Reverendo Padre,
il catechismo prescrive di andare a Messa tutte le domeniche e le altre festività religiose. Ma se ogni tanto si salta la frequenza senza un buon motivo si commette una mancanza grave?
Grazie fin d’ora se vorrà darmi chiarimenti in proposito e preghi per me.
Luigi


Caro Luigi.

1. il Catechismo della Chiesa Cattolica dopo aver ribadito diverse volte l’obbligo di partecipare alla Messa la domenica e nelle altre feste di precetto, afferma che “i fedeli sono tenuti a partecipare all’Eucaristia nei giorni di precetto, a meno che siano giustificati da un serio motivo (per esempio, la malattia, la cura dei lattanti o ne siano dispensati dal loro parroco)” (CCC 2181) e che coloro che deliberatamente non ottemperano a questo obbligo commettono un peccato grave (Ib.).

2. Giovanni Paolo II nella lettera Dies Domini sulla domenica (31 maggio 1998) a proposito della gravità dell’obbligo ricorda che nell’Antico Testamento la santificazione del sabato viene stabilita “all’interno del Decalogo, le dieci parole che delineano i pilastri della vita morale, iscritta universalmente nel cuore dell’uomo” (DD 13).
Non si tratta dunque semplicemente di uno dei tanti precetti del Levitico che Dio ha dato per ordinare la vita del popolo.

3. La pena prevista nell’Antico Testamento per la violazione del sabato era la pena di morte (Es 31,14; 35,2).
Il libro dei Numeri riferisce la pena severa data ad una persona che aveva violato il sabato: “Mentre gli Israeliti erano nel deserto, trovarono un uomo che raccoglieva legna in giorno di sabato. Quelli che l’avevano trovato a raccogliere legna, lo condussero a Mosè, ad Aronne e a tutta la comunità. Lo misero sotto sorveglianza, perché non era stato ancora stabilito che cosa gli si dovesse fare. Il Signore disse a Mosè: «Quell’uomo deve essere messo a morte; tutta la comunità lo lapiderà fuori dell’accampamento».
Tutta la comunità lo condusse fuori dell’accampamento e lo lapidò; quegli morì secondo il comando che il Signore aveva dato a Mosè” (Nm 15,32-36).

4. Nel Nuovo Testamento e precisamente nella lettera agli ebrei si trova l’invito a non “disertare le nostre riunioni, come alcuni hanno l’abitudine di fare” (Eb 10,25) “tanto più che potete vedere come il giorno si avvicina” (Eb 10,26).

5. Sant’Ignazio di Antiochia, che muore nel 107 ed è stato discepolo di San Giovanni Apostolo ed evangelista, afferma: “Chi non fa la sua comparsa nell’assemblea è posseduto da superbia e ha già giudicato se stesso” e cioè si autocondanna.

6. Il Concilio di Elvira del 300 prevede anche delle pene per chi non santifica la festa: “Chi abita in città e non viene alla Chiesa per tre domeniche, deve essere escluso per un certo tempo, in modo che appaia che è stato ripreso” (can. 21).
Così pure Concilio di Sardica: “Ricorda anche come in tempi antichi i tuoi padri ordinarono che un laico che abita in città e non partecipa all’assemblea per tre domeniche consecutive, deve essere espulso dalla comunità” (can. 11).

7. Al di là della severità della pena si vuole dire che non santificando la festa uno si priva di tanti benefici.
Si priva di quella benedizione promessa da Dio all’alba della creazione con queste parole: “Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò” (Gn 2,3).
La benedizione di Dio è sempre efficace ed è un’effusione e una moltiplicazione di doni.
Autoprivarsi di questa benedizione, oltre ad un autentico impoverimento, è la stessa cosa che lasciarsi scoperti alle incursioni del comune avversario, che – quando viene – viene per rubare, per distruggere e per uccidere” (Gv 10,10).

8. Per un cristiano santificare le feste è un’esigenza d’amore.
Non può fare a meno del Signore, del suo sacrificio, della sua parola, della sua presenza e della sua benedizione.
Per questo si comprende come mai Sant’Ignazio dica che chi non santifica la festa ha già giudicato se stesso, manifesta cioè che del Signore non gl’importa più di tanto.

9. Ben diversa invece è stata la testimonianza dei 49 martiri di Abitine, giustiziati nel 304 nell’Africa proconsolare, che risposero ai loro accusatori: “È senza alcun timore che abbiamo celebrato la cena del Signore, perché non la si può tralasciare; è la nostra legge”; “Noi non possiamo stare senza la cena del Signore”.
Una delle martiri confessò: “Sì, sono andata all’assemblea e ho celebrato la cena del Signore con i miei fratelli, perché sono cristiana” (Acta SS. Saturnini, Dativi et aliorum Plurimorum martyrum in Africa, 7, 9, 10).

Ti ringrazio di avermi dato l’opportunità di ribadire questi punti del Magistero della Chiesa che sono della massima importanza per la nostra vita cristiana e anche per la nostra salute eterna.
Ti auguro ogni bene, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo