Quesito

Salve Padre Angelo
Innanzitutto vorrei congratularmi con voi per il sito e per la sua pazienza nel rispondere alle molte domande riguardanti spesso degli stessi argomenti (gliene farò tante a cui forse ha già risposto). Parlando di me, sono una persona che in un certo senso si sta allontanando dalla chiesa, diciamo che non so neanche io a che “punto sono” se sia ateo, agnostico o credente, so solo che sto cercando delle risposte alle mie domande e che sono in un momento di grande confusione della mia vita dovuto a diversi fatti accaduti in passato.
Detto ciò le pongo una delle prime domande (ne ho veramente tante).
Non riesco a capire la posizione della chiesa cattolica relativamente alla sofferenza, se sia una cosa buona, (banalizzo) nel senso che la sofferenza ti permette di andare in paradiso o se sia qualche cosa da combattere.
Perché questa mia domanda? Parlando con alcuni sacerdoti e leggendo alcuni libri mi sono imbattuto in alcune affermazioni che mi hanno fatto (mi permetta il termine che non dico per offendere) disgustare e allontanare. Cito da un libro il racconto di un fatto avvenuto ad un prete molto famoso Don Giussani (non ho fatto assolutamente il nome per calunniarlo ma semplicemente per dire che le cose non me le invento) “Dopo pochi mesi di vita di GS, è venuto da me quel padre che aveva la figlia al Virgilio, un signore distintissimo, e sulla porta ha incominciato a singhiozzare  dicendo * Padre, mi aiuti, mi salvi lei mia figlia, perché non ne posso più; quando mi stringe la mano-sua figlia aveva diciassette anni e stava morendo di cancro-e mi dice: <<Papà perché non mi guarisci?>> a me scoppia il cuore, perché non solo non so rispondere, ma non vorrei più esistere *. E io gli devo rispondere <<il signore sa perché succede questo, ed è per un bene suo e di sua figlia, perché questo corrisponde al disegno di Dio>> Così gli impongo di accettare, affermare la presenza di un Altro più importante, più decisivo che l’amore a sua figlia, che il desiderio di salvarla, che la sua stessa vita”
Siccome so che non si può, ragionevolmente, estrapolare una frase da un testo (figuriamoci da un libro) in quanto potrebbe essere interpretata male e perdere quindi di significato la invito, nelle sue possibilità, a leggerlo.
Il libro in questione è : “Si può vivere così? Uno strano approccio all’esistenza cristiana” , la pagina 414 è quella che le ho trascritto.
Ritornando alla mia domanda quando si parla di disegno di Dio (e questo l’ho sentito anche da altri sacerdoti) mi sembra che Dio voglia che la gente soffra per un bene della persona stessa e non perché viviamo in un mondo imperfetto. Anche perché dire che Dio permetta il male per un bene maggiore non equivale a fare il male per un bene maggiore? Capisco tutto sotto l’ottica della libertà, nel senso che, Dio permette il male perché io sono libero di farlo ma non riesco proprio a credere che Dio lo permetta per un mio bene altrimenti potrei dire che  è cosa buona che esista il male. Oltretutto la malattia, sofferenza ecc. sono cose “imposte” cioè io non posso scegliere di non soffrire, è un imposizione e allora mi chiedo “e la mia libertà dove sta?”.
Un’altra parentesi riguarda Gesù stesso, cioè  mi sembra che Lui non “fulminasse” le persone in questo modo quando gli chiedevano la guarigione. Come ha ben capito non ho studiato teologia e non sono in grado in un certo senso di “commentare” il Vangelo però molte cose le trovo veramente contraddittorie , sia tra i fatti stessi della bibbia sia con le cose che accadono nella realtà. Quindi chiedo a lei. Oltretutto questa domanda porta come conseguenza altre domande riguardo il “caso”, la provvidenza ecc.
Spero che con me possa avere tanta pazienza come con le altre persone anche perché, come le ho già detto ho tante ma veramente tante domande e  spero di continuare al più presto questo “dibattito”.
Cordiali saluti.

 


Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. La sofferenza consiste nel sentire (nel senso tecnico della parola) la privazione di un bene, di uno stato di bene.

2. Mi chiedi se sia un bene o un male, se faccia andare in paradiso o se sia qualche cosa da combattere.

3. È necessario distinguere tra il piano ontologico e il piano morale.
Sotto il profilo ontologico, pur essendo la privazione di un bene con il conseguente stato di malessere, svolge un ruolo positivo, come tutte le altre passioni (così le chiama San Tommaso).
Proprio per il mal essere che comporta, una persona è stimolata a reagire e a ricuperare lo stato che le è naturale.
Se non ci fosse questo sintomo (la sofferenza) si andrebbe incontro alla morte senza accorgersene e senza correre ai ripari.
“Correre ai ripari” è un dovere per l’uomo perché la salute gli è data perché possa amare ed essere utile al suo prossimo.

4. Sul piano morale, invece, non è né un bene né un male.
Per usare il tuo linguaggio la sola sofferenza non fa andare in paradiso.
Sul calvario, accanto alla croce di Gesù, c’erano altre due croci dove erano appesi due malfattori, che certamente vivevano in uno stato penoso sotto il profilo fisico e sotto il profilo morale.
Ad uno la sofferenza è servita per rientrare in se stesso e pentirsi.
All’altro è servita solo per incattivirsi ancora di più.

5. La sofferenza, dunque, da sola non fa andare in paradiso.
Ciò che fa andare in paradiso (che consiste nella comunione soprannaturale di vita con Dio e con tutti i salvati) è lo stato di grazia.
E lo stato di grazia a sua volta consiste nella comunione di pensieri e di volontà con Dio.
Per questa comunione uno pensa come pensa Dio, ama come ama Dio, gode della presenza personale di Dio all’interno del proprio cuore.

6. La sofferenza Dio non l’ha voluta né ha creato l’uomo per la sofferenza.
Sappiamo dalla Sacra Scrittura che l’uomo nello stato di santità originaria era immune dalla morte e da ciò che predispone alla morte, cioè dalla sofferenza.
La morte è entrata nel mondo per la caduta del peccato originale.

7. Sì, Dio ha permesso la morte e la sofferenza in vista di un bene più grande.
Ma permettere non è la stessa cosa che volere. Ad esempio: un conto è tollerare la prostituzione per evitare mali più gravi e un altro conto è volerla.

8. Dio però ha permesso la sofferenza.
In Cristo, che noi crediamo vero Dio e vero uomo, l’ha patita per insegnarci a farne uno strumento di redenzione, per espiare al posto nostro e anche per rivelarci quanto sia grande l’amore di Dio per noi.

9. Giovanni Paolo II ha scritto una bella enciclica sulla sofferenza: la Salvifici doloris.
L’ha scritta non come la può scrivere da tavolino un filosofo, ma dopo l’esperienza dell’attentato e delle infermità che ne seguirono.
In alcuni passi, tra i più salienti, vi si legge: “Per poter percepire la vera risposta al perché della sofferenza dobbiamo volgere il nostro sguardo verso la rivelazione dell’amore divino, fonte ultima del senso di tutto ciò che esiste. L’amore è anche la fonte più ricca del senso della sofferenza, che rimane sempre un mistero” (SD 13).
“Il Redentore ha sofferto al posto dell’uomo e per l’uomo… Nella croce di Cristo non solo si è compiuta la redenzione mediante la sofferenza, ma anche la stessa sofferenza umana è stata redenta… Operando la redenzione mediante la sofferenza, Cristo ha elevato insieme la sofferenza umana a livello di redenzione. Quindi anche ogni uomo può diventare partecipe della sofferenza redentiva di Cristo” (SD 19).

10. Ma il passaggio più alto secondo me è il seguente: “La sofferenza è presente nel mondo per sprigionare amore, per far nascere opere di amore verso il prossimo, per trasformare tutta la civiltà umana nella civiltà dell’amore
Cristo allo stesso tempo ha insegnato all’uomo a far del bene con la sofferenza e a far del bene a chi soffre. In questo duplice aspetto egli ha svelato fino in fondo il senso della sofferenza” (SD 30).

11. La citazione di Giussani va letta in questa prospettiva, che è essenzialmente una prospettiva di fede e che ha di mira non semplicemente un bene di ordine temporale, e quindi caduco, ma un bene soprannaturale ed eterno.

12. Mi dici che la sofferenza è imposta, e che uno non la può decidere da sé.
Se per imposta intendi che ti capita addosso, sono d’accordo con te.
Se invece pensi che si tratti di una condanna inflitta da Dio all’uomo allora non son d’accordo.
La libertà fine a se stessa, come sembri intenderla tu, non esiste.
Ti potrei chiedere: sei libero di essere al mondo o di non esserlo? Sei libero di essere strutturato in un modo piuttosto che in un altro? Sei libero di incontrare per strada le persone che ti passano davanti? Sei libero di avere o di non avere il sole, le stelle, eccetera e eccetera?
Più che imposta, dico che capita.
E una volta capitata, si ha il dovere di allontanarla.

13. Nello stesso tempo perché non sia tempo perso in ordine alla vita eterna propria e di molti altri, la si trasforma in amore, in unione col sacrificio redentivo di Cristo.

14. Un ateo certamente non crede al sacrificio redentivo di Cristo.
Ma deve convenire che la sofferenza, accettata e vissuta in questo modo, senza dubbio diventa più leggera e può capire un pò di più quello che ha detto il Signore: “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero” (Mt 11,28-30).

15. Come vedi, l’ateo vive senza speranza.
E, transitando in questo mondo, non ha nessuna speranza  da comunicare.
È triste un’esistenza vissuta così.
Ma questa è la condizione in cui si riducono molti, perché l’ateismo difficilmente è frutto di un ragionamento fatto a tavolino. In genere è preceduto da un tipo di condotta che secondo il Vangelo (Gv 3,19) impedisce di vedere la luce.
Tu sei giovane. “Il tuo quasi ateismo” probabilmente è solo frutto del dubbio che si prende come metodo per giungere alla conoscenza della verità.

Ti ho detto tutto.
Soprattutto ti voglio assicurare il mio ricordo nella preghiera e anche il merito della mia vita unita a quella di Cristo.
Ti saluto e ti benedico.
Padre Angelo