Quesito

Carissimo P. Angelo,
Le scrivo per essere aiutato a capire il pensiero dell’Aquinate in merito al recupero delle virtù mediante la penitenza. Quando ci confessiamo e otteniamo la grazia di Dio noi ritorniamo allo stesso stato in cui ci trovavamo prima di peccare con tutti i meriti che abbiamo acquisito fino ad allora, oppure li perdiamo e ricominciamo daccapo?
Mi puoi aiutare a comprendere il pensiero di S. Tommaso?
Grazie
Alessandro


Risposta del sacerdote

Caro Alessandro,
1. San Tommaso tratta di questo problema nella questione 89 della terza parte della Somma Teologica.
Suo punto di partenza è quanto si legge nel Vangelo: “Nella parabola evangelica il padre comanda che il figlio pentito sia rivestito "con la veste più preziosa", che a detta di S. Ambrogio è "la veste della sapienza", la quale è accompagnata da tutte le virtù” (Somma Teologica, III, 69, 1, sed contra).
Questa veste della sapienza è la grazia santificante che viene comunicata sempre insieme con le tre virtù teologali (fede, speranza e carita) e con i sette doni dello Spirito Santo.

2. Ecco la tua domanda: in quale misura viene infusa la grazia quando ci si pente dei peccati e ci si confessa?
San Tommaso ricorda che l’infusione della grazia in una persona che ha raggiunto l’uso di ragione è sempre accompagnato da un atto consapevole e libero.
Questo atto personale segna la disposizione con la quale l’uomo si dispone ad accogliere la grazia di Dio.
Ebbene, il grado di infusione della grazia – egli dice – è proporzionato all’intensità dell’atto con cui si detesta il peccato.

3. “Perciò, a seconda che il moto del libero arbitrio è nella penitenza più intenso o più debole, il penitente consegue una grazia maggiore o minore.
Ora accade che l’intensità del moto suddetto è proporzionato a una grazia talora superiore, talora uguale e talora inferiore a quella da cui il penitente era decaduto col peccato
Perciò il penitente talora risorge con una grazia superiore a quella precedente; talora con una uguale; e talora con una grazia inferiore.
Lo stesso si dica delle virtù che accompagnano la grazia” (Somma Teologica, III, 69, 2).

4. San Tommaso dice ancora: “La penitenza di suo ha la virtù di riparare alla perfezione tutti i difetti, e anzi di promuovere a uno stato superiore: questo però talora viene impedito da parte dell’uomo, che si muove con poco impegno nella ricerca di Dio e nella detestazione del peccato” (Ib., ad 2).

5. San Tommaso si domanda infine se le opere buone compiute in grazia di Dio, e pertanto meritorie, ma che successivamente sono state “mortificate” dal peccato grave, possano tornare a favore di chi le ha compiute.
È chiaro infatti da quanto dice il profeta Ezechiele che col peccato grave si perde tutto il merito delle opere buone: “Ma se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male, imitando tutte le azioni abominevoli che l’empio commette, potrà egli vivere? Tutte le opere giuste da lui fatte saranno dimenticate; a causa della prevaricazione in cui è caduto e del peccato che ha commesso, egli morirà” (Ez 18,24).
Ed ecco la risposta: “L’uomo col peccato viene a perdere due tipi di dignità: una presso Dio, l’altra presso la Chiesa.
Presso Dio egli perde una duplice dignità. Una dignità principale, per cui "era computato tra i figli di Dio" (Sap 5,5) mediante la grazia. E questa viene recuperata dalla penitenza. A ciò si accenna nella parabola evangelica del figliol prodigo, allorché dopo il pentimento il padre comanda di restituire "la veste più preziosa, l’anello e i calzari" (Lc 15,22).
Perde poi una dignità secondaria, cioè l’innocenza: della quale nella parabola evangelica ricordata, si gloriava il figlio maggiore con quelle parole: "Ecco io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando" (Lc 15,29). E questa dignità il penitente non può ricuperarla.
Talora però egli ricupera qualche cosa di più grande. Poiché, come scrive S. Gregorio, "coloro che considerano le proprie defezioni da Dio, ricompensano con i guadagni successivi le perdite precedenti. Ecco perché di essi si fa più festa in cielo: perché il comandante ama di più nel combattimento quel soldato che, tornato indietro dopo aver tentato la fuga, incalza coraggiosamente il nemico, piuttosto che quello il quale, senza aver mai voltato le spalle al nemico, non compie mai un grande atto di coraggio" (In Evang. hom. 34)” (Somma Teologica, III, 69, 3).

Ti auguro ogni bene, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo