Quesito

Caro padre,
vorrei chiederle chiarimenti sulla mia vita cristiana.
Il primo è il seguente: molte volte mi capita di dire in confessione ho detto parolacce, ma in che misura questo è peccato?
La ringrazio.
Michele


Risposta del sacerdote

Caro Michele,
1. le parolacce in quanto tali rientrano nel gergo dispregiativo.
Se riferite a una persona costituiscono un insulto.
Se riguardano azioni compiute dal nostro prossimo non costituiscono senz’altro una lode.
Usate nell’intercalare del discorso, oltre a manifestare una fissazione psicologica e verbale su aspetti animaleschi e metabolici, non elevano affatto il nostro discorso e non mostrano la trascendenza della persona sulla vita prettamente materiale.
Gesù dice che “la bocca parla dalla pienezza del cuore” (Mt 12,34).
Allora un discorso condito di volgarità sta a dimostrare davanti a tutti che cosa c’è dentro il nostro pensiero.
Per questo le volgarità e il turpiloquio scappano solo a chi ne ha il cuore pieno.
Per un cristiano, poi, le parolacce o volgarità dicono chiaramente che non si attinge affatto linfa vitale da Cristo.
Per questo san Paolo dice: “Quanto alla fornicazione e a ogni specie di impurità o cupidigia, neppure se ne parli tra voi, come si addice a santi; lo stesso si dica per le volgarità, insulsaggini, trivialità: cose tutte sconvenienti. Si rendano invece azioni di grazie!” (Ef 5,3-4).

2. In genere le volgarità o parolacce non eccedono il peccato veniale. Tuttavia sono un’offesa fatta a Dio perché riducono a significato peggiorativo funzioni e organi da Lui voluti e di per sé necessari alla vita di una persona.
E per questo le volgarità devono essere bandite dalla bocca di un cristiano, anzi di ogni uomo.

Ti ringrazio della domanda, che può sembrare banale, ma non lo è affatto.
Ed è per questo che tu ti sei posto la domanda: perché le parolacce vanno considerate come peccato?
Ti auguro di essere tra quelli che non proferiscono volgarità e trivialità.

Ti assicuro la mia preghiera e ti benedico.
Padre Angelo