Buongiorno.
Ancora una volta, porto il problema del senso della sofferenza umana, per la quale non riesco a trovare una ragione.
(…)
Non riesco nemmeno ad accettare, fino in fondo, il significato della Passione, Morte e Resurrezione di Cristo.
Il senso che riesco maggiormente ad attribuire alla Venuta di Gesù è quello di testimoniare l’esistenza di Dio, attraverso qualcosa che fosse visibile e tangibile, attraverso il più clamoroso dei miracoli possibili: la Resurrezione dalla morte da parte di un essere umano. Ma non sarebbe potuto bastare il miracolo della resurrezione di Lazzaro? Oppure: non sarebbe potuta bastare la resurrezione di Gesù dopo morte naturale, senza l’esperienza del Calvario? Ecco, entrando nel dettaglio è soprattutto l’esperienza del Calvario, ciò a cui non riesco a dare un significato.
Certo, l’esperienza della Croce da parte di Gesù è l’esempio che legittima la richiesta che ci viene fatta, di accettare a nostra volta la sofferenza. Di accettarla nel modo in cui lo ha fatto Gesù, offrendola al Padre.
Ma è altrettanto vero che Dio anziché mandare suo Figlio a morire in Croce per riscattarci, avrebbe potuto farlo semplicemente schioccando le dita, data la sua onnipotenza. Oppure avrebbe potuto stabilire di ammettere chi Lui ne ritenesse degno, in Paradiso, senza bisogno di altro. Il “riscatto” del genere umano è ciò di cui, più di tutto il resto, non riesco a capire il significato. (…)
Certo è molto più facile avere fede quando le cose vanno bene. Ben più difficile è rimanere uniti a Dio quando si sperimenta la sofferenza, come il povero Giobbe. Ma se il senso della sofferenza è quello di provare l’autenticità e la solidità della propria fedeltà a Dio, si finirà per accettare il concetto che la vita terrena possa essere uno strumento di tortura, seppur con un fine “meritocratico”.
Ma non si potrà mai considerare come il Dono di un Padre che ci ama.


Carissimo,
1. non è la sofferenza in quanto tale che redime e salva. Anche il cattivo ladrone sulla croce ha sofferto e ha sofferto terribilmente.
La croce salva solo se sprigiona amore.
In Cristo ha sprigionato l’amore più grande.

2. L’amore più grande di Cristo è legato al concetto di espiazione, che guardi di storto.
Certo il Signore poteva salvarvi schioccando le dita, dicendo: io lo voglio.
Ma il nostro peccato sarebbe rimasto ancora là. Sarebbe stato solo coperto.

3. Invece Gesù ha voluto che dove era abbondato il peccato sovrabbondasse l’amore e quel peccato fosse eliminato nel vero senso della parola.
E che in virtù del sacrificio di Cristo ci fosse ricomprata la comunione filiale con Dio, alla quale l’uomo non aveva alcun diritto.
Ecco la morte redentrice di Cristo.

4. Senza il concetto di redenzione la missione di Gesù viene molto ridotta. Sarebbe una pura esemplarità.
Ma per una pura esemplarità doveva patire così tanto?

5. Invece ha voluto patire per mettere la sua passione nelle nostre mani perché diventasse nostra, come se l’avessimo patita noi.
Ha voluto che davanti al Padre noi diventassimo ricchi per mezzo della sua spogliazione.
San Tommaso dice che per mezzo della fede viva noi ci congiungiamo (identifichiamo) con la passione di Cristo e stiamo davanti a Dio come se il sacrificio della croce l’avessimo compiuto noi (cfr. SAN TOMMASO, Somma Teologica, III, 62, 5).
Come vedi, Cristo ci ha donato un tesoro immenso.

6. E quel tesoro immenso possiamo trafficarlo perché come in virtù dello Spirito Santo i meriti di Cristo diventano nostri, così per mezzo del medesimo Spirito Santo i meriti degli uni diventano i meriti degli altri.
E così si stabilisce tra gli uomini una comunione e una carità perfetta in Cristo.
Proprio secondo l’anelito supremo di Gesù espresso nell’ultima cena: “Perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.
E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa.
Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me” (Gv 17, 21-23).
Ecco a quali vertici di comunione ha voluto portarci la passione di Gesù.

Ti auguro ogni bene, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo