Gentile padre Angelo,
Gesù dice: “ero straniero e non mi avete accolto…”.
Ma quando non è immigrazione ma invasione, anche se non armata, come ci si deve comportare?
San Tommaso d’Aquino ha affrontato il problema?
Grato se vorrà rispondermi e cordiali saluti.
Fausto


Caro Fausto,
1. non entro nel merito della problematica concreta che è sotto gli occhi di tutti, e cioè se quanto sta avvenendo sia immigrazione o invasione.
Desidero rispondere strettamente alla domanda che mi hai posto: se san Tommaso tratti del caso di immigrazione e di come ci si possa comportare con gli stranieri.
Effettivamente il nostro Maestro ne parla, ed è sorprendente all’interno di un trattato di teologia.
Ne tratta nell’ambito della legge e più precisamente nel rapporto che la legge ebraica (la lex vetus) aveva verso gli stranieri.

2. Ecco le sue testuali parole:
“Con gli stranieri ci possono essere due tipi di rapporti: l’uno di pace, l’altro di guerra.
E rispetto all’uno e all’altro la legge (ebraica) conteneva giusti precetti.
Infatti gli ebrei avevano tre occasioni per comunicare in modo pacifico con gli stranieri.
Primo, quando gli stranieri passavano per il loro territorio come viandanti.
Secondo, quando venivano ad abitare nella loro terra come forestieri. E sia nell’un caso come nell’altro la legge impose precetti di misericordia; infatti nell’Esodo si dice: “Non molesterai lo straniero” (Es 22,20); e ancora: “Non opprimerai il forestiero” (Es 23,9).
Terzo, quando degli stranieri volevano passare totalmente nella loro collettività e nel loro rito. In tal caso si procedeva con un certo ordine. Infatti non si ricevevano subito come compatrioti: del resto anche presso alcuni gentili (pagani) era stabilito, come riferisce il Filosofo, che non venissero considerati cittadini, se non quelli che lo fossero stati a cominciare dal nonno, o dal bisnonno (Politic. 3,1). E questo perché, ammettendo degli stranieri a trattare i negozi della nazione, potevano sorgere molti pericoli; poiché gli stranieri, non avendo ancora un amore ben consolidato al bene pubblico, avrebbero potuto attentare contro la nazione.
Ecco perché la legge stabiliva che si potessero ricevere nella convivenza del popolo alla terza generazione alcuni dei gentili che avevano una certa affinità con gli ebrei: cioè gli egiziani, presso i quali gli ebrei erano nati e cresciuti, e gli idumei, figli di Esaù fratello di Giacobbe.
Invece alcuni, come gli ammoniti e i moabiti, non potevano essere mai accolti, perché li avevano trattati in maniera ostile. Gli amaleciti, poi, che più li avevano avversati, e con i quali non avevano nessun contatto di parentela, erano considerati come nemici perpetui; infatti nell’Esodo si legge: “Vi sarà guerra del Signore sarà contro Amalec, di generazione in generazione” (Es 17,11)” (Somma teologica, I-II, 105, 3).

3. Rispondendo alle obiezioni, san Tommaso precisa ulteriormente:
“La legge non escludeva gli uomini di nessuna nazione dal culto di Dio e da ciò che serve alla salvezza dell’anima; infatti nella Scrittura si dice: “Se qualche forestiero vorrà associarsi a voi, e fare la Pasqua del Signore, sia prima circonciso ogni suo maschio, e allora si accosterà per celebrarla, e sarà come un nativo del paese” (Es 12,48).
Invece nelle cose temporali, rispetto a ciò che formava la convivenza civile del popolo, non veniva subito ammesso chiunque, per il motivo sopra indicato: ma alcuni vi erano ammessi alla terza generazione, come gli egiziani e gli idumei; altri erano esclusi in perpetuo, a riprovazione di una colpa passata, come i moabiti, gli ammoniti e gli amaleciti.
Infatti, come una persona singola è punita per il peccato da lei commesso perché gli altri si astengano dal peccare, così per qualche speciale peccato può essere punita una nazione o una città perché altri popoli si astengano da una simile colpa.
Tuttavia qualcuno poteva essere ammesso nella civile convivenza del popolo con una dispensa, per qualche atto particolare di virtù: si legge infatti nel libro di Giuditta, che Achior, comandante degli Ammoniti, “fu aggregato al popolo d’Israele, egli e tutta la discendenza della sua stirpe” (Gdt 4,10).
Così avvenne per la moabita Rut, che era “una donna virtuosa” (Rt 3,11)” (Somma teologica, I-II, 105, 3).

Mi pare che la lezione di san Tommaso porti con sé buon senso e sia capace di possa gettare qualche luce anche sui nostri attuali problemi, sebbene diversi per motivazioni e contenuti.

Ti auguro ogni bene, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo