Caro Padre Angelo,
Le ho già scritto per altre cose e mi accosto a lei più per una chiacchierata che per una domanda, o forse per qualcosa che mi turba o per qualcosa di cui ho bisogno di capire. Il peccato e la confessione. Io mi tormento su un punto, perchè non sento il dolore del mio peccato su di me come lo sente il Cristo? Perchè Gesù non mi da la possibilità di capire anche fisicamente l’orrore del mio peccato? Poi penso che forse sono solo i Santi che hanno questo privilegio dolorosissimo, penso a San Padre Pio, a San Francesco e a Santa Rita ed allora mi rendo conto che forse non sarei in grado di sopportare una tale sofferenza ma almeno per un attimo capirei l’orrore che faccio peccando. Come posso capire il male che faccio a Gesù peccando? Come faccio ad essere figliol prodigo in modo definitivo e coerente senza dovermi far perdonare migliaia di volte?
Certo la confessione è importante, certo non debbo essere presuntuoso nel non voler più peccare, ma confessare sempre lo stesso peccato o gli stessi peccati non è forse sintomo di incoerenza e di una confessione fatta in modo superficiale? Oppure come diceva un mio vecchio confessore la salita a Cristo è così difficile che si finisce per cadere continuamente? Certo cadere è un fatto che mi fa male perchè mi sbuccio ginocchia e gomiti, ma il peccato ferisce anche Gesù e non solo me stesso. Del resto il Cristo non avrebbe mai versato il suo Sangue se il mondo fosse stato privo di colpe.
Mi spieghi Padre o almeno mi guidi nel capire il senso profondo del peccato, mi aiuti Padre a coglierne tutti i lati, perchè in me capiti che io capisca il dolore del Cristo e che così io possa smettere e se non smettere almeno arrivare alla confessione con il peso reale della mia colpa.
Il Purgatorio, per quelli che hanno frequentato il sacramento della confessione assiduamente in vita, non si potrebbe spiegare in effetti come quello che resta da pagare alla giustizia di Dio per quello che non abbiamo capito dei nostri peccati quando ci siamo confessati?
Mi aiuti perchè ne ho bisogno, perchè è da un pò che mi arrovello su questo punto.
Cordialmente Paolo


Caro Paolo,
1. se il Signore non ci fa sentire il dolore sensibile dei nostri peccati è senza dubbio per un singolare disegno d’amore.
Forse moriremmo all’istante e rimarremmo così accasciati e depressi da non riuscire a fare più nulla.

2. Nello stesso tempo il Signore ci chiede di prendere sempre più coscienza della gravità del peccato perché la considerazione di ciò che è il peccato è il migliore rimedio per non farcelo più compiere.

3. A tale scopo sono andato a riprendermi i testi di una grande mistica, Santa Caterina da Siena, che forse come pochi ha descritto con tanta efficacia la realtà del peccato.

4. Da vera domenicana (il motto dei domenicani è veritas) dice che il peccato è una bugia.
Il peccato si presenta sempre sotto le parvenze di bene, ma in realtà è un falso bene.
Perseguire una bugia è la stessa cosa che voler essere ingannati.
Penso che tutti qualche volta nella vita abbiamo fatto l’esperienza di essere ingannati. Nell’inganno ci si trova disillusi, privi di bene e colmi di tanto male.
Ora pazienza esser ingannati da qualcuno.
Ma voler da se stessi essere ingannati e perseguire l’inganno come obiettivo della propria vita è una stoltezza senza fine.

5. Santa Caterina dice anche che col peccato (sottinteso quello grave) si diventa adulteri perché con il Battesimo abbiamo ricevuto Gesù come Sposo.
Ora “la vera sposa non ama altro che lo sposo suo, cioè non ama alcuna cosa che sia contro la volontà di lui.
Così deve fare la vera sposa di Cristo: amare solamente lui con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze; e odiare quello che egli odia, cioè il vizio e il peccato; e amare quello che egli ama cioè le virtù, le quali si provano nella carità del prossimo, servendolo con carità fraterna nelle sue necessità, secondo che le è possibile.
Non sarebbe stolta e matta quell’anima che, potendo essere libera e sposa, si facesse serva e schiava e adultera, rivendendosi al demonio?
Certamente.
Così fa l’anima che, liberata dalla schiavitù del demonio e ricomprata dal sangue di Cristo crocifisso non da oro o da argento, ma dal sangue tiene sé stessa a vile e non riconosce la propria dignità; disprezza e tiene a vile il sangue dal quale è stata ricomprata con tanto fuoco d’amore; e, avendola Dio fatta sposa del Verbo suo Figliuolo, il dolce Gesù, (…) ella, amando qualcosa al di fuori di lui (e cioè non amandoli in lui e per lui, n.d.r.), o padre o madre, o sorella o fratelli o congiunti, o ricchezze o stati del mondo, diventa adultera, cessando di essere sposa leale e fedele allo sposo suo” (Lettera 262).

6. Quest’adulterio è un’offesa amarissima che viene inferta al cuore di Dio perché anziché tenere come Sposo fedele Gesù, sorgente di ogni bene, si sceglie sebbene indirettamente di avere relazione col demonio, padre di ogni inganno e di ogni infelicità.
E poiché Cristo è il capo del corpo, tanto della Chiesa come della singola persona, commettere peccato è come staccare la testa dal corpo e rimanere privi di ogni vita soprannaturale.

7. Scrive Santa Caterina: “O umana cecità che non consideri la tua dignità e tanto l’abbassi. Da grande che sei ti fai piccolo e da signore servo, e della peggiore servitù che tu possa avere, rendendoti servo e schiavo del peccato e divenendo tale quale è la cosa a cui servi.
Il peccato è non essere e tu diventi non essere.
Ti togli la vita e ti dài la morte” (Dialogo 35).

8. E ancora: “Servire a Dio non è servire ma è regnare.
Non è come la perversa servitù del mondo che avvilisce l’uomo e lo rende servo e schiavo del peccato e del demonio: infatti l’anima che serve alle creature e alle ricchezze fuori di Dio amandole e desiderandole disordinatamente, cade nella morte e avvilisce sé stessa perché si sottomette a cose che sono minori di sé.
Perché tutte le cose create sono fatte per il servizio dell’uomo e l’uomo per il servizio di Dio. Perciò, quanto più l’uomo appetisce queste cose transitorie tanto più perde quella dolce signoria su di esse che s’acquista servendo il creatore; e si sottomette a quella cosa che non è, perché, amando disordinatamente fuori di Dio, offende Dio. E’ dunque verità che mettendoci a servire il mondo giungiamo al nulla.
O come è matto e stolto chi si mette a servire a quello che non ha altra signoria se non di quella cosa che non è, cioè del peccato!” (Lettera 112).

9. Santa Caterina osserva la stoltezza del peccatore che da se stesso si mette in balia del demonio.
Dice che il demonio non ha il potere di mettere gli uomini sotto il suo dominio. Sotto quest’aspetto noi siamo più forti di lui.
“Colui che si abbandona al peccato si fa servo e schiavo del peccato, perde la signoria di sé stesso e si lascia possedere dall’ira e dagli altri difetti.
Che guadagno avremmo allora a signoreggiare tutto il mondo se non signoreggiassimo i vizi e i peccati che sono in noi? Oimé dolente! Questa è la nostra cecità: che, non essendovi né demonio né altra creatura che possa legare l’uomo ad un solo peccato mortale, da sé medesimo egli si lega” (Lettera 149).

10. Per questo esclama: “Quanto terribile cosa è il peccato, e quanto dispiace a Dio che non l’ha voluto lasciare impunito, ma ne ha fatto giustizia e vendetta sopra il corpo del Figlio suo!” (Lettera 60).
“Tanto dispiacque e dispiace a Dio che, per punire il peccato di Adamo, mandò il Verbo, suo Figlio unigenito, e volle castigarlo sopra il suo corpo, benché in lui non ci fosse veleno di peccato” (Lettera 287).

11. Dice ancora: “È tanto grande la gravità del peccato mortale che uno solo è sufficiente a mandare all’inferno l’anima che vi si trova legata dentro” (Lettera 287)
“Credeva l’anima di aver agito contro Dio peccando, e invece ha agito contro sé medesima: si è fatta giudice di sé stessa e ha condannato sé medesima rendendosi degna della eterna morte” (Lettera 24).
“L’anima tapinella che deve essere tempio di Dio, dove Dio abiti con la sua grazia, il peccatore l’ha fatta tempio del demonio: ha consegnato questa città nelle sue mani e in suo dominio e l’ha sottoposta al peccato che è il niente.
Da persona cieca e senza intelletto non pensa in quanto male è venuta, né alla pena che terrà dietro alla colpa.
Se lo vedesse preferirebbe morire piuttosto che offendere il suo creatore, e questo per nessuna cosa mai al mondo” (Lettera 338).

12. Sicché Santa Caterina concludeva: “Dolce Dio, dacci la morte prima che noi ti offendiamo!” (Lettera 31).

Ti auguro di poter arrivare a questo prima di poter crocifiggere di nuovo Gesù (cfr Ebr 6,6).
Per questo ti ricordo nella preghiera e ti benedico.
Padre Angelo