Buongiorno Padre Bellon,
prima di tutto: complimenti per il sito ed auguri di buon Anno!           
Mi chiamo Gabriele e con mia moglie (anzi su sua proposta, accettata da me per amore di lei) abbiamo iniziato a "usare" il metodo di RNF per la nostra sessualità di coppia da qualche mese. Mi scuso per la schiettezza ma non voglio farle perdere tempo ed andrò subito al dunque.
Ho letto e mi sono documentato sugli scopi ultimi della sessualità nel matrimonio cattolico (e questo anche grazie a Lei ed al suo sito. Grazie!) ovvero l’apertura alla procreazione e l’unità della coppia, e cerco di farli miei (anzi nostri!) per poterli vivere.
Quello che Le voglio chiedere è un’opinione su questo pensiero personale: se, grazie al metodo della RNF, sò che alcuni giorni sono certamente e naturalmente non fertili (al 100%; ma sono solo alcuni per ogni ciclo, ad es. pochi giorni immediatamente successivi alla fine del flusso mestruale) in questi giorni qualsiasi azione faccia non c’è possibilità procreativa (perchè così è naturalmente ordinato), quindi non è richiesto necessariamente che l’emissione del seme avvenga nel grembo della sposa (infatti non frustra nessuna possibilità procreativa in quanto questa possibilità non c’è). Spero che voglia esprimermi una Sua opinione.
Nel frattempo la ringrazio in anticipo e la saluto cordialmente.
Gabriele 


Risposta del sacerdote

Caro Gabriele,
1. nell’atto dell’intimità coniugale non c’è solo la componente biologica o fisica da tenere presente, e cioè la sua intrinseca apertura alla vita.
C’è infatti qualcosa che va al di là di questo aspetto.
I coniugi nella loro intimità si donano nella totalità della loro persona.
E proprio perché intendono donarsi in totalità si donano a vicenda anche la propria capacità di diventare padre e madre.
Pertanto, come vedi, più che a partire da che cosa si realizza come conseguenza dell’atto, c’è da esaminare la consistenza dell’atto stesso, che è un atto attraverso il quale la persona si dona in totalità, nelle sue componenti biologiche, sentimentali e spirituali.
Tutta la persona è racchiusa in questo atto e tutta si dona.

2. Per questo motivo il Magistero della Chiesa parla di inscindibilità tra i due aspetti o fini dell’atto coniugale.
Tra i due aspetti, come rileva l’Humanae vitae di Paolo VI, vi è una “connessione inscindibile, che Dio ha voluto e che l’uomo non può rompere di sua iniziativa, tra i due significati dell’atto coniugale: il significato unitivo e il significato procreativo…
Infatti, per sua intima natura, l’atto coniugale, mentre unisce con profondissimo vincolo gli sposi, li rende atti alla generazione di nuove vite, secondo leggi scritte nell’essere stesso dell’uomo e della donna” (HV 12).

3. Anzi, la Chiesa afferma che solo “salvaguardando ambedue questi aspetti essenziali, unitivo e procreativo, l’atto coniugale conserva integralmente il senso di mutuo e vero amore e il suo ordinamento all’altissima vocazione dell’uomo alla paternità (HV 12). Il che significa che un atto frustrato della sua finalità procreativa, per quanto lo si voglia ancora definire gesto di amore, non è più integralmente un gesto di amore mutuo e vero.

4. Nella prospettiva che tu ipotizzi (compiere l’atto senza effondere l’elemento attivo nel grembo della sposa) l’esercizio della genitalità, che è strutturata come tale per unire in intimità casta i coniugi, viene snaturato, perché l’obiettivo intrinseco di quegli atti è di donarsi in totalità mettendo la propria totalità, anche nella sua componente biologica, nell’intimità dell’altro.

5. Giovanni Paolo II dice: “Così al linguaggio nativo che esprime la reciproca donazione totale dei coniugi, la contraccezione impone un linguaggio oggettivamente contraddittorio, quello cioè di non donarsi all’altro in totalità.
Ne deriva, non soltanto il positivo rifiuto all’apertura alla vita, ma anche una falsificazione dell’interiore verità dell’amore coniugale, chiamato a donarsi in totalità personale” (Familiaris Consortio 32c).
Perciò giustamente scrive E. Sgreccia: “Quando l’uomo e la donna si uniscono, se l’atto è umano e pieno, coinvolge il corpo, il cuore e lo spirito; se una di queste dimensioni viene a mancare, si tratta allora di un’unione umanamente incompleta e oggettivamente falsa, perché il corpo non ha senso se non come espressione della totalità della persona” (Manuale di Bioetica, I, p. 329).

Ti ringrazio del quesito che mi ha permesso di sottolineare l’importanza della pienezza della donazione personale dei coniugi, a scanso di una visone puramente biologica o fisicista dell’atto coniugale.
Ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo