Buona sera,
sono un ragazzo in cerca di risposte.
Sono un non credente ma ogni giorno cerco nuovi stimoli.
Vorrei sapere una cosa che mi turba molto.
Perché in Italia l’eutanasia è illegale?
Quando quest’estate feci questa domanda mi risposero: “perché una persona non è nessuno per decidere quando morire; nessuno decide quando nascere e quando voler morire”.
Però a me è sorta questa domanda e spero che lei potrà rispondermi…
Perché quando una persona si ammala deve curarsi?
Chi è questa persona per decidere di voler continuare a vivere?
Non potrebbe accettare la morte e basta?
Grazie per l’attenzione, aspetto risposta.


Carissimo,
1. come prima battuta potrei dirti che in Italia l’eutanasia è, o per meglio dire, era illegale per i medesimi motivi per cui era illegale da tutte le parti del mondo.
Ciò significa che non si tratta principalmente di un problema confessionale, legato ad un particolare credo religioso.
Quest’affermazione è importante. Ci troviamo dinanzi ad un problema anzitutto umano, etico, prima che religioso.

2. Come seconda battuta potrei chiederti: perché ti dispiacerebbe tantissimo se una persona a te particolarmente affezionata si suicidasse?
Non potresti dire: l’ha voluto lei, rispetto la sua coscienza?
Anzi, è contenta lei, lo sono altrettanto contento anch’io?

3. Come vedi, una prima risposta ce la possiamo dare così: non siamo contenti della sua morte perché la sua vita, anzi, la sua presenza è un bene prezioso per noi.
E non solo perché ci è cara, ma anche perché l’abbiamo amata, abbiamo contato su di lei, indipendentemente dall’utile che ne potevamo ricavare.
Su di ogni persona si potrebbe dire che è stato fatto un investimento.
E non solo da parte dei suoi genitori, ma anche della società.
Tutti sono contenti che ci sia, che esista, perché la vita è un bene.
Non è forse questo ciò che tutti pensano di te e delle persone che ti sono care, anche qualora fosse anziane e decrepite?

4. È per questo motivo che tutti avvertiamo la morte per suicidio o per eutanasia come una diserzione.
Anzi come una diserzione ingiusta che ci umilia e ci fa soffrire.

5. Ciò significa che la vita e anche la salute non sono semplicemente un bene individuale, privato, ma anche sociale, collettivo.
Ecco perché è necessario che una persona malata si curi e non si lasci andare. Perché ogni persona ha ricevuto molto dalla società e la società considera la sua presenza un bene, indipendentemente dal suo stato di salute.

6. Tu potresti rispondere: il ragionamento va bene per una persona sana. In genere però l’eutanasia la si invoca per i malati terminali.
Tuttavia anche in questo caso la vita e l’esistenza continuano a rimanere un dono non solo per il soggetto che li sta godendo, ma per tutti.
Un malato terminale ha ancora tanto da dire, anche se non parla.
E ha pure ancora tante cose da dare. Senza saperlo fa diventare più umani non solo i medici e gli infermieri, ma anche tante altre persone che si avvicendano al suo capezzale, si aprono alle premure, al servizio, alla bontà, alla gratuità.
Che catena di bene si sviluppa molto spesso accanto ai morenti, una catena che disintossica la società dall’egoismo, dall’utilitarismo, dall’efficientismo.
E fanno comprendere che ogni persona è una realtà così grande che tutto deve ruotare a suo servizio. È il centro, il fine di ogni società.
Sicché anche il respiro di una persona malata è considerato preziosissimo fino alla fine.

7. A questo punto tu potresti dire: va bene per me, ma se uno non sente questi valori perché devo imporglieli?
Qui devo darti ragione, almeno in parte.
Perché quando prevale la tendenza ad apprezzare la vita solo nella misura in cui porta piacere e benessere la sofferenza appare insopportabile e priva di senso.

8. Non credo però che la nostra riflessione debba per forza mettere punto qui.
Tu dici che non sei credente. E va bene … nel senso che rispetto anche se non condivido questo atteggiamento esistenziale.
Ma la risposta che ti è stata data l’estate scorsa (2017) ha una sua verità: “nessuno decide quando nascere e quando voler morire”.
Certamente è vero che nessuno decide quando nascere. Nessuno è venuto al mondo di propria iniziativa. E neanche gli si poteva preventivamente chiedere il permesso.
Questo fa capire che dinanzi al problema dell’esistenza e del suo significato l’uomo necessariamente è costretto a mettersi in atteggiamento passivo e a concludere che la vita gli è stata data, concessa, regalata. È un dono.
Questa verità costituisce un elemento di esperienza comune e universale. Nessuno può negarlo o non sperimentarlo.

9. E non è un dono solo come punto di partenza, nel qual caso poi ognuno lo gestirebbe in assoluta indipendenza.
Ma è un dono che ci viene regalato istante per istante.
Tu sai bene che la tua esistenza non ti appartiene in maniera assoluta perché ti può essere tolta in qualsiasi momento, nonostante la tua opposizione e quella di coloro che ti vogliono bene.
Sai bene che la tua esistenza non è nelle tue mani.
Anzi sai che ti viene irrorata, regalata, momento per momento.

10. Così pure sai bene di non essere autosufficiente (non l’intendo in senso clinico).
Hai bisogno di tutto e di tutti.
Hai bisogno di cibo, di vestito, di un tetto.
Hai bisogno di affetti. Hai bisogno di persone con cui parlare e con cui condividere pensieri, sentimenti e vita.
Hai bisogno di una terra nella quale non sprofondare, di una terra da coltivare e che ti dia frutto.
Hai bisogno del sole e della luna, del giorno e della notte, della pioggia e del bel tempo.
Hai bisogno perfino dell’aria da respirare.
Questa dipendenza continua e totale da tutto e da tutti è solo il sintomo di un’altra e più radicale dipendenza.
Sebbene la parola sia un pò difficile, è giusto chiamarla dipendenza ontologica, e cioè dipendenza nell’essere.
Ed è una dipendenza da colui che quest’esistenza ce l’ha in proprio, non la riceve da nessuno e la irrora in tutti.

11. Questo per giungere alla conclusione che non siamo proprietari assoluti della nostra vita.
L’abbiamo ricevuta in dono. Ne abbiamo l’usufrutto e non possiamo farne quello che vogliamo.
Verrebbe da dire: l’abbiamo ricevuta in dono e pertanto dobbiamo gestirla e viverla nella logica del dono.
Ne è segno il fatto che siamo veramente contenti quando riusciamo a donare affetto, aiuto, comprensione.
Siamo contenti quando sappiamo di contare per qualcuno, che qualcuno ci attende, che qualcuno ci ama.

12. Questo vale per ogni stagione della vita, anche quando si è malati, in fase terminale o depressi.
Come noi siamo contenti quando sappiamo di contare per gli altri, così a nostra volta dobbiamo rendere contenti gli altri facendo sentire loro che non ci sono di peso, che contiamo sulla loro capacità di donarci la loro presenza fino alla fine, perché la loro presenza ci è cara, sebbene fragilissima.
Ci è cara non solo in virtù di quello che ci hanno dato, ma perché sono meritevoli di ricevere il nostro affetto e il nostro aiuto fino alla fine.
Come vedi, è una questione di civiltà.
Potrei dire: di civiltà dell’amore.
L’introduzione della legalizzazione dell’eutanasia corrode nell’intimo la civiltà dell’amore.

13. Penso che anche un non credente possa condividere le riflessioni che ho presentato.
Il legislatore ha il compito di tenerle presenti, di promuoverle e di tutelarle.
Anche perché qualora diventasse cosa buona privarsi della vita perché noi lo giudichiamo opportuno, perché non lo potrebbero fare gli altri (ad esempio lo stato) quando per calcolo o per deformazione morale giudicassero la stessa cosa per noi o per la società stessa?
Non è quello che hanno fatto i vari regimi totalitari nei confronti dei loro avversari?

14. Come vedi, nell’introduzione dell’eutanasia c’è qualche cosa di ben più grande che il semplice desiderio di sopprimere la sofferenza.
Il legislatore lo deve tenere presente perché il suo compito è quello di tutelare e di promuovere il bene comune, soprattutto dei più deboli e indifesi.
Tanto più che oggi le cure palliative, compresa la rinuncia all’accanimento terapeutico, rendono le sofferenze più sostenibili e sotto un certo aspetto aiutano a morire più serenamente.

15. Il discorso non dovrebbe arrestarsi qui. Dovrebbe continuare con altre domande fondamentali per il problema dell’eutanasia: perché esistere, qual è il senso della vita? Perché soffrire? Ha un senso soffrire? Perché generare una vita, un figlio?
Hai iniziato la tua mail dicendo che sei un ragazzo in cerca di risposte, un non credente, ma che ogni giorno cerca nuovi stimoli.
Sarei contento di donarti anche altre risposte, le uniche che danno sostegno alla nostra esistenza e che rivelano la sua incomparabile grandezza.
Sono risposte capaci di introdurre in una persona non solo degli stimoli ma le esperienze più belle, quelle esperienze di cui purtroppo un non credente è ignaro perché non le ha mai fatte.
Rimango pertanto in attesa.
Nel frattempo ti accompagno con la mia preghiera, ti auguro ogni bene e ti benedico.
Padre Angelo