Quesito

Caro Padre Angelo,
La mail per chiederle una risposta che mi è costata un’ingiuria da parte di un sacerdote, e non volendo oltremodo approfondire la questione con tale persona vorrei “approfittare” di questo spazio per chiederle solo una delle tante domande che forse molti o almeno io mi pongo:
E’ da qualche settimana che frequento un corso pre matrimoniale e probabilmente come da prassi il sacerdote ci spiega i 7 sacramenti, l’ultima volta è toccato alla confessione e a dire il vero è stato un incontro molto interessante fin quando il sacerdote ha detto che a sua discrezione può dare assoluzione sotto condizione, mi spiego meglio: un sacerdote può assolvere un cattolico a patto che compia delle azioni come per esempio confessare un omicidio alle autorità.
Da un punto di vista umano e morale condivido pienamente tale discorso, da un punto di vista teologico ho avuto, però, delle forti perplessità e ho rivolto la seguente domanda al sacerdote: Padre, ma la confessione di un reato alle autorità implica una pena che oltre a variare da cultura a cultura (per alcuni stati o comunità il furto per esempio può essere punito con l’amputazione piuttosto che con la galera o una semplice ammenda) è stata decisa e regolata da uomini politici grazie a delle circostanze ambientali e culturali, quindi, mi stupisce molto il fatto che il perdono e quindi l’assoluzione di Dio non passi solo per il vero pentimento ma anche per l’espiazione del peccato attraverso una legge dello stato.
Dal mio punto di vista capirei più che il sacerdote dicesse di restituire un furto ma il fatto di sottoporsi ad una legge dell’uomo per espiare completamente il peccato mi lascia perplesso, tale riflessione non vuole certamente creare un alibi per sfuggire alle proprie responsabilità e far si che un sacerdote ci metta la coscienza a posto per un reato fatto nei confronti della società, poiché ritengo che il debito della società dovrà comunque essere pagato.
  Il fulcro del mio discorso e quindi la mia perplessità non è concentrato sul fatto che non sia utile o necessario “costituirsi” alle autorità, ma che il perdono di Dio possa passare anche per una legge decisa dagli uomini e non semplicemente attraverso il profondo dolore procurato dal pentimento.

Nel ringraziarla in anticipo per la risposta porgo
Cordiali Saluti


Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. il sacerdote è andato troppo in là.
Potrebbe comandare di autocostituirsi solo nel caso che un altro venga irrimediabilmente condannato al suo posto.

2. Rimane il fatto che chi ha danneggiato il prossimo deve riparare.
Questo è fuori discussione.
Ma non necessariamente si ripara costituendosi all’autorità civile.

3. Imporre al reo l’obbligo di autocostiuirsi è sbagliato anche perché rende odioso l’accesso alla confessione sacramentale.
Molti verrebbero privati della riconciliazione con Dio e con la Chiesa perché diventerebbe troppo difficile. E di questo il sacerdote si renderebbe colpevole.

4. Ti trascrivo quanto si legge nel Dizionario di teologia morale diretto dal card. Roberti (ed. Studium 1961):
“In materia criminale, il reo non ha in coscienza l’obbligo di costituirsi al magistrato, di prestare il giuramento di rito, di confessare il proprio delitto.
Solo il suo interesse personale lo spinge ad osare tutti i mezzi di difesa in suo potere.
Inoltre è lecito al reo prendere la fuga, sia prima che dopo la condanna, anche se dovesse eventualmente recare ad altri un danno da lui non direttamente voluto.
Se è lecita la fuga, non è peccato il favorirla con mezzi leciti, tranne da parte di chi abbia l’obbligo della sorveglianza. Non è però lecito al reo evadere uccidendo e ferendo le guardie, se non nel caso ben raro che possano essere assimilate ad ingiusti aggressori.
In foro esterno, però, spesso l’evasione e ogni concorso in essa vengono puniti con l’obbligo di riparare i danni nel corso di essa cagionati.
Difatti, per quanto in coscienza l’amore alla libertà individuale prevalga di fronte a eventuali danni di terzi e di fronte allo stesso diritto della società di punire i colpevoli, l’evasione, in foro esterno, per necessità di ordine pubblico, è generalmente considerata illecita”.
Questo era il sentire della teologia morale tradizionale.
Non credo che i criteri siano oggi modificati sostanzialmente.

4. I motivi che tu hai portato per difendere la tua tesi mi paiono giusti.
Ma non ci sono solo questi motivi perché il compito di giudicare e di dare la pena non è del reo, ma del magistrato.
Ognuno deve fare quello che gli spetta.

Ti saluto, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo