Perché nella celebrazione del venerdì santo il sacerdote si toglie le scarpe e la casula e fa tre genuflessioni prima di baciare la Croce

////Perché nella celebrazione del venerdì santo il sacerdote si toglie le scarpe e la casula e fa tre genuflessioni prima di baciare la Croce

Perché nella celebrazione del venerdì santo il sacerdote si toglie le scarpe e la casula e fa tre genuflessioni prima di baciare la Croce

Quesito

Caro Padre Angelo,
Innanzitutto auguri per la santa Pasqua, desidererei sapere perché nella celebrazione del venerdì, alla adorazione della Croce, il sacerdote si toglie le scarpe e la Casula e fa tre genuflessioni, prima di baciare la Croce?
La ringrazio e aspetto la sua risposta
Alba


Risposta del sacerdote

Cara Alba,
1. rispondo alla tua richiesta del 17 aprile 2017 nella speranza che la risposta venga pubblicata prima del venerdì santo del 2018.
Ti rispondo con una luminosa pagina di un grande liturgista, l’abate benedettino dom Prospero Gueranger.
Premetto che i riti che il Gueranger commentava non sono del tutto identici a quelli dell’attuale liturgia romana, nella quale ad esempio non è previsto che il sacerdote si scalzi.

2. Il passo del Gueranger che espongo può essere una buona preparazione alla liturgia del venerdì santo.
Anzi non è escluso che qualcuno tragga ispirazione per accompagnare alcuni di questi riti con una loro breve illustrazione, come ad esempio lo scoprire progressivo della croce che nel venerdì santo viene presentata al celebrante coperta da un velo.

3. Ecco dunque quanto scrive Dom Geranger, abate di Solesmes, vissuto tra il 1085 e il 1875.

Adorazione della santa croce

“1. Fatte queste preghiere generali (e cioè la grande preghiera dei fedeli che segue la lettura della passione del Signore e l’omelia, n.d.r.) e implorata da Dio la conversione dei pagani, la Chiesa, nella sua carità, ha fatto un giro di orizzonte su tutti gli abitanti della terra e sollecitato su tutti loro l’effusione del sangue divino, che in questo momento scorre dalle vene dell’Uomo-Dio.
Ora di nuovo si volge ai figli cristiani, e, addolorata per le umiliazioni del Signore, li esorta ad alleggerire il peso con l’indirizzare i loro omaggi alla Croce, fino allora ritenuta infame, ma ora resa sacra; quella Croce sotto la quale egli s’incammina al Calvario e le cui braccia oggi lo sosterranno.
Per Israele essa è scandalo; per i Gentili, stoltezza (1 Cor 1,23); ma noi cristiani veneriamo in lei il trofeo della vittoria di Cristo e lo strumento augusto della salvezza degli uomini.
Dunque è giunto il momento in cui riceverà le nostre adorazioni, per l’onore che si degnò di farle il Figlio di Dio irrorandola col suo sangue ed associandola all’opera della nostra riparazione.
Non v’è giorno, né ora di tutto l’anno in cui meglio convenga tributarle i nostri doveri.

2. L’adorazione della Croce cominciò a Gerusalemme fin dal IV secolo.
Rinvenuta la vera Croce mediante diligenti ricerche di Santa Elena imperatrice, il popolo fedele aspirava a contemplare di tanto in tanto l’albero di vita, la cui miracolosa Invenzione (ritrovamento, n.d.r.) aveva colmato di gioia tutta la Chiesa.
Perciò fu stabilito che la si sarebbe esposta all’adorazione dei cristiani una volta l’anno, il Venerdì Santo.
Il desiderio di vederla faceva accorrere ogni anno a Gerusalemme, per la Settimana Santa, un’immensa folla di pellegrini.
Ovunque si sparse la fama di questa cerimonia; ma non tutti potevano sperare di contemplarla, fosse pure una volta sola in vita.
Allora la pietà cattolica volle almeno consacrare, con un’imitazione, la vera cerimonia a cui la maggior parte non poteva assistere; e verso il VII secolo si pensò di ripetere in tutte le chiese, il Venerdì Santo, l’ostensione e l’adorazione della Croce come avveniva a Gerusalemme.
Non si aveva, è vero, che la figura della vera Croce; ma, siccome gli omaggi resi al sacro legno si riferivano a Cristo stesso, i fedeli potevano in questa maniera offrirle identici onori, nell’impossibilità d’avere il vero legno che il Redentore bagnò col suo sangue. Tale è lo scopo dell’istituzione del rito che la Chiesa compie alla nostra presenza, ed alla quale invita tutti noi a prendere parte.

3. Il Celebrante all’altare depone il piviale e rimane seduto al suo posto.
Il diacono con gli accoliti si porta in sacrestia di dove ne esce in processione con la croce.
Quando giungono in chiesa, il celebrante riceve la croce dalle mani del diacono, si porta dalla parte dell’Epistola e là, in piedi al fondo degli scalini, rivolto verso il popolo, scopre la parte superiore della croce cantando con tono di voce normale:
Ecco il legno della Croce…
E prosegue, aiutato dai ministri, che cantano con lui:
al quale fu sospesa la salvezza del mondo.
Allora l’assistente, in piedi, canta:
Venite, adoriamo.
Poi tutti si inginocchiano e adorano per un istante, in silenzio.

4. Questa prima ostensione rappresenta la prima predicazione della Croce, quella che gli Apostoli fecero tra loro, quando, non avendo ancora ricevuto lo Spirito Santo, non potevano discorrere del divino mistero della Redenzione che coi discepoli di Gesù, temendo di suscitare l’attenzione dei Giudei.
A significare ciò, il Sacerdote solleva solo un tantino la Croce.
L’offerta di questo primo omaggio è una riparazione degli oltraggi che il Salvatore ricevette in casa di Caifa, in cui fu schiaffeggiato dal soldato.

5. Quindi il Celebrante sale sulla predella dell’altare, sempre al lato destro dell’Epistola in modo che il popolo lo veda meglio.
I ministri l’aiutano a scoprire il braccio destro della Croce e, scoperta questa parte, mostra di nuovo lo strumento della salvezza, sollevandolo di più e canta con voce più alta
Ecco il legno della Croce
Il Diacono e il Suddiacono continuano a cantare con lui:
al quale fu sospesa la salvezza del mondo.
E tutti i presenti cantano:
Venite, adoriamo.
Poi si inginocchiano e adorano in silenzio.
Questa seconda ostensione, fatta in modo più manifesto della prima, rappresenta la predicazione del mistero della Croce ai Giudei, quando gli Apostoli, dopo la discesa dello Spirito Santo, gettarono le fondamenta della Chiesa in seno alla Sinagoga, portando ai piedi del Redentore le primizie d’Israele.
La santa Chiesa l’offre in riparazione degli oltraggi che il Salvatore ricevette nel Pretorio di Pilato, dove fu flagellato e coronato di spine.

6. Poi il Celebrante va nel mezzo dell’altare, sempre di faccia al popolo; liberando il braccio sinistro della croce con l’aiuto del Diacono e del Suddiacono, la scopre completamente, e sollevandola più in alto con voce ancora più forte, quasi di trionfo, canta:
Ecco il legno della Croce
Ed insieme coi ministri continua:
al quale fu sospesa la salvezza del mondo.
Sempre i fedeli cantano:
Venite, adoriamo.
Poi si inginocchiano e adorano in silenzio.
Quest’ultima ostensione rappresenta la predicazione del mistero della Croce in tutto il mondo, quando gli Apostoli, cacciati dalla totalità della nazione giudaica, si voltarono ai Gentili e predicarono il Dio crocifisso oltre i confini dell’Impero romano.
Il terzo ossequio reso alla Croce è offerto in riparazione degli oltraggi che il Salvatore ricevette sul Calvario, quando fu deriso dai suoi nemici.

7. La santa Chiesa, mostrandoci prima la Croce coperta d’un velo che poi scompare, mentre ci dà a contemplare il divino trofeo della nostra Redenzione, vuole anche significarci l’avvicendarsi dell’accecamento del popolo giudaico, che non vede in questo legno adorabile che uno strumento d’ignominia, e la folgorante luce di cui gode il popolo cristiano, al quale la fede rivela che il Figlio di Dio, lungi dall’essere oggetto di scandalo, è, al contrario, come dice l’Apostolo, il monumento eterno della «potenza e della sapienza di Dio» (1 Cor 1,24).
Ormai la Croce, così solennemente issata, non rimarrà più coperta; così senza velo, attenderà sull’altare l’ora della gloriosa risurrezione del Messia.
Saranno anche scoperte tutte le altre immagini della Croce che stanno sui diversi altari, ad imitazione di quella che prenderà il suo posto di onore sull’altare maggiore.

8. Ma la santa Chiesa, in questo momento, non si limita ad esporre alla contemplazione dei fedeli la Croce che li ha salvati; essa anche invita ad accostare rispettosamente le loro labbra al sacro legno.
Li precede il Celebrante, e tutti verranno dopo di lui.
Non contento d’aver deposto la pianeta, egli si toglie anche le scarpe, e solo dopo aver fatto tre genuflessioni s’accosta alla Croceadagiata sui gradini dell’altare.
Dietro di lui s’avanzano il Diacono ed il Suddiacono, poi il Clero, infine i laici.

9. Straordinariamente belli sono i canti che accompagnano l’adorazione della Croce.
Prima s’intonano gl’Improperi, o rimproveri che il Messia rivolge ai Giudei.
Le prime tre strofe di quest’Inno sono alternate dal canto del Trisagio, la preghiera al Dio tre volte santo, del quale è giusto glorificare l’immortalità nel momento in cui si degna, come uomo, subire la morte per noi.
Questa triplice glorificazione in uso a Costantinopoli fin dal V secolo, passò nella Chiesa Romana che la mantenne nella lingua primitiva, accontentandosi d’alternare la traduzione latina delle parole.
Il seguito di questo magnifico canto è del più alto interesse drammatico: il Cristo ricorda tutte indegnità di cui fu fatto segno da parte del popolo giudaico, e mette in risalto i benefici ch’egli elargì all’ingrata nazione.

10. Se l’adorazione della Croce non è ancora terminata, si passa ad intonare il celebre Inno Crux fidelis, composto da Venanzio Fortunato, Vescovo di Poitiers, nel V secolo, in onore del sacro albero della nostra Redenzione. Alcuni versi d’una strofa servono da ritornello a tutte le strofe dell’Inno.
Terminata l’adorazione della Croce, dopo che i fedeli le hanno reso omaggio, il Celebrante la pone sull’altare: a questo punto ha inizio la quarta parte della funzione”.

Valeva la pena leggere questi scritti del Gueranger che aiutano a comprendere i riti della Chiesa e suscitano nei nostri cuori i medesimi sentimenti che hanno plasmato per generazioni e generazioni i nostri fratelli nella fede.
Ti auguro ogni bene, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo