Quesito

Caro Padre Angelo,
da qualche settimana la leggo sulle risposte che dà ai fedeli e che sono pubblicate sul sito.
Vorrei porle un  quesito.
Mio figlio convive da qualche tempo, come è di (sic!) moda adesso ma ha intenzione tra qualche mese di regolarizzare la sua posizione.
I due, avevano progettato un matrimonio religioso e avrebbero voluto che fosse celebrato in una chiesetta fuori della parrocchia; romanticismi e cornici mondane se vogliamo ma pur sempre una chiesa ed una cerimonia religiosa.
Il fatto è che l’autorità ecclesiastica non permette che il matrimonio sia celebrato al di fuori della parrocchia di uno dei due.
Conseguenze evidenti: i due si sposeranno solo civilmente.
Io sono convinto che pure nelle loro contraddizioni che li hanno portati ad una convivenza da concubini, c’era nelle loro intenzioni, forse per fare contento me, forse per altro che non so, il desiderio del matrimonio religioso.
Ora no, non potranno contare sulla grazia del sacramento.
Senz’altro ci sono buone ragioni per sospettare che il tutto fosse progettato senza troppe convinzioni di fede ma per me a questa coppia mancherà la grazia di Dio sulla loro unione e forse il matrimonio civile non darà forza nè a loro nè a me.
Io penso che piuttosto di un matrimonio civile sarebbe stato meglio trascendere alle regole e lasciare che la Provvidenza tenesse per mano questa coppia fino dall’inizio della loro unione.
Mi dà la sua opinione?
Lorenzo


Risposta del sacerdote

Caro Lorenzo,
1. il canone 1115 del Codice di diritto canonico dice: “I matrimoni siano celebrati nella parrocchia in cui l’una o l’altra parte contraente ha il domicilio o il quasidomicilio o la dimora protratta per un mese, oppure, se si tratta di girovaghi, nella parrocchia in cui dimorano attualmente; con il permesso del proprio Ordinario o del proprio parroco, il matrimonio può essere celebrato altrove”.

2. Su questo canone desidero sottolineare il motivo per cui si dice che il matrimonio debba essere celebrato in parrocchia: per sottolineare la dimensione comunitaria della celebrazione.
Il matrimonio è un evento che tocca la comunità parrocchiale.
È la comunità in cui si è cresciuti, in cui si partecipa all’Eucaristia domenicale, in cui si è attivi.
Vivere cristianamente in parrocchia e poi celebrare un evento così grande della propria vita evadendo da essa mi pare proprio una stonatura.

3. Il Codice però lascia aperta la possibilità che il matrimonio venga celebrato anche altrove. Vi possono essere motivi plausibili che lo suggeriscono.
Ci vuole però il consenso dell’Ordinario del luogo (vescovo) o del parroco.

4. È chiaro che se due vogliono sposarsi in una chiesetta di loro piacere, il minimo cui devono pensare è di provvedere a cercarsi un sacerdote che ottenga l’autorizzazione del parroco nel cui territorio si trova quella chiesetta.

5. Tuttavia la scelta di tuo figlio è stata chiara: della grazia del sacramento e della benedizione di Dio sul suo matrimonio non gli importa nulla. Preferisce le nozze civili.

6. Questo dispiace a te e capisco.
La benedizione infatti non è solo un tracciare il segno di croce, ma è una effusione di doni, una loro conservazione (e cioè protezione da tante insidie) e moltiplicazione.
La grazia del sacramento poi dà il diritto di essere aiutati dal Signore nelle difficoltà della vita matrimoniale (Casti connubi, 43).
Inoltre la grazia del sacramento “conferisce la forza soprannaturale necessaria per adempiere ai propri doveri fedelmente, santamente, con perseveranza fino alla morte” (Casti connubi,  42).
Come vedi, non si tratta di cosa da poco. E non ho detto tutto.

7. Certo, se tuo figlio ci crede poco o nulla, questa grazia viene resa inoperante per quanto si sposi in  Chiesa.
E forse il parroco cui si è rivolto avrà percepito che quel matrimonio, preceduto dalla convivenza e forse da nessuna pratica religiosa,  avrebbe avuto fiato corto e avrà preferito rendere difficile la celebrazione sacramentale per non dover poi ricorrere al tribunale ecclesiastico per una dichiarazione di nullità (come spesso capita).

8. Tuttavia io avrei agito diversamente. Li avrei preparati per bene al sacramento e al ricupero della vita cristiana, con tanto di confessione.
Avrei accondisceso a celebrare le loro nozze nella chiesetta di loro gradimento nella speranza che in futuro, mossi da vari avvenimenti (battesimo, prima comunione dei figli, eventi vari della vita), la loro fede si ravvivi.
Perché se c’è il sacramento del matrimonio, anche se frequentano poco,  sarà più semplice per loro un giorno accostarsi alla confessione, alla S. Comunione, senza dover attendere di fare tutto il percorso matrimoniale, che potrebbe ulteriormente scoraggiare e rimandare l’accostamento ai sacramenti.
Questo rimanere privi della grazia e vivere oggettivamente in una situazione di peccato grave non è senza conseguenze per la vita presente e soprattutto per quella futura, alla quale arriverebbero del tutto impreparati.

9. In conclusione, sono pienamente convinto della normativa canonica.
Ma sono anche convinto che se la normativa concede la dispensa è bene usare di questa dispensa per tenere aperta la porta al ricupero dei più fragili.

Ti saluto, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo

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