Può una persona sposata solo in comune fare da padrino o madrina?

Può una persona sposata solo in comune fare da padrino o madrina?

Quesito

Caro Padre Angelo,
una mia collega è sposata solo in comune e desiderava fare da madrina al battesimo di sua nipote. Inizialmente il parroco le ha detto che non poteva a causa della sua situazione coniugale; poi ha cambiato idea e gli permetterà di fare la madrina (forse la mia collega gli ha presentato una dichiarazione in cui asseriva qualcosa, non ho capito bene). Cosa dice la Chiesa al riguardo? E’ forse una cosa lasciata alla discrezionalita dei preti?
Grazie infinite,
Nicola


Risposta del sacerdote

Caro Nicola,
Per l’ufficio di padrino il Codice di Diritto canonico dice che si richiede “una vita conforme alla fede e all’incarico che assume” (can. 874).
Il Direttorio di Pastorale Familiare, pubblicato dalla Conferenza episcopale italiana il 25 luglio 1993, scrive: “Analogamente a quanto si è detto per i divorziati risposati, per coloro che sono sposati solo civilmente non è neppure possibile affidare loro incarichi o servizi che richiedono una pienezza di testimonianza cristiana e di appartenenza alla Chiesa” (DPF 226).
Per i divorziati risposati aveva detto: “La partecipazione dei divorziati risposati alla vita della Chiesa rimane condizionata dalla loro non piena appartenenza ad essa. È evidente che essi non possono svolgere nella comunità ecclesiale quei servizi che esigono una pienezza di testimonianza cristiana, come sono i servizi liturgici e in particolare quello di lettori, il ministero di catechista, l’ufficio di padrino per i sacramenti.
Nella stessa prospettiva, è da escludere una loro partecipazione ai consigli pastorali, i cui membri, condividendo in pienezza la vita della comunità cristiana, ne sono in qualche modo i rappresentanti e i delegati.
Non sussistono invece ragioni intrinseche per impedire che un divorziato risposato funga da testimone nella celebrazione del matrimonio: tuttavia saggezza pastorale chiederebbe di evitarlo, per il chiaro contrasto che esiste tra il matrimonio indissolubile di cui il soggetto si fa testimone e la situazione di violazione della stessa indissolubilità che egli vive personalmente” (DPF 218).
La Congregazione per la Dottrina della Fede, il 14 settembre 1994, presieduta a quei tempi dal Card. Joseph Ratzinger, con una Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa la ricezione della comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati, ha messo a fuoco alcuni punti fermi della dottrina e della prassi della Chiesa.
Tra questi ce n’è uno che è assimilabile al caso da te presentato: “a motivo della loro situazione obiettiva i fedeli divorziati risposati non possono “esercitare certe responsabilità ecclesiali” (CCC 1650).

Come vedi, il problema non è lasciato alla discrezionalità dei preti.
Allora come mai il parroco in un secondo tempo ha detto di sì?
Posso pensare ad due soluzioni.
La prima: la futura madrina ha promesso di regolarizzare la propria posizione in Chiesa entro breve tempo.
La seconda: di comune accordo si è stabilito che come prima madrina firmerà una persona regolare. A questo nome si aggiunge la firma della persona in questione. Ma questa è solo una fictio iuris.
Ti ringrazio per la fiducia posta nel nostro sito, ti accompagno con la preghiera e ti benedico.
Padre Angelo.