Quesito

Caro Padre Angelo,
volevo sottoporti, se possibile, un quesito che da sempre mi insinua dubbi che non riesco a placare relativamente al rapporto di Dio col male, ossia l’estraneità del “Dio Creatore” in merito ai concetti di male, dolore e morte altroché la definitiva vittoria del Bene sul male, attesa con la parusia del Signore in relazione alla visione di Dio da sempre Onnipotente.
Grazie di cuore.
Maura M.


Risposta del sacerdote

Cara Maura,
dico subito che trovo la tua domanda un pò contorta.
Cercherò ugualmente di rispondere.

1. Dio in nessuna maniera vuole il male, tanto meno lo compie. É perfezione assoluta e tutte le sue opere sono perfette.
Il male è entrato in questo mondo come limite voluto dalle creature (angeli e uomini).
Questa volontà delle creature è stata prevista da Dio e Dio l’ha permessa per volgere tutto ad un bene ancora più grande.

2. Va ricordato che tutto quanto esiste (anche il male compiuto dalle creature) non sfugge all’economia divina, che è una economia di amore.
Giovanni Paolo II ha detto:
“La fede della Chiesa culmina in questa verità suprema: Dio è Amore!… La verità che Dio è Amore costituisce come l’apice di tutto ciò che è stato rivelato per mezzo dei profeti e ultimamente per mezzo del Figlio (Eb 1,l). Tale verità illumina tutto il contenuto della Rivelazione divina, e in particolare la realtà rivelata della creazione e quella dell’Alleanza… Dio ha creato perché poteva, perché è onnipotente; ma la sua onnipotenza era guidata dalla Sapienza e mossa dall’Amore. Questa è l’opera della creazione.
E l’opera della Redenzione ha un’eloquenza ancora più possente e ci offre una dimostrazione ancora più radicale: di fronte al male, di fronte al peccato delle creature rimane l’amore come espressione dell’onnipotenza. Solo l’amore onnipotente sa trarre il bene dal male e la vita nuova dal peccato, dalla morte” (2.10.1985).
Come Dio sappia trarre un bene più grande anche dal male non ci è sempre possibile dirlo.
Sant’Ambrogio aveva individuato il bene più grande nella redenzione compiuta da Cristo, per cui a proposito del peccato di Adamo scrive: “O felice colpa”.
E la Chiesa, nella liturgia della veglia pasquale, non cessa di ripetere l’espressione di Ambrogio: “O felice colpa, che ci hai meritato un così grande Redentore”.

3. Va detto però che, sebbene Dio non abbia voluto in alcun modo il male e la sofferenza, nel dare la risposta all’uomo su questa realtà così pesante non ha scelto una cattedra scolastica, ma ha assunto su di sé tutto il dolore dell’umanità. E per questo possiamo ascoltare il suo insegnamento, perché è l’insegnamento di chi è esperto nel soffrire (per usare un’espressione di Isaia).
La sua risposta è quella enunciata da Giovanni Paolo II al termine della Enciclica Salvifici doloris:
“Nel programma messianico di Cristo, che è insieme il programma del regno di Dio, la sofferenza è presente nel mondo per sprigionare amore, per far nascere opere di amore verso il prossimo, per trasformare tutta la civiltà umana nella “civiltà dell’amore”.
In questo amore il significato salvifico della sofferenza si realizza fino in fondo e raggiunge la sua dimensione definitiva.
Le parole di Cristo sul giudizio finale permettono di comprendere ciò in tutta la semplicità e perspicacia del Vangelo. Queste parole sull’amore, sugli atti di amore, collegati con l’umana sofferenza, ci permettono ancora una volta di scoprire, alla base di tutte le sofferenze umane, la stessa sofferenza redentrice di Cristo. Cristo dice: “L’avete fatto a me”. Egli stesso è colui che in ognuno sperimenta l’amore; egli stesso è colui che riceve aiuto, quando questo viene reso a ogni sofferente senza eccezione. Egli stesso è presente in questo sofferente, poiché la sua sofferenza salvifica è stata aperta una volta per sempre ad ogni sofferenza umana.
E tutti coloro che soffrono sono stati chiamati una volta per sempre a diventare partecipi “delle sofferenze di Cristo”. Così come tutti sono stati chiamati a “completare” con la propria sofferenza “quello che manca ai patimenti di Cristo”. Cristo allo stesso tempo ha insegnato all’uomo a far del bene con la sofferenza e a far del bene a chi soffre. In questo duplice aspetto egli ha svelato fino in fondo il senso della sofferenza” (n. 30).

Con la speranza di aver centrato in qualche modo la tua domanda, ti assicuro la mia preghiera e ti benedico.
Padre Angelo