Caro Padre Angelo,
sono un ragazzo di 19 anni che ha incominciato da poco a prendere seriamente la vita cristiana.
A dire il vero ciò è accaduto perché ho paura di finire all’inferno e da qui ho capito che per quanto possa essere misericordioso il Signore, dobbiamo seguire Lui e ciò che ci ha detto per salvarci e vivere eternamente con Lui.
Anche per questo sto cercando in tutti i modi di mettermi nella retta via e prego affinché il Signore mi dia il tempo necessario per convertirmi e raggiungere uno stato di grazia.
Devo dire che il mio desiderio di vedere e vivere con Dio è immenso e penso che sia anche stupido essere schiavi dei piaceri per questi anni della nostra vita che non sono nulla rispetto all’eternità con Cristo (e credo che nulla in questo mondo lo sia).
Ora detto ciò c’è un grande vizio che mi ostacola ogni giorno, ossia quello della pigrizia. Questo mi ha sempre impedito di portare bene a termine qualsiasi cosa, in primis gli studi. Sto cercando quindi di abituarmi ad una vita corretta.
Volevo chiederle se è corretto amare Dio e seguire ciò che lui ci ha insegnato per quello che ho scritto in precedenza?
Non vorrei vedere solo Dio come una convenienza nella mia vita ma vorrei anche capire veramente e con tutto il mio cuore Chi è Dio per me.
La seconda cosa che devo chiederle riguarda il mio vizio.
Dio non ci comanda di essere pigri ed infatti noi siamo stati creati per fare opere buone. Quindi il dovere del cristiano è fare del bene? Don Bosco dice che per non avere paura della morte bisogna fare bene il proprio dovere, fidarsi di Dio, fare del bene e stare allegri. Ma questo è sufficiente? Il papa ha detto anche che dobbiamo cercare, da buoni cristiani, di evangelizzare per quanto possiamo. Ciò che sto cercando di chiedere è di capire che cosa deve fare un cristiano nella propria vita.
Spero di essere riuscito a esporre con chiarezza i miei quesiti e spero che lei reputi queste domande, per quanto semplici possano essere, degne di risposta.
Inoltre ci tenevo a ringraziarla per la risposta ad una precedente mail inviata tempo fa.
La ringrazio ancora.


Carissimo,
1. non mi stupisco che tu abbia cominciato a vivere più seriamente la vita cristiana proprio a partire dalla paura di andare all’inferno.
Certo non è questo il motivo più alto, ma senza dubbio è un motivo salutare.
Santa Teresa d’Avila dice che il colpo decisivo al cambiamento della sua vita venne quando vide l’inferno e il posto che i demoni le avevano preparato se avesse continuato a vivere così.
Non che avesse dei peccati gravi nella sua coscienza.
Ma se avesse perseverato in quella tiepidezza ad un certo momento sarebbe sprofondata.

2. Anche Gesù ha parlato più volte nella sua predicazione del timore salutare dell’inferno: “Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?” (Mt 12,26).

3. Certo, la vita cristiana non consiste essenzialmente nello schivare l’inferno.
Essa ruota tutta attorno all’esercizio della carità, che è quanto dire nella comunione di vita soprannaturale con Dio e con il prossimo.
Ma questa Comunione senza dubbio ha anche il risvolto di salvarci dall’inferno. Perché tale Comunione non è un optional. È il motivo stesso per cui siamo stati creati e redenti.
Se lo falliamo, rimaniamo separati e autoesclusi dalla Vita, da Dio, dal Paradiso. E questo è ciò che chiamiamo inferno.

4. Per questo, come abbiamo sentito nel Vangelo di domenica scorsa (la XVa del tempo ordinario, anno b 2018) gli apostoli “partiti, proclamarono che la gente si convertisse” (Mc 6,13).
Il testo latino dice: “et exeuntes praedicabant ut poenitentiam agerent” (che facessero penitenza).
Il testo greco parla di metànoia, che significa conversione, cambiar vita.
Predicavano dunque che la gente cambiasse vita.

5. San Gregorio magno, papa e dottore della Chiesa, iniziando a narrare la vita di san Benedetto, scrive:
“Vi fu un uomo di vita santa, Benedetto di nome e per grazia.
Ancora nella prima età, egli già possedeva un cuore maturo e mai si diede alle gioie che passano, anticipando l’età adulta per la gravità del suo tenore di vita.
Infatti, pur potendone liberamente godere nella vita presente, considerò il mondo come fiore inaridito.
Nato in provincia di Norcia da famiglia di elevata condizione sociale, fu mandato a Roma per dedicarsi agli studi umanistici.
Tuttavia, appena si accorse che molti suoi compagni deviavano per le strade del vizio, subito ritrasse il piede dalla soglia di quel mondo, per non precipitare anch’egli totalmente nell’orrido abisso, sia pure soltanto accostandosi agli studi profani.
Tralasciata così la formazione letteraria, abbandonata pure la sua casa con i beni paterni, desideroso di piacere a Dio solo, cercò l’abito santo della vita monastica. Si ritirò dunque dal mondo, consapevolmente ignaro e sapientemente sprovvisto della scienza del mondo” (Dialoghi, II, 1).

6. Per tutti noi, per sfuggire a questo pericolo, deve iniziare quel processo che porta ad essere ricchi di Dio e dei misteri (eventi) della vita di Cristo.
La domanda che ti poni “Chi è Dio per me” è la domanda centrale, quella che deve orientare tutta la nostra vita.
Ecco che cosa dice San Tommaso: “Dio è infatti colui al quale principalmente dobbiamo legarci come a un principio indefettibile, e verso cui dobbiamo dirigere di continuo la nostra elezione, come ad ultimo fine; è colui che perdiamo con la negligenza del peccato e che dobbiamo ricuperare credendo e prestando la nostra fede” (Somma Teologica, II-II, 81, l).
Queste parole andrebbe tutte soppesate e meditate. Spero di farlo in un altro momento.
Ma intanto sottolineo la prima affermazione: “Dio è infatti colui al quale principalmente dobbiamo legarci come a un principio indefettibile”.
Qui San Tommaso indirettamente racconta la propria vita, sta dicendo ciò che Dio è per lui e che cosa ha fatto per legarsi a Lui come a un principio indefettibile.

7. C’è poi un problema da risolvere nella tua vita, quello della pigrizia.
E a questo proposito ricordi che Don Bosco diceva “che per non avere paura della morte bisogna fare bene il proprio dovere, fidarsi di Dio, fare del bene e stare allegri. Ma questo è sufficiente? Il papa ha detto anche che dobbiamo cercare, da buoni cristiani, di evangelizzare per quanto possiamo”.
Non c’è opposizione tra le due affermazioni perché senza dubbio per don Bosco fare il proprio dovere da cristiani significa anche evangelizzare.
Evangelizzare è tra i primi doveri. È quel dovere per il quale san Paolo diceva: “guai a me se non evangelizzassi” (1 Cor 9,16).

8. A questo proposito Papa Francesco nel discorso all’Angelus dell’altro ieri (15 luglio 2018) ha detto: “Il Vangelo di oggi (cfr Mc 6,7-13) narra il momento in cui Gesù invia i Dodici in missione. Dopo averli chiamati per nome ad uno ad uno, «perché stessero con lui» (Mc 3,14) ascoltando le sue parole e osservando i suoi gesti di guarigione, ora li convoca di nuovo per «mandarli a due a due» (6,7) nei villaggi dove Lui stava per recarsi. È una sorta di “tirocinio” di quello che saranno chiamati a fare dopo la Risurrezione del Signore con la potenza dello Spirito Santo.
Il brano evangelico si sofferma sullo stile del missionario, che possiamo riassumere in due punti: la missione ha un centro; la missione ha un volto.
Il discepolo missionario ha prima di tutto un suo centro di riferimento, che è la persona di Gesù. Il racconto lo indica usando una serie di verbi che hanno Lui per soggetto – «chiamò a sé», «prese a mandarli», «dava loro potere», «ordinò», «diceva loro» (vv. 7.8.10) –, cosicché l’andare e l’operare dei Dodici appare come l’irradiarsi da un centro, il riproporsi della presenza e dell’opera di Gesù nella loro azione missionaria.
Questo manifesta come gli Apostoli non abbiano niente di proprio da annunciare, né proprie capacità da dimostrare, ma parlano e agiscono in quanto “inviati”, in quanto messaggeri di Gesù.
Questo episodio evangelico riguarda anche noi, e non solo i sacerdoti, ma tutti i battezzati, chiamati a testimoniare, nei vari ambienti di vita, il Vangelo di Cristo. (…).
È proprio il Battesimo che ci rende missionari.
Un battezzato che non sente il bisogno di annunciare il Vangelo, di annunciare Gesù, non è un buon cristiano”.

9. Chi non annuncia Gesù Cristo, chi non sente il desiderio di comunicare Gesù Cristo e le sue insondabili ricchezze, ama troppo poco il suo prossimo e non fa il proprio dovere.

Mentre ti auguro di essere ovunque un annunciatore del Vangelo con la testimonianza della vita e con la parola, ti assicuro la mia preghiera e ti benedico.
Padre Angelo