Gent.mo Padre Angelo,
innanzitutto la ringrazio per questa bella rubrica che mette a disposizione dei fedeli, che trovo sempre ricca di tanti spunti interessanti.
Vengo alla mia domanda. E’ un periodo in cui, anche mediaticamente, è molto sottile il confine tra “eutanasia” e “accanimento terapeutico”, ma vorrei farle una domanda mirata, relativa a un fatto che mi ha coinvolto indirettamente, e in prima persona un mio amico e collega.
A questo amico, di età abbastanza giovane, 32 anni, 5 anni più piccolo di me, è stato diagnosticato tempo fa un tumore al testicolo. Ha dovuto operarsi per la rimozione del testicolo interessato dalla neoplasia, e successivamente fare un ciclo di chemio, più preventivo che altro, e ora sta bene, grazie a Dio. I medici hanno detto che con un solo testicolo può benissimo avere una vita sessuale attiva e non è compromessa nemmeno la capacità di fecondazione.
Io mi sono interrogato su cosa avessi fatto al suo posto, forse complice anche una depressione che cerco di combattere ma che da anni mi affligge per via della precarietà lavorativa, non so se avrei trovato la forza di affrontare tutto questo, e perciò le chiedo: in casi analoghi, se una persona rifiuta di curarsi (con operazioni più o meno invasive, chemioterapia, ecc), ma lascia progredire la malattia fino a spegnersi, si muore in grazia di Dio, oppure equivale a una persona sana che si suicida e quindi, va dritto all’inferno?
RingraziandoLa se mi vorrà rispondere, le porgo i miei più cari saluti.
Andrea


Caro Andrea,
1. premetto che nessuno di noi può dire che una determinata persona avendo rifiutato determinate cure abbia commesso peccato mortale e sia finita all’inferno.
Noi possiamo dire ciò che è lecito e doveroso sotto un profilo oggettivo.
All’interno delle coscienze invece legge solo il Signore.

2. La Chiesa stessa, mentre decreta che determinate persone siano Sante e che sia cosa giusta dare loro onore e culto, non ha mai decretato che una determinata persona sia all’inferno.

3. Per i Santi infatti viene fatto un processo canonico che vaglia il grado eroico delle loro virtù oppure il martirio in odium fidei.
Inoltre per i Santi la Chiesa ottiene segni certi da parte di Dio sulla loro santità come i miracoli.
Invece non dice neanche per i più grandi criminali morti impenitenti che si trovino all’inferno.
Noi infatti giudichiamo secondo l’esterno.
Ma quanto avviene nei reconditi della coscienza, soprattutto all’estremo della vita di una persona, lo sa solo Dio.
Per questo possiamo sperare per tutti e, almeno privatamente, siamo esortati pregare per tutti.

4. Fatte queste premesse, poiché i mezzi di cura nel caso che mi hai presentato non sono affatto sproporzionati, è doveroso curarsi.
Giovanni Paolo II in Evangelium vitae ha detto: “Si dà certamente l’obbligo morale di curarsi e di farsi curare, ma tale obbligo deve misurarsi con le situazioni concrete; occorre cioè valutare se i mezzi terapeutici a disposizione siano oggettivamente proporzionati rispetto alle prospettive di miglioramento.
La rinuncia a mezzi straordinari o sproporzionati non equivale al suicidio o all’eutanasia; esprime piuttosto l’accettazione della condizione umana di fronte alla morte” (EV 65).

5. La salute e anche la vita non sono beni puramente individuali.
E non solo perché li abbiamo ricevuti dagli altri ed è doveroso contraccambiare il dono ricevuto.
Ma anche e soprattutto perché solo nel dono di sé l’uomo realizza se stesso secondo il progetto di Dio.
Per questo il Catechismo della Chiesa Cattolica dice che “la vita e la salute fisica sono beni preziosi donati da Dio. Dobbiamo averne ragionevolmente cura, tenendo conto delle necessità altrui e del bene comune” (CCC 2288).
Come si è visto, Giovanni Paolo II parla di obbligo morale.
E poiché l’obbligo morale qui ha a che fare con valori molto alti, l’obbligazione che ne deriva è grave.

Ti ringrazio del quesito, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo