Quesito
Caro Padre Angelo,
le scrivo con il cuore un po’ affaticato. Non perché manchi la fede o la speranza, ma perché a volte il peso interiore si fa sentire, e sento il bisogno di confrontarmi con qualcuno che possa ascoltare con profondità e rispondere con verità.
In questi giorni rifletto molto sul tema della figura dell’uomo, soprattutto nel contesto affettivo e familiare. Fin da piccoli ci viene trasmesso – in modo esplicito o sottile – che l’uomo dev’essere quello forte, quello che protegge, che sostiene, che non cade mai. E per carità, io questo desiderio ce l’ho nel cuore: sento che è bello e giusto voler proteggere, custodire la mia famiglia, e un giorno – se Dio vorrà – anche la donna che sarà al mio fianco.
Ma mi chiedo: perché questa società fa così fatica ad accettare che anche un uomo possa essere fragile? Perché deve sempre e solo reggere tutto, senza mai crollare, senza mai chiedere aiuto?
Io non me ne vergogno, Padre. Lo dico con semplicità: a volte ho bisogno di appoggiarmi anch’io. Di lasciarmi proteggere. Di ricevere conforto da chi mi ama. Non avrei paura né orgoglio leso a farmi proteggere da mia moglie in momenti difficili per me. E lo trovo profondamente umano e, se posso dire, anche evangelico. Penso che l’umiltà passi anche per questo: riconoscere i propri limiti e permettere a chi ci ama di esserci accanto, anche come sostegno e rifugio.
Credo nella bellezza di una coppia come squadra, dove ci si alterna nel custodirsi. Quando uno vacilla, l’altro si fa roccia. E viceversa.
Non penso che questo mi renda meno uomo, meno virile, meno affidabile. Ma mi capita di percepire che, anche in ambienti cristiani, questa visione non venga sempre accolta. A volte si tende ancora a vedere l’uomo fragile come “poco uomo”. E questo fa male.
Vorrei chiederle, se può, un parere. Che cosa ne pensa la Chiesa di tutto questo? C’è uno spazio, anche nella riflessione cristiana, per un uomo che non ha paura di mostrare le sue lacrime e le sue fragilità, senza per questo rinunciare alla sua dignità e alla sua vocazione a proteggere?
La ringrazio per il tempo che vorrà dedicarmi, con stima e con affetto per un uomo come Lei che credo abbia imparato dal Cristo a non nascondersi dietro i preconcetti del mondo.
Risposta del sacerdote
Carissimo,
1. anche l’uomo, il maschio, è fragile. Anche il marito ha bisogno della moglie.
La Sacra Scrittura, fin dagli albori della creazione, riporta questa affermazione da parte di Dio: “Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda” ( Gn 2,18).
La Bibbia di Gerusalemme fa notare che qui uomo non è inteso semplicemente nel senso maschile, ma “è usato in senso collettivo e include l’uomo e la donna”.
Con questo significato collettivo si legge che “il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden” (Gn 2,15) e “il Signore Dio diede questo comando all’uomo” (Gn 2,16) e ancora: “il Signore Dio disse: ecco l’uomo è diventato come uno di noi” (Gn 3,22).
2. La fragilità del marito nell’Antico Testamento emerge in particolare nell’elogio della padrona di casa: “Una donna forte chi potrà trovarla?
Ben superiore alle perle è il suo valore. In lei confida il cuore del marito e non verrà a mancargli il profitto.
Gli dà felicità e non dispiacere per tutti i giorni della sua vita.
Si procura lana e lino e li lavora volentieri con le mani. È simile alle navi di un mercante, fa venire da lontano le provviste. Si alza quando è ancora notte, distribuisce il cibo alla sua famiglia e dà ordini alle sue domestiche” (Pr 31, 1015).
3. Nell’espressione In lei confida il cuore del marito è resa evidente tutta la fragilità del marito e non solo sotto il profilo materiale o economico ma anche in quello psicologico e morale.
4. È vero che nell’Antico Testamento la società era maschilista come conseguenza del peccato originale, come è ben rilevato da questa espressione: “Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ed egli ti dominerà” (Gn 3,16).
Ma con la redenzione di Cristo le cose cambiano: all’interno del matrimonio ci deve essere sottomissione (dedizione) vicendevole.
L’ha detto in termini chiari lo Spirito Santo per bocca di San Paolo proprio quando inizia a parlare della “spiritualità coniugale”: “Nel timore di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri” (Ef 5,21).
5. Giovanni Paolo II in Mulieris dignitatem commenta: “L’autore della Lettera agli Efesini non vede alcuna contraddizione tra un’esortazione così formulata e la constatazione che «le mogli siano sottomesse ai loro mariti come al Signore; il marito, infatti, è capo della moglie» (Ef 5, 22-23).
L’autore sa che questa impostazione, tanto profondamente radicata nel costume e nella tradizione religiosa del tempo, deve essere intesa e attuata in un modo nuovo: come una «sottomissione reciprocanel timore di Cristo» (cf. Ef 5, 21); tanto più che il marito è detto «capo» della moglie come Cristo è capo della Chiesa, e lo è al fine di dare «se stesso per lei» (Ef 5, 25) e dare se stesso per lei è dare perfino la propria vita” (MD 24).
“Dare la vita per lei”: non è sottomissione è questa?
6. Il santo Papa Giovanni Paolo II sottolinea ancora che “mentre nella relazione Cristo-Chiesa la sottomissione è solo della Chiesa, nella relazione marito-moglie la «sottomissione» non è unilaterale, bensì reciproca!”.
E sottolinea proprio che questa è la novità evangelica nel rapporto uomo-donna: “In rapporto all’«antico» questo è evidentemente «nuovo»: è la novità evangelica.
Incontriamo diversi passi in cui gli scritti apostolici esprimono questa novità, sebbene in essi si faccia pure sentire ciò che è «antico», ciò che è radicato anche nella tradizione religiosa di Israele, nel suo modo di comprendere e di spiegare i sacri testi” (Ib.).
7. Ci vorrà del tempo perché questa novità si faccia strada.
Anche per la schiavitù sono stati necessari parecchi secoli perché si prendesse fattivamente consapevolezza di questa novità. Ma è proprio a partire dalla societas christiana che la schiavitù sarà soppressa.
Cosa analoga, dice Giovanni Paolo II, vale anche per il rapporto uomo-donna.
Dice: “La «novità» di Cristo è un fatto: essa costituisce l’inequivocabile contenuto del messaggio evangelico ed è frutto della redenzione.
Nello stesso tempo, però, la consapevolezza che nel matrimonio c’è la reciproca «sottomissione dei coniugi nel timore di Cristo», e non soltanto quella della moglie al marito, deve farsi strada nei cuori, nelle coscienze, nel comportamento, nei costumi. È questo un appello che non cessa di urgere, da allora, le generazioni che si succedono, un appello che gli uomini devono accogliere sempre di nuovo. L’apostolo scrisse non solo: «In Gesù Cristo (…) non c’è più uomo né donna», ma anche: «Non c’è più schiavo né libero». E tuttavia, quante generazioni ci sono volute perché un tale principio si realizzasse nella storia dell’umanità con l’abolizione dell’istituto della schiavitù! E che cosa dire delle tante forme di schiavitù, alle quali sono soggetti uomini e popoli, non ancora scomparse dalla scena della storia?” (Ib.).
Nella relazione marito e moglie rimangono le fragilità tanto dell’uno quanto dell’altro. Tutti e due si aiutano vicendevolmente attraverso le caratteristiche proprie della mascolinità e della femminilità diventando adulti in Cristo e cioè crescendo nella santità.
Questo non solo sotto il profilo materiale ma, come si è detto, anche su quello psicologico e spirituale.
Con l’augurio di ogni bene, ti benedico e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo
