Quesito

Caro Padre Angelo,

Mi chiamo Stefano, ho 45 anni e frequento la scuola di formazione teologica della mia città.

Durante una delle ultime lezioni sul “Monachesimo” di una insegnante, tra le altre cose mia amica, è nata una diatriba riguardo allo “Yoga”. Io ho esordito dicendogli che lo Yoga è una religione, per cui un cristiano non può praticarla neppure come ginnastica, senza correre dei rischi: infatti, un insegnante di Yoga, non può non conoscere tutta la filosofia che stà dietro e che basta documentarsi un pò, per trovare testimonianze di persone, che raccontano dei danni che lo Yoga ha loro prodotto in campo spirituale e fisico.
Tengo a precisare che ho letto alcune testimonianze sul libro “Come leone ruggente” di Tarcisio Mezzetti.
Ho così preso atto che molte delle persone che frequentano i corsi, la conoscono solamente come una ginnastica e niente più…
Perfino l’insegnante (laureata in teologia) ci ha detto che lo Yoga non è una religione e che come semplice ginnastica può essere praticata tranquillamente; questo è quello che lei ha studiato.
Allora mi sono messo a cercare qualche scritto di autori cristiani, per vedere come essi potevano posizionarsi in merito allo Yoga.
Mi sono così trovato a leggere tutto, ed il suo contrario, per arrivare perfino a leggere di uno “Yoga Cristiano” (ma se non è una religione e non comporta alcun rischio, che senso ha specificare ” Yoga Cristiano”???).
Padre Angelo, ma se lo Yoga comportasse anche solo dei rischi minimi, perchè nei documenti ufficiali della Chiesa non ho trovato alcuna presa di posizione precisa, che tuteli l’integrità di quanti pensano di potervisi accostare senza rischiare niente?
Mi piacerebbe che ci fosse una chiara presa di posizione da parte della Chiesa……. ma così non mi sembra.
Sono confuso……. non mi interessa di avere ragione nei confronti di nessuno, sento invece dentro di me, la necessità di avere chiarezza.
Le sarei grato se potesse farlo Lei, Padre.

La pace sia con Lei.


Risposta del sacerdote

Caro Stefano,
ti riporto ampi stralci di un editoriale della Civiltà Cattolica (7 aprile 1990, n. 3355, pp. 3-15), la prestigiosa rivista dei gesuiti italiani che ha dedicato all’argomento da te suscitato un editoriale.
Gli editoriali della Civiltà Cattolica hanno una certa autorevolezza perché passano sempre sotto la revisione della Segreteria di Stato della Santa Sede.
Come potrai vedere, lo Yoga in se stesso si confonde con la religione induista, nel senso che è un insieme di mezzi per portare alla liberazione dalle reincarnazioni.
Mentre alcuni dalle nostre parti vorrebbero prendere dallo Yoga solo come un mezzo per giungere all’unione con Dio. Ma anche in questa seconda accezione vi sono moltissimi rischi, come puoi vedere dagli ampi stralci che ti riporto.
Ti seguo con la preghiera e ti benedico.
Padre Angelo

L’editoriale ha per titolo: «Yoga» e «Zen» possono aiutare la meditazione cristiana?

1. Lo Yoga per la massima parte degli occidentali consiste in una serie di esercizi fisici e di posizioni del corpo che danno un senso di benessere, di calma interiore e di armonia e giovano a mantenere il corpo giovane e in perfetta salute.
In realtà, taluni guru orientali, convinti che gli occidentali in generale siano poco propensi a impegnarsi nella durissima e lunga disciplina dello Yoga, e sapendo d’altra parte quale importanza essi attribuiscano all’efficienza e alla salute del corpo, hanno ideato uno «Yoga per gli occidentali», che non è lo Yoga autentico, o meglio, comprende posizioni e tecniche respiratorie che, nell’insieme della disciplina yogica formano la parte preparatoria (detta Hatha-yoga) al vero Yoga (il Raja-yoga, lo Yoga regale). Mentre, infatti, lo Hatha-yoga è lo Yoga del benessere fisico, il Raja-yoga è lo Yoga della consapevolezza e quindi la forma di Yoga più alta, perché mediante essa lo yogin raggiunge l’enstasi. Ci sono certamente molte forme di Yoga, o meglio, tutte le «vie» (marga) indiane della salvezza, che consiste nella liberazione dal samsãra, cioè dalla necessità di rinascere a una nuova esistenza segnata dal dolore e dall’impermanenza, possono servirsi delle tecniche di meditazione insegnate dallo Yoga. Tuttavia, lo Yoga nella sua forma più autentica è quello insegnato nello Yoga-sutra (un’opera attribuita a Pàtañjali, vissuto nel sec. II a. C., ma probabilmente del sec. V d. C.). È di esso che qui parleremo.

2. Lo Yoga è precisamente la disciplina pratica per giungere alla «liberazione». Esso si deve intraprendere sotto la guida di un “maestro” (guru) sperimentato, sia perché si apprende non dai libri, ma dall’esperienza, sia perché solo una guida sperimentata può dire quali pratiche yogiche sono adatte a una data persona. È costituito da otto tappe (anga).

La prima è costituita dalle «astinenze», che sono cinque: la non-violenza, la veracità, il non-rubare, la castità assoluta e la non-avarizia.

La seconda comprende le «osservanze» e sono: la pulizia interna ed esterna, dello spirito e del corpo; il controllo nel mangiare, usando preferibilmente cibo vegetariano; la contentezza, cioè l’essere sempre sereno e tranquillo in ogni circostanza della vita, bella o brutta; l’austerità, che è autodisciplina, penitenza, mortificazione, sopportazione della fame e della sete, del caldo e del freddo, e silenzio interno ed esterno; lo studio assiduo delle Scritture; e, infine, la devozione verso Dio.
Come si vede, lo Yoga esige una preparazione ascetica estremamente dura. Esso comprende anche la «devozione a Jshvara», ma non è propriamente religioso, nel senso che non ha come fine la purificazione del cuore affinché questo possa aprirsi all’amore e all’azione di Dio. L’ascesi yogica ha solo lo scopo di togliere gli ostacoli che potrebbero impedire allo yogin d’intraprendere il cammino dello Yoga o distoglierlo da esso.

La terza consiste nell’assumere modi di sedere che favoriscono la «meditazione»: devono essere «stabili», cioè immobili, «gradevoli» e quindi facili a prolungarsi, e «adatti» alla concentrazione. La posizione migliore è quella del «fior di loto», che consiste nel mettete il piede destro sulla coscia sinistra e il piede sinistro sulla coscia destra con le piante dei piedi rivolte verso l’alto, nel tenere le mani sulle ginocchia con le palme rivolte verso l’alto o verso il basso, il capo, il collo e il torso ben diritti e in rettilineo, gli occhi chiusi oppure concentrati su un punto, per esempio, sulla punta del naso. Si deve evitare ogni sforzo violento: perciò, lo yogin sceglierà la posizione in cui potrà restare a lungo senza eccessiva fatica.

La quarta consiste nella regolazione del respiro e completa la «concentrazione fisiologica» iniziata con la terza: si tratta di rallentare e ridurre al minimo il ritmo respiratorio, in modo da giungere alla respirazione lenta e tranquilla che si ha nel sonno profondo. Il controllo della respirazione dà calma e tranquillità di spirito. Lo si deve praticare in un luogo calmo, pulito e solitario, accompagnando i movimenti dell’inspirazione-ritenzione-espirazione con la recita di un mantra (nome o formula sacra).

La quinta consiste nel ritirare i sensi dai loro oggetti. I sensi, infatti, trascinano l’uomo ad attaccarsi agli oggetti: ma, «da tale attaccamento nasce il desiderio e dal desiderio sorge l’ira, dall’ira deriva l’offuscamento e dall’offuscamento la turbata memoria, dalla turbata memoria la distruzione della ragione e dalla distruzione della ragione l’ultima rovina». È dunque necessario controllare i sensi con una particolare tecnica di ritrazione, in modo da rivolgerli verso l’interno, cosicché possano venire stimolati solo quando si vuole.
In tal modo, yogin non è più distratto e attirato dagli oggetti dei sensi, ma è entrato in se stesso ed è perciò pronto a passare alle tappe superiori, puramente mentali. In realtà, più che di tre tappe, si tratta di una sola che a mano a mano si approfondisce, sfociando nell’«enstasi»: essi sono la «concentrazione», la «meditazione» e l’«assorbimento» o «enstasi»

La sesta tappa consiste dunque nella «concentrazione», nel fissare la mente su una cosa sola e nel mantenerla concentrata su di essa. Qualsiasi cosa, interna o esterna, può essere oggetto di concentrazione. Si consiglia di concentrarsi su una parte del corpo, come la punta del naso, lo spazio tra le sopracciglia, l’ombelico, il «loto del cuore», ma si può usare anche un fiore, un’immagine sacra, sempre però controllando il respiro e ritraendo i sensi, e facendo tutto senza rilassamento e divagazione. È essenziale rilevare che la concentrazione yogica non ha lo scopo di concentrare l’attenzione su un oggetto per meglio conoscerlo, ma al contrario ha lo scopo di arrestare la fluttuazione della mente, facendo sì che essa s’identifichi con l’oggetto senza nessun processo d’immaginazione o di ragionamento.

La settima tappa consiste nella «meditazione», che altro non è se non la concentrazione divenuta più intensa e, soprattutto, più prolungata: la mente è talmente fissa sull’oggetto che non è conscia di nient’altro; essa non ragiona sull’oggetto, ma solo lo fissa con un semplice sguardo mentale prolungato, senza sforzo. In tal modo la mente si pacifica, s’immobilizza e si svuota: è quindi preparata, col meditare oggetti sempre più sottili, all’«assorbimento».

Questa (l’«assorbimento») è l’ottava tappa, che si verifica quando l’atto di coscienza coincide con il suo oggetto e si fonde con la natura dell’oggetto meditato ed è così totalmente immerso nell’oggetto che si perde in esso ed è conscio soltanto di esso. È la “liberazione”, poiché, liberato da tutte le limitazioni del mondo fenomenico e da tutti i condizionamenti del corpo e della psiche, lo spirito realizza la propria autonomia e identità originaria, riconoscendosi come identico all’Assoluto. Il Sé può ormai risplendere nella sua piena luce.

Lo Zen non è che la settima tappa dello Yoga: la “meditazione».
Lo scopo dello Zen è diventare cosciente della propria natura di Buddha. Ognuno possiede tale natura, ma non ne è cosciente. Quando ne prende coscienza, egli si rende conto che quello che egli considerava il suo io non è veramente l’Io nella sua pienezza: l’«illuminazione» consiste precisamente nella «realizzazione del Sé», nel prendere coscienza della propria esistenza trascendente. Non basta, cioè, «essere» Buddha; bisogna prenderne «coscienza».

3. Queste due tecniche di «meditazione» possono aiutare la «meditazione» cristiana? Prima di rispondere a questa domanda, rileviamo che il termine «meditazione» non ha lo stesso significato nel cristianesimo e nello Yoga-Zen.
Nel cristianesimo la meditazione è uno sforzo di riflessione e di approfondimento delle verità rivelate da Dio fatto in un clima di silenzio e di raccoglimento e ascoltando la Parola di Dio. Fatto alla presenza di Dio, tale sforzo sfocia naturalmente nel colloquio con Lui: la «meditazione», cioè, è preparazione alla «preghiera» propriamente detta e ha senso solo se porta al colloquio con Dio. È, dunque, rivolta «verso l’Altro», verso il Tu di Dio-Trinità.
Nello Yoga la «meditazione» è la concentrazione intensa e prolungata del soggetto sull’oggetto spinta fino all’«assorbimento» dell’io nell’oggetto. È perciò rivolta «verso il Sé», verso l’immersione dell’io nel Sé e dunque verso un’interiorità «solitaria».
È quindi un’esperienza «spirituale», ma non «religiosa» né «morale».
Nello Zen la «meditazione» è lo sforzo di giungere al Vuoto assoluto di pensiero. È, dunque, l’esatto opposto della meditazione cristiana, che è lo sforzo di riflettere sulla Parola di Dio per farla propria, per pensare come pensa Dio. Meditazione cristiana e meditazione orientale sono, quindi, realtà non solo diverse, ma opposte. Tanto più che alla meditazione cristiana è essenziale la persona di Cristo nella sua umanità, la quale non è di ostacolo all’esperienza dell’infinito, ma è invece la via che dà accesso alla forma più elevata di tale esperienza; soprattutto, sono essenziali la Croce e la Risurrezione, che sono il criterio ultimo della validità di ogni forma di meditazione.
A motivo di questa radicale opposizione tra la meditazione cristiana e la meditazione Yoga e Zen alcuni sono nettamente contrari al ricorso, da parte dei cristiani, alla pratica dello Yoga e dello Zen e non ammettono che si possa parlare di «Yoga cristiano» e di “Zen cristiano». Essi sono contrari anche al ricorso alle tecniche meditative dello Yoga e dello Zen, perché ritengono che tali tecniche non siano «neutre», tali cioè che possano applicarsi a qualsiasi religione, ma siano indissolubilmente legate ai sistemi filosofici e religiosi da cui sono state elaborate.
In realtà, l’opposizione rilevata tra la meditazione cristiana e la meditazione orientale pone il problema se le tecniche meditative dello Yoga e dello Zen possano essere impiegate nella meditazione e nella preghiera cristiana. Poiché lo Yoga e lo Zen sono sistemi di pensiero e di prassi fortemente coerenti, nel senso che tutte le loro parti hanno un posto ben preciso nel raggiungimento del fine e sono indirizzate a raggiungere quello scopo e non un altro, non si vede facilmente come tecniche di meditazione rivolte a raggiungere l’isolamento dell’Io nell’enstasi e il Vuoto mentale assoluto possono essere usate per raggiungere uno scopo totalmente diverso e, anzi, opposto: il «dialogo Io-Tu» del cristiano col Padre e con Cristo, e la «Pienezza» di conoscenza e di amore nella partecipazione alla vita trinitaria.
Tanto più che i cristiani – in particolare i religiosi e le religiose – hanno a loro disposizione una serie di metodi di orazione elaborati e sperimentati da sante e santi cristiani che hanno raggiunto le più alte vette dell’esperienza mistica: tali metodi non solo non hanno perduto vigore e attualità, ma sono pienamente in armonia col mistero cristiano.
Tuttavia, non possiamo ignorare un fatto: alcuni, dopo aver praticato a lungo e con serietà lo Yoga e lo Zen, affermano di aver ricavato grandi vantaggi sia per la propria vita interiore e di relazione, sia per la propria preghiera. Non solo hanno imparato a controllare i propri sentimenti, hanno preso possesso quasi perfettamente di se stessi e perciò sono divenuti calmi e spiritualmente liberi; e migliorando la propria capacità di concentrazione, hanno reso di più nel loro lavoro; non solo la loro capacità di comprensione delle cose, diventando meno discorsiva e più intuitiva, è divenuta più profonda; ma la loro vita di preghiera ne ha tratto un grande beneficio, divenendo più tranquilla e recettiva, più attenta e concentrata, quindi più raccolta e più profonda e anche più facile e spontanea. Si tratta però di persone particolarmente preparate teologicamente e spiritualmente e, soprattutto, sane psicologicamente, capaci quindi di cogliere ciò che in tali metodi è positivo, ma anche di vederne le deficienze e i pericoli.
Per parte nostra riteniamo che, generalmente parlando, coloro che possono trarre veri vantaggi dalle tecniche meditative orientali sono i cristiani di cultura indiana e giapponese, per i quali tali tecniche fanno parte della vita di ogni giorno e per i quali tali tecniche possono essere di aiuto per pregare, non da occidentali, ma da «indiani» e da «giapponesi».
Abbiamo, invece, forti dubbi che persone di cultura occidentale possono normalmente giovarsi di metodi e tecniche di meditazione che, oltre al fatto d’ispirarsi a concezioni filosofiche e antropologiche radicalmente diverse e anzi opposte, sono nate e si sono sviluppate in culture molto lontane da quella occidentale, per la quale, perciò, tali tecniche non sono «naturali», bensì «innaturali»: tanto che la massima parte del tempo e un enorme impiego di energie devono essere spesi da un occidentale solo per impararle.

A questo proposito, è importante rilevare che quegli stessi i quali hanno fatto serie e prolungate esperienze di Yoga e di Zen, sentono il dovere di mettere in guardia contro i pericoli di tali tecniche. Un benedettino che ha praticato per lunghi anni lo Yoga, J. M. Déchanet, osserva che il Raja-yoga nella sua integrità «è incompatibile con l’essenza del cristianesimo e, senza alcun dubbio, è in contraddizione con l’esperienza dei Santi», ma aggiunge che anche le «discipline» da esso utilizzate controllo del respiro prolungato durante alcune ore, concentrazione intensa e prolungata, visualizzazione dell’oggetto da parte del soggetto fino a identificarsi con esso – «sono pericolose e la più grande prudenza è di regola nei loro confronti». Egli nega perciò che si possa «cristianizzare» lo Yoga, pur ammettendo i «vantaggi incontestabili» che il cristianesimo può ricavare dalle «discipline yogiche», a condizione, tuttavia, che queste non vengano maggiorate, col farne delle tecniche di «ricerca mistica di Dio».
In realtà, i pericoli a cui si va incontro nell’uso delle tecniche dello Yoga e dello Zen sono molteplici: che si metta tutta la propria attenzione nel praticarle correttamente e si trascuri o si metta da parte il colloquio con Dio: in tal modo tali tecniche diventano un fine da perseguire e cessano di essere un semplice mezzo per una preghiera più profonda; che ci si ripieghi su se stessi, sulla propria persona, sul proprio corpo e ci si compiaccia delle proprie performances fisiche e mentali nell’esecuzione degli esercizi, ritenendo che l’essere bravi in tali esercizi equivalga ad essere cresciuti nello spirito di preghiera; che si confondano i risultati di maggiore tranquillità interiore e più profonda concentrazione e raccoglimento che con tali esercizi si possono raggiungere con gli effetti soprannaturali di santificazione che la preghiera produce nel cristiano e che, generalmente, non sono sperimentabili: che quindi, si creda di pregare meglio, perché si controllano meglio i propri pensieri e i propri sensi e perciò si è meno distratti.
Ricordiamo ancora una volta che il valore della preghiera cristiana non dipende né dalla concentrazione, né dall’attenzione, né dalla mancanza di distrazioni, ma dalla fede e dall’amore. Quanto maggiore è la fede e più intenso è l’amore per il Signore e più ardente il desiderio di Lui, tanto più profonda ed efficace è la preghiera.
A questo proposito è utile richiamare un insegnamento di san Tommaso d’Aquino: chiedendosi se la preghiera debba essere «attenta», egli osserva che l’attenzione è assolutamente necessaria alla preghiera affinché essa raggiunga «meglio» il suo fine; ma affinché sia meritoria ed efficace, non si richiede di necessità l’attenzione per tutta la durata della preghiera, ma basta la prima intenzione con la quale una persona si accosta alla preghiera: «Si deve dunque dire che prega in spirito e verità colui che si mette a pregare per impulso dello Spirito Santo, anche se poi la mente divaga per qualche debolezza, non di proposito» (Summa Theol, II-II, q. 83, a. 13, ad 1 et 3).
In altre parole, le distrazioni, se non sono volontarie, non impediscono la «preghiera profonda», a condizione che questa nasca e sia sostenuta da una fede viva e da ardente amore: fede e amore che sono doni dello Spirito Santo e che nessuna tecnica umana può meritare e tanto meno produrre, anche se con l’impegno umano ci si può in qualche misura «disporre» a riceverli più abbondantemente e con più frutto.
Ma il punto sul quale bisogna maggiormente insistere è un altro. Nello Yoga e nello Zen le tecniche di meditazione sono «necessarie», nel senso che senza di esse è impossibile giungere allo scopo che lo Yoga e lo Zen si propongono; inoltre, le tecniche di meditazione, se sono praticate correttamente, a lungo e con costanza, portano “necessariamente” al raggiungimento dell’obiettivo.
Invece, nel cristianesimo, i metodi e le tecniche di meditazione e di preghiera sono utili e, nei primi tempi, anche necessari per aiutare e sostenere lo sforzo della preghiera; ma non sono per sé assolutamente necessarie, poiché Dio si può comunicare al cristiano e questi può entrare in contatto con Dio senza l’ausilio di nessuna tecnica particolare.
A mano a mano, poi, che lo spirito di preghiera e di unione con Dio diviene più profondo, metodi e tecniche di preghiera si semplificano e si riducono fino a scomparire quasi del tutto. La preghiera perde allora ogni carattere complicato e artificioso per divenire attenzione amorosa a Dio e silenzio adorante.
Quello che possiamo dire con certezza è che l’esperienza mistica “cristiana” è soprannaturale, è puro dono di Dio, e il suo carattere essenziale è la «passività», cioè il fatto che l’uomo, che Dio per pura grazia ha ammesso alla sua intimità, non può far nulla, ne per causare e coadiuvare l’azione di Dio in lui né per impedirla. Non c’è, dunque, nel cristianesimo nessuna tecnica capace di causare necessariamente l’unione mistica con Dio.
Siamo qui al punto centrale dell’opposizione tra il cristianesimo da una parte e lo Yoga e lo Zen dall’altra e quindi tra i metodi di orazione cristiani e le tecniche della meditazione orientale: qui l’uomo si salva da sé col suo sforzo; nel cristianesimo l’uomo è salvato da Dio per grazia.