Quesito

Caro Padre Angelo,
sono un suo affezionato lettore e, in passato, le ho anche scritto. Innanzitutto la ringrazio per il servizio alla verità che compie ogni giorno con carità e ottima preparazione. Le scrivo per chiederle un chiarimento, che potrebbe essere utile anche ad altri lettori, sulla risposta data al lettore Mauro, pubblicata il 31/07/2008. Da alcune sue affermazioni (“certe raccomandazioni neotestamentarie riguardanti la sottomissione della donna o il loro abbigliamento nelle assemblee portano il sigillo dell’epoca e delle circostanze. Anche San Paolo, pur mosso dallo Spirito Santo, nel suo aspetto umano è figlio del suo tempo.”, “Le Sacre Scritture, pur essendo Parola di Dio, portano il segno del tempo e della cultura in cui sono state scritte. Il lavoro dell’esegesi consiste anche in questo: nel farci comprendere quello che è di divina rivelazione e quello invece che è un portato culturale e storico di colui che scrive. Non possiamo pretendere un San Paolo diverso da quello della cultura del suo tempo.”), mi sembra di capire che lei ritenga culturalmente condizionata, e quindi soggetta ad ulteriori correzioni, la dottrina di San Paolo sulla sottomissione della donna all’uomo, in particolare della moglie al marito. Ma San Paolo fonda la sua dottrina sull’ordine della creazione (1 Cor 11, 8-9), che è voluto da Dio ed è immutabile. Non è la donna (moglie) ad avere autorità sull’uomo (marito), ma l’uomo (marito) sulla donna (moglie), per volontà divina. Anche San Pietro ribadisce lo stesso concetto, proponendo come modello per le donne cristiane la figura di Sara, che chiamava Abramo “Signore” (1 Pt 3, 5-6). Ubbidire, essere sottomessa al marito, non sminuisce affatto la dignità della donna, anzi, la esalta, come insegna il Sommo Pontefice Pio XI nell’enciclica Casti Connubii:
Rassodata finalmente col vincolo di questa carità la società domestica, in essa fiorirà necessariamente quello che è chiamato da Sant’Agostino ordine dell’amore. Il quale ordine richiede da una parte la superiorità del marito sopra la moglie e i figli, e dall’altra la pronta soggezione e ubbidienza della moglie, non per forza, ma quale è raccomandata dall’Apostolo in queste parole: «Le donne siano soggette ai loro mariti, come al Signore, perché l’uomo è capo della donna, come Cristo è capo della Chiesa» (Ef 5, 22-23).
Una tale soggezione però non nega né toglie la libertà che compete di pieno diritto alla donna, sia per la nobiltà della personalità umana, sia per il compito nobilissimo di sposa, di madre e di compagna; né l’obbliga ad accondiscendere a tutti i capricci dell’uomo, se poco conformi alla ragione stessa o alla dignità della sposa; né vuole infine che la moglie sia equiparata alle persone che nel diritto si chiamano minorenni, alle quali per mancanza della maturità di giudizio o per inesperienza delle cose umane non si suole concedere il libero esercizio dei loro diritti; ma vieta quella licenza esagerata che non cura il bene della famiglia, vieta che nel corpo di questa famiglia sia separato il cuore dal capo, con danno sommo del corpo intero e con pericolo prossimo di rovina. Se l’uomo infatti è il capo, la donna è il cuore; e come l’uno tiene il primato del governo, così l’altra può e deve attribuirsi come suo proprio il primato dell’amore.
Quanto poi al grado ed al modo di questa soggezione della moglie al marito, essa può essere diversa secondo la varietà delle persone, dei luoghi e dei tempi; anzi, se l’uomo viene meno al suo dovere, appartiene alla moglie supplirvi nella direzione della famiglia. Ma in nessun tempo e luogo è lecito sovvertire o ledere la struttura essenziale della famiglia stessa e la sua legge da Dio fermamente stabilita.
Dall’ultima affermazione si evince che la sottomissione della moglie all’autorità del marito fa parte dell’ordine immutabile stabilito da Dio Creatore e quindi non è affatto un retaggio culturale che nella nostra società che si autodefinisce moderna e progredita è lecito abbandonare o sovvertire.
Per una donna, quindi, indossare il velo significa riconoscere l’esistenza di questo ordine voluto da Dio e acconsentire ad occupare il nobile posto che la divina sapienza le ha assegnato in quest’ordine. E’ quindi, a mio parere, un atto assai significativo e meritorio, valido per ogni tempo. D’altra parte, se non lo fosse, se fosse semplicemente una pratica legata al costume e alla mentalità ebraica o ellenistica, non capirei come mai la Chiesa ha mantenuto e difeso tale costume per ben 19 secoli, emanando anche leggi al riguardo (Codice di Diritto Canonico 1917, can. 1262), mentre non ha esitato ad eliminarne altri assai radicati nella mentalità e nelle leggi ebraiche, come la circoncisione, all’abolizione della quale contribuì in modo determinante proprio San Paolo. Il fatto che oggi l’indossare il velo sia caduto in disuso significa semplicemente che viviamo in una cultura profondamente influenzata dal femminismo esploso negli anni ‘‘60-’70 del secolo scorso, che rigetta il segno esteriore del velo con l’intento di scardinare quell’ordine voluto da Dio, che esse detestano e che il velo così efficacemente simboleggia.
Sospettare San Paolo di essersi lasciato influenzare da deprecabili pregiudizi diffusi nella mentalità del tempo nel trattare un argomento tanto importante come il rapporto uomo/donna nell’ordine della creazione mi sembra assai ingiusto nei confronti dell’Apostolo e nei confronti della Chiesa stessa, che per 19 secoli ha difeso e proclamato la dottrina paolina senza trovarla discriminatoria nei confronti delle donne.
Sicuro di aver frainteso le sue parole, la saluto in Cristo e chiedo la sua benedizione.
Stefano


Risposta del sacerdote

Caro Stefano,
1. ti ringrazio per le riflessioni che proponi con tanta logica.
È vero quanto ha detto Pio XI: Ma in nessun tempo e luogo è lecito sovvertire o ledere la struttura essenziale della famiglia stessa e la sua legge da Dio fermamente stabilita.

2. Tuttavia su questo punto oggi non solo è mutato il diritto civile, ma si è perfezionato anche il pensiero della Chiesa.
Se infatti marito e moglie non sono più due, ma una sola carne (Mt 19,6), l’autorità va esercitata di comune accordo. Il governo della casa spetta all’unica volontà decisionale dei coniugi.
In un documento della Commissione teologica internazionale si legge: “Se gli scritti del Nuovo Testamento considerano la donna nella sua subordinazione all’uomo (cfr. 1 Cor 11,2-16; 14,33-36ss) – il che è comprensibile per l’epoca -, ci sembra tuttavia che su questo problema lo Spirito Santo ha condotto la cristianità contemporanea, unitamente al mondo moderno, ad un’intelligenza migliore nelle esigenze morali del mondo della persona” (Commissione teologica internazionale, Principi di morale cristiana, dic. 1974, Ench. Vat. 5,1084).
L’affermazione di S. Paolo: “voi donne state sottomesse ai mariti, come si conviene nel Signore” (Ef 5,21) va letta, come diceva Giovanni Paolo II, alla luce del versetto precedente: “state sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo”.
Ciò significa che anche i mariti devono essere sottomessi alle mogli in riferimento a Cristo.
La Familiaris consortio poi insegna: “L’autentico amore coniugale suppone ed esige che l’uomo porti profondo rispetto per l’uguale dignità della donna… Con la sposa l’uomo deve vivere ‘‘una forma tutta speciale di amicizia personale’ (HV 9)” (FC 25,a).
E, si sa, l’amicizia si fa tra pari, oppure rende pari e realizza identità di volontà.

3. Mi pare quindi che dall’alto ci venga data l’indicazione a distinguere ciò che in Paolo risente della sua cultura e quanto invece è di divina rivelazione.
Perfino il primo Concilio di Gerusalemme da indicazioni che sono legate alla cultura del tempo: “ma solo si ordini loro di astenersi dalle sozzure degli idoli, dalla impudicizia, dagli animali soffocati e dal sangue” (At 15,20).
Come vedi animali soffocati e sangue sono messi sullo stesso piano dell’astensione dalle sozzure degli idoli, dalla impudicizia.

Come vedi, non hai frainteso le mie parole.
Ti prometto un ricordo particolare al Signore, ti saluto e ti benedico.
Padre Angelo