dal suo Autore.

7. Nella nota della curia si leggono inoltre parole che si prestano a interpretazioni diverse: “Tutto è stato fatto nella condivisione sincera della situazione e con ogni attenzione umana e cristiana. Il precetto d’amore di Cristo è per noi, sempre, norma di vita, nell’ordinario e nello straordinario”.
Tutto è stato fatto nella condivisione sincera che cosa significa: che è stato detto tutto ai promessi sposi oppure che gli sposi hanno condiviso quanto è stato detto loro?
Sembrerebbe più probabile la prima ipotesi.

8. Ma l’affermazione successiva: Il precetto d’amore di Cristo è per noi, sempre, norma di vita, nell’ordinario e nello straordinario che significa concretamente? Che i promessi sposi sono chiamati a volersi bene senza sposarsi?
Questo non viene detto.
Per questo potrebbe essere probabile un’altra interpretazione: il precetto dell’amore include l’indissolubilità anche nello straordinario, e pertanto non si potrà impugnare la sua validità qualora la situazione diventasse troppo dura.

9. Come vedi, è necessario essere prudenti nell’interpretazione dei fatti.
Del resto chi ha reso nota la faccenda non sono stati gli sposi, i quali sono rimasti nel silenzio. E questo è senza dubbio un segno di condivisione con quanto è stato detto loro dalla curia.
Ne hanno parlato “i familiari” e successivamente i giornalisti, creando volutamente un caso nei confronti dei quali la curia ha manifestato il proprio disappunto, non volendo e non potendo rendere pubblico ciò che era strettamente privato e personale.

10. Questa è dall’esterno la mia interpretazione dei fatti.
E pertanto è doveroso soggiungere “salvo meliori iudicio”, e pertanto pronto a far mia un’interpretazione migliore della norma canonica e della specifica situazione.

11. Non posso però non compiacermi per quanto fai all’interno della Chiesa e per la Chiesa, e cioè per Cristo.
E mi compiaccio anche per la tua volontà di attenerti come norma di comportamento e di insegnamento a quanto la Chiesa ci propone nella sua dottrina. È l’insegnamento di Cristo, di cui non ci può essere nulla di più vero, di più utile e di più salutare.

Ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo