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Quesito

Caro Padre Angelo,
La spero bene e le faccio tanti sinceri auguri di un buon Santo Natale; questa volta Le scrivo dall’Italia dove mi trovo per un breve periodo di vacanza in attesa di ripartire il 2 gennaio prossimo per la Colombia.
Approfitto dell’occasione per porle due domande nate da una recente discussione con amici un pò “dubbiosi”:
– la prima riguarda il problema del male e dei miracoli ed in particolare il perchè di fronte a tantissime richieste di guarigioni ecc. Dio asseconda solo alcuni (diciamo forse pochi).
– la seconda riguarda la gerarchia ecclesiale che ad alcuni appare troppo conservatrice e un pò staccata dai problemi concreti della gente e soprattutto dei poveri (si esclude in questo caso la maggioranza dei missionari e vari ecclesiali  italiani).
La saluto augurandole di nuovo Buone Feste.
Pietro


Risposta del sacerdote

Caro Pietro,
ti ringrazio degli auguri che ricambio con un ricordo al Signore.
Alle tue domande rispondo così.

1. le guarigioni e i miracoli rientrano tra i carismi in senso stretto. I teologi li chiamano anche gratiae gratis datae.
Questi carismi vengono dati per l’utilità comune e sopratutto per confermare la fede o per suscitarla.
Ora è il Signore che sa quando vi sono le condizioni per suscitare la fede o per confermarla e sa anche qual è l’ora propizia per una persona per uscire da questo mondo e presentarsi davanti a Lui.
Inoltre, se Dio intervenisse sempre per operare guarigioni, si potrebbe pensare che il suo messianismo sia di ordine temporale.

2. Le nozioni di conservatorismo e progressismo sono molto ambigue e si prestano ad equivoci.
Inoltre è difficile per noi dare un giudizio su una realtà così diversa dalla nostra come è la Colombia.
Mi limito solo a dire che la scelta preferenziale per i poveri non è propria né dei conservatori né dei progressisti. È tipica della Chiesa e deve essere propria di ogni cristiano.
Già Leone XIII parlava di un particolare intervento dello stato a favore dei deboli: “Il ceto dei ricchi, forte per se stesso, abbisogna meno della pubblica difesa; le misere plebi, che mancano di sostegno proprio, hanno specialmente necessità di trovarlo nel patrocinio dello stato. E però agli operai, che sono nel numero dei deboli e bisognosi, deve lo stato a preferenza rivolgere le cure e la provvidenza sua” (Rerum novarum 29).
Giovanni Paolo II, nell’enciclica Centesimus annus (1991), commentando la Rerum novarum di Loene XIII, scrive: “La «Rerum Novarum» è una Enciclica sui poveri. Lo Stato deve impegnarsi per il bene di tutti.
La rilettura dell’Enciclica alla luce delle realtà contemporanee permette di apprezzare la costante preoccupazione e dedizione della Chiesa verso quelle categorie di persone, che sono oggetto di predilezione da parte del Signore Gesù. Il contenuto del testo è un’eccellente testimonianza della continuità, nella Chiesa, della cosiddetta «opzione preferenziale per i poveri», opzione che ho definito come una «forma speciale di primato nell’esercizio della carità cristiana». L’Enciclica sulla «questione operaia», dunque, è un’Enciclica sui poveri e sulla terribile condizione, alla quale il nuovo e non di raro violento processo di industrializzazione aveva ridotto grandi moltitudini. Anche oggi, in gran parte del mondo, simili processi di trasformazione economica, sociale e politica producono i medesimi mali. Se Leone XIII si appella allo Stato per rimediare secondo giustizia alla condizione dei poveri, lo fa anche perché riconosce opportunamente che lo Stato ha il compito di sovraintendere al bene comune e di curare che ogni settore della vita sociale, non escluso quello economico, contribuisca a promuoverlo, pur nel rispetto della giusta autonomia di ciascuno di essi. Ciò, però, non deve far pensare che per Papa Leone ogni soluzione della questione sociale debba venire dallo Stato. Al contrario, egli insiste più volte sui necessari limiti dell’intervento dello Stato e sul suo carattere strumentale, giacché l’individuo, la famiglia e la società gli sono anteriori ed esso esiste per tutelare i diritti dell’uno e delle altre, e non già per soffocarli” (Centesimus annus 11).
In particolare oggi gli ultimi, gli indifesi, i più abbandonati sono i bambini per i quali viene decretata la pena di morte perché non sono capaci di difendersi.
Giovanni Paolo II in Evangelium vitae scrive: “Ad essere calpestata nel diritto fondamentale alla vita è oggi una grande moltitudine di esseri umani deboli e indifesi, come sono, in particolare, i bambini non ancora nati. Se alla Chiesa, sul finire del secolo scorso (1891), non era consentito tacere davanti alle ingiustizie allora operanti, meno ancora essa può tacere oggi, quando alle ingiustizie sociali del passato, purtroppo non ancora superate, in tante parti del mondo si aggiungono ingiustizie ed oppressioni anche più gravi, magari scambiate per elementi di progresso in vista dell’organizzazione di un nuovo ordine mondiale” (Evangelium vitae 5).
“Guardando le cose da tale punto di vista, si può, in certo senso, parlare di una guerra dei potenti contro i deboli: la vita che richiederebbe più accoglienza, amore e cura è ritenuta inutile, o è considerata come un peso insopportabile e, quindi, è rifiutata in molte maniere. Chi, con la sua malattia, con il suo handicap o, molto più semplicemente, con la stessa sua presenza mette in discussione il benessere o le abitudini di vita di quanti sono più avvantaggiati, tende ad essere visto come un nemico da cui difendersi o da eliminare. Si scatena così una specie di ” congiura contro la vita “. Essa non coinvolge solo le singole persone nei loro rapporti individuali, familiari o di gruppo, ma va ben oltre, sino ad intaccare e stravolgere, a livello mondiale, i rapporti tra i popoli e gli Stati” (Evangelium vitae 12).

Ti ringrazio per la fiducia, ti prometto come sempre la mia preghiera e ti benedico.

Padre Angelo