Carissimo Padre Angelo,
seguo da moltissimo tempo le sue risposte sul sito internet amicidomenicani.it.
La ringrazio immensamente per l’impegno e gli sforzi suoi e dei suoi collaboratori all’iniziativa, davvero un fonte illuminante e preziosissima.
Un grazie particolare per la spiegazione circa Amoris Laetitia (che ho letto integralmente per amore verso la verità e lo spirito).
Vorrei porLe alcune domande:
Quando ci si trova in una situazione di soggettiva non colpevolezza, non si pecca, giusto? Quindi non è necessaria la confessione in proposito?
Formare le coscienza per discernere e camminare sempre più nella luce: aldilà della studio del Catechismo, potrebbe consigliare qualcosa in aggiunta?
Saluti


Carissimo,
1. ti ringrazio innanzitutto per le parole di incoraggiamento per il nostro lavoro. Sapere che è “fonte illuminante e preziosissima” ci stimola a perseverare in questa fatica apostolica.
Venendo alle tue domande, devo dire che circa la prima osservi giustamente che in una situazione di non colpevolezza non si pecca e pertanto non sarebbe necessaria la confessione sacramentale.

2. Tuttavia bisogna ricordare che se si tratta di leggi morali, dal momento che queste leggi sono scritte nelle inclinazioni della nostra stessa natura, derogare da esse fa sempre male.
Come chi bene veleno pensando che sia liquore muore ugualmente anche se non pecca, così avviene analogamente quando si deroga dalla legge naturale perché non c’è piena avvertenza della mente o deliberato consenso della volontà.

3. Per questo opportunamente Giovanni Paolo II osservava: “Il male commesso a causa di una ignoranza invincibile, o di un errore di giudizio non colpevole, può non essere imputabile alla persona che lo compie; ma anche in tal caso esso non cessa di essere un male, un disordine in relazione alla verità sul bene.
Inoltre, il bene non riconosciuto non contribuisce alla crescita morale della persona che lo compie: esso non la perfeziona e non giova a disporla al bene supremo” (VS 63).
Per quanto in determinate situazioni il male compiuto non sia imputabile alle persone che lo compiono, tuttavia, in quanto intrinsecamente male, continua ad abbattersi sopra di esse con una oscura e potente forza di distruzione (Reconciliatio et Paenitentia 17).

4. Desidero sottolineare quest’effetto perché alcuni si ostinano a proclamare che nell’osservanza della legge di Dio ci dev’essere il primato della coscienza, dando l’impressione che ognuno possa procedere a proprio talento.
Ma la coscienza – lo si sa – può sbagliare.
La coscienza non è infallibile.
Va illuminata. Anzi, va formata.

5. Ecco che cosa dice il Concilio in un punto particolarmente delicato della vita di una persona: “I coniugi cristiani siano consapevoli che non possono procedere a loro arbitrio, ma devono sempre essere retti da una coscienza che sia conforme alla legge divina stessa, docili al magistero della Chiesa, che in modo autentico quella legge interpreta alla luce del vangelo” (Gaudium et spes, 50).
E ancora: “quando si tratta di comporre l’amore coniugale con la trasmissione responsabile della vita, il carattere morale del comportamento non dipende solo dalla sincera intenzione e dalla valutazione dei motivi (il primato della coscienza, n.d.r.), ma va determinato da criteri oggettivi che hanno il loro fondamento nella dignità stessa della persona umana e dei suoi atti e sono destinati a mantenere in un contesto di vero amore l’integro senso della mutua donazione e della procreazione umana, e tutto ciò non sarà possibile se non venga coltivata con sincero animo la virtù della castità coniugale.
I figli della Chiesa, fondati su questi principi, non potranno seguire strade che sono condannate dal Magistero nella spiegazione della legge divina” (GS 51).

6. Ciò significa che dove si presume che per mancanza di sufficiente avvertenza della mente o di deliberato consenso della volontà non ci sia colpevolezza morale, tuttavia i sacerdoti con prudenza e tatto pastorale devono sforzarsi di portare i fedeli a conformare la loro vita al progetto santificante di Dio.
Diversamente le azioni che i fedeli compiono, sebbene difendibili soggettivamente, non perfezionano e non giovano a disporli al bene supremo (Cfr. Veritatis splendor, 63).

7. Chiedi infine quale lettura, aldilà dello studio del Catechismo, potrebbe aiutare a formare le coscienze.
Certamente lo studio del Catechismo della Chiesa Cattolica costituisce un ottimo sussidio perché in maniera stringata e breve dice sempre per ogni questione se si tratta di azione buona o cattiva, di peccato grave o meno.
Al di là del Catechismo, puoi trovare un buon sussidio nel Compendio della Somma teologica di San Tommaso, curato dalle edizioni domenicane di Bologna.
Nella seconda parte, che è dedicata alla sezione morale, San Tommaso non omette mai di menzionare la gravità del peccato a proposito delle singole azioni.

8. Ulteriormente possono essere lette con grande profitto i documenti del magistero della Chiesa in ambito morale.
Si tratta di encicliche dei Papi oppure di dichiarazioni o istruzioni dei dicasteri romani, in particolare della Congregazione per la dottrina della fede.
Ad esempio puoi leggere l’enciclica Humanae vitae di Paolo VI (25.7.1968).
Oppure l’Evangelium vitae (25.3.1995) e la Veritatis splendor (6.8.1993) di Giovanni Paolo II.
Oppure anche la Dichiarazione Persona humana della Congregazione per la dottrina della fede (1975) e le istruzioni di bioetica Donum vitae (22.2.1987) e Dignitas personae (8.9.2008) della medesima Congregazione.

Ti auguro ogni bene, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo