Quesito

Buongiorno,
sono un ragazzo e vengo dal Lago Maggiore. Grazie dell’opportunità che offrite alle persone con accesso limitato alla cura pastorale di un sacerdote, per motivi di isolamento geografico o logistico.
La mia domanda è semplice ma non riesco a trovare una risposta che risuoni nella mia anima e mi affido alla vostra esperienza pastorale e di preghiera: perché diciamo “ascoltaci o Signore” durante le preghiere in comune?
Quando sento questa formula mi allontano rapidamente dallo spirito della preghiera, sento un repentino disabbraccio con la Santissima Trinità. Sento come se il Regno che Gesù annuncia come “fatto vicino” e che basta aprire le porte del cuore per accoglierlo ora si è ribaltato e si è allontanato, e siamo diventati noi che cerchiamo di fare aprire a Dio il suo cuore alle nostre richieste, alla nostra volontà, dimenticando che il Signore ci ascolta in ogni istante e che bussa da ogni parte alle nostre porte.
Vi ringrazio per la lettura e per una eventuale risposta.
Ogni bene


Risposta del sacerdote

Carissimo,
1.non devi formalizzarti sulla parola “ascoltaci”. È vero che Dio ascolta sempre.
Ma l’espressione ascolta è sinonimo di esaudisci.

2. Dio stesso, che è l’autore principale delle Sacre Scritture, suggerisce di pregare usando anche la parola ascolta.
Ad esempio Davide nel Salmo 4,2 si esprime così: “Quando t’invoco, rispondimi, Dio della mia giustizia! Nell’angoscia mi hai dato sollievo; pietà di me, ascolta la mia preghiera”.

3. Analogamente Salomone quando consacra il tempio di Gerusalemme si rivolge a Dio con questa preghiera: “Volgiti alla preghiera del tuo servo e alla sua supplica, Signore, mio Dio, per ascoltare il grido e la preghiera che il tuo servo oggi innalza davanti a te! Siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa, verso il luogo di cui hai detto: «Lì porrò il mio nome!». Ascolta la preghiera che il tuo servo innalza in questo luogo.
Ascolta la supplica del tuo servo e del tuo popolo Israele, quando pregheranno in questo luogo. Ascoltali nel luogo della tua dimora, in cielo; ascolta e perdona!” (1 Re 8,28-30).
Questa stessa preghiera di Salomone è riportata nel secondo libro delle Cronache: “Ascolta le suppliche del tuo servo e del tuo popolo Israele, quando pregheranno in questo luogo. Ascoltali dal luogo della tua dimora, dal cielo; ascolta e perdona!” (2 Cr 6,21).

4. Anche la Chiesa fa abbondante uso di questa espressione. Si pensi ad esempio all’invocazione che si ripete molte volte nelle Litanie dei Santi: Te rogamus, audi nos (ti preghiamo, ascoltaci!).

5. Va ricordato inoltre che la preghiera non serve a Dio per fargli conoscere ciò di cui abbiamo bisogno. Serve piuttosto a noi, per renderci disposti ad accogliere i doni che Dio dall’eternità ha decretato di darci.
Per questo la preghiera va accompagnata con la disposizione a trasformare la nostra vita per renderla secondo Dio.

6. Anzi va detto che noi non sentiremmo il bisogno di pregare se Dio stesso non ci stimolasse segretamente. San Tommaso era profondamente convinto tanto da ricordare quanto viene attribuito a San Giovanni Crisostomo: “Dio non nega mai i suoi benefici a chi prega Colui che con la sua misericordia spinge a pregare senza interruzione” (Somma teologica, II-II, 83,15).

7. Per cui, se dopo aver pregato non si ottiene, è necessario interrogarsi se vi sia qualcosa che non è secondo Dio nella nostra preghiera o nella nostra vita.
Per cui bisogna concludere con San Basilio: “Per questo domandi e non ottieni, perché domandi malamente, o con poca fede, o con leggerezza, oppure chiedendo cosa che non ti giovano, o senza insistere” (Const. Monast., 1).

Con l’augurio di essere sempre ben disposto ad accogliere ciò che Dio stesso ti suggerisce di domandare, ti benedico e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo

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