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Quesito

Caro Padre Angelo,
sono un Avvocato.
Da qualche settimana il legislatore attribuisce agli avvocati la facoltà di procedere alla autenticazione delle firme per i referendum.
Sono un cattolico impegnato in politica.
Alcuni amici mi chiedono di mettermi a disposizione per la raccolta delle firme per il referendum sull’eutanasia.
Sono interiormente diviso. Sul piano personale sono contrario all’eutanasia, che considero una forma di suicidio, sebbene indotta da una condizione di insostenibile sofferenza.
Come uomo non mi sento però di giudicare chi questa sofferenza non riesce a sopportarla e chiede allo Stato di consentire di porre fine alla sua condizione.
Le chiedo dunque: se favorisco, nell’ambito dei poteri che mi conferisce la legge, la raccolta delle firme, come è mio diritto – dovere di cittadino, in che condizioni mi pongo rispetto alla Chiesa? La mia coscienza è divisa e chiedo dunque il conforto del suo pensiero.
La saluto con devozione


Risposta del sacerdote

Carissimo, 
solo oggi sono giunto alla tua mail del 20 giugno scorso (2021). Probabilmente sono fuori tempo massimo in riferimento al problema che mi hai posto.
Tuttavia colgo l’occasione per dire alcune cose a te e ai nostri visitatori.

1. La prima: mi domandi come ti porresti rispetto alla Chiesa nel caso che tu mettessi a disposizione il tuo ufficio per la raccolta di firme.
Qui non si tratta tanto di come ci si pone rispetto alla Chiesa, ma di come ti poni dinanzi a Dio come uomo e come cittadino.
Perché talvolta dalle leggi della Chiesa si può essere dispensati, ma dalla legge di Dio invece non si è mai perché è scritta nella nostra stessa natura.

2. Va ricordato infatti che il problema dell’eutanasia, come del resto anche quello dell’aborto, non è un problema specificamente religioso, ma è un problema di diritto naturale che tocca ogni uomo in quanto uomo, prima ancora di toccarlo in quanto credente.

3. Ebbene, approvare il suicidio, e anzi, mettersi a disposizione del suicida manifesta un concetto privatistico e individualista della persona che non può essere condiviso.
Ogni vita umana è un dono alla collettività.
La collettività deve soccorrere in tutte le maniere colui che non si sente più un dono, ma un peso e dirgli che una persona umana, per quanto indebolita e sfigurata dalla malattia, è di un valore così grande che non è mai un peso.
È sempre un dono che sollecita gli altri a farsi dono, anche se dalle prestazioni offerte non si ricava alcun utile di carattere materiale o economico.
È questo il vero amore di cui hai bisogno una società perché non si stia insieme agli altri semplicemente con criteri di utilità o, peggio ancora, di interesse personale.

4. È vero che il soggetto paziente potrebbe dire: ma io sto soffrendo, non ce la faccio più.
Proprio per questo la collettività, mentre ha il dovere di lenire al massimo la sofferenza fisica e di fargli sentire che la sua presenza  le è preziosissima per quello che proprio da quello stato continua a dire e a dare, ha pure il compito di ricordare che non può assecondare un desiderio che non è legittimo perché nessuno è proprietario assoluto del suo esistere.
Infatti ognuno, nel più profondo di se stesso, sa di essere stato donato all’esistenza e che la sua vita ha senso solo se è vissuta nella logica del dono.
 Chi governa non può favorire con la sua legislazione una mentalità utilitarista nei confronti degli altri per cui se non si rende più, si viene eliminati come si fa con gli oggetti usurati.

5. È necessario invece che il legislatore promuova la sacralità della vita, che nel nostro caso è sinonimo di intangibilità.
Diversamente ciò che è lecito per qualcuno perché viene considerato cosa buona, può essere imposto un domani ad un altro, proprio perché la sua eliminazione è giudicata come una cosa buona.

6. Come si vede, c’è qualcosa di ben più grave sotto l’apparenza del provvedere ad un caso di comune sofferenza.
Ci sono voluti millenni per liberarsi dalla pena di morte.
Adesso surrettiziamente la si introduce di nuovo.

7. Tornando alla tua inquietudine, il mio parere è di non cooperare in nessun modo alla raccolta di firme per legittimare l’eutanasia.
La tua coscienza non ti rimprovererà mai nulla.
Cosa che non potresti mai dire se tu assumessi un comportamento diverso.
Come ho detto inizialmente, questo non è un problema di fede, ma di diritto naturale e del fondamento stesso della società civile.

Ti benedico, ti ricordo e ti auguro ogni bene. 
Padre Angelo