Quesito

Caro Padre Angelo,
ho 25 anni, sono animatore presso i ragazzi della mia parrocchia, che seguo ormai da 8 anni. Posso dire di avere ricevuto una formazione dall’ambiente cattolico durante tutto il corso della mia crescita e non posso negare di riconoscere i valori fondanti della Chiesa come una cosa del tutto irrinunciabile per una vita splendida. Da un anno a questa parte ho fatto conoscenza nella città universitaria di una ragazza, 6 anni più grande di me, con cui ho stretto un solidissimo legame di amicizia. Molto affezionato a lei, fin da subito ho apprezzato la sua sensibilità, la sua umanità, la sua empatia e il suo altruismo, al punto da considerarla quasi inconsciamente un punto di riferimento per la mia stessa maturazione. Una sera di qualche tempo fa abbiamo avuto modo di confrontarci sulla questione della fede, e la cosa mi ha colpito nel profondo. Si è dichiarata atea, totalmente: "Dio non esiste, senza alcun dubbio". La cosa più spiazzante alla quale non ho saputo rispondere è proprio il suo "atto di fede" dichiarato. Allo stesso modo con cui un credente ha la sicurezza di avere incontrato Dio nella propria vita ed essere da lui guidato, lei ha la sicurezza di osservare la totale assenza del divino. Entrambi senza poter dimostrare la propria posizione. Su questo non vi sono argomenti razionali su cui confrontarsi, senza che essi risultino un puro esercizio di abilità dialettica ma nulla di sostanziale. In diversi anni di servizio avevo sempre considerato l’ateismo estremo come una scelta egoista, ignorante, senza basi solide e mai guidata da una buona lucidità e intelligenza. Ho sempre ritenuto le persone più integre e di buon raziocinio come capaci di abbracciare facilmente una fede, sia essa cattolica o altro. Non avevo mai fatto un incontro simile. Inutile precisare che di fronte ad una presa di posizione tanto chiara, la sua vita si trova fondata nel totale disinteresse, spesso avversione, verso le opinioni della Chiesa, quali le visioni in campo bioetico o sessuale. La cosa ancora una volta mi ferisce gravemente, perché osservare e comprendere i dettami del cattolicesimo è per me uno sforzo di notevole entità. Non nego che provo una certa rabbia e contemporaneamente tristezza verso la mia amica che deliberatamente sceglie cosa accettare e cosa rifiutare in nome di un egoismo mascherato da libertà. Non so come aiutarla, né come proteggere me stesso. La sua posizione è fortissima, così vengo assalito da dubbi atroci, che vorrei allontanare ma sento che selvaggiamente si insinuano: non è che forse la mia fede è costituita da una semplice appartenenza alla comunità, e quello che io chiamo Dio e che senza troppi interrogativi ho sempre individuato come punto fisso della mia vita è invece il risultato di sole belle esperienze e buoni sentimenti? Forti e belli, certo, ma niente più che un frutto della mia mente? Vorrei sentire il Signore che opera in me, e poter operare nella certezza che la volontà che agisce è SUA e non una bella maschera della mia. Mantenere attiva una scelta di servizio parrocchiale comporta enormi sacrifici dal punto di vista dei divertimenti e delle attività accessibili oggi ad un giovane della mia età. Un incontro tanto ravvicinato con chi ne usufruisce a pieno nella più totale serenità mi disorienta e mi sconvolge. Quindi volevo rivolgerle due domande che mi sorgono nel cuore: come fare a scuotere la coscienza di una persona così dotata di talenti ma che li sta nascondendo negando perfino Dio? E ancora, come non cadere vittima di una seduzione tanto potente di libertà rispetto agli obblighi che una fede ben nutrita impone? In altre parole, come non perdere la fede? La ringrazio in anticipo per il suo servizio per l’infinita pazienza.
Buona giornata
Alberto


Risposta del sacerdote

Caro Alberto,
finalmente sono giunto alla tua mail dopo tanto tempo. Non l’avevo persa di vista.

1. Mi dici che “allo stesso modo con cui un credente ha la sicurezza di avere incontrato Dio nella propria vita ed essere da lui guidato, lei ha la sicurezza di osservare la totale assenza del divino”.
A dire il vero le cose non stanno precisamente così: credenti e non credenti hanno certo le armi della ragione su cui confrontarsi.
I credenti di qualunque religione hanno segni certi della presenza di Dio.
Da questi segni col ragionamento risalgono alla conclusione razionale dell’esistenza di Dio. Hanno, dunque, dei motivi veri su cui poggia il convincimento dell’esistenza di Dio.
Perfino un poeta italiano, non troppo santo (per usare un eufemismo), ha scritto: “Ovunque il guardo io giro immenso Dio ti vedo, nell’opere Tue ti ammiro, ti riconosco in me.
La terra, il mare, il cielo parlan del Tuo Potere, Tu sei presente in tutto ma più lo sei in me” (Metastasio).

2. Tutti facilmente riescono a salire dalle creature al Creatore.
Nulla si è fatto da solo. E dal nulla procede solo in nulla. Solo il Dio poteva creare dal nulla e tuttora può conservare nell’esistenza tutte le cose.
Gli atei invece non portano alcuna prova della non esistenza di Dio.
Certo non possono dire: non lo vediamo, non lo tocchiamo. Perché sanno bene che Dio non è fatto di carne ed ossa. Non è un uomo.
Potranno attribuire tutto al caso.
Ma quando il caso si manifesta con leggi così intelligenti, implacabili e infallibili quali sono quelle che regolano il cosmo, si dovrà concludere che questo Caso è proprio intelligente, anzi di un intelligenza e di una perseveranza nell’intelligenza davvero incomparabile!
Questo Caso, se vogliamo metterla così, i credenti lo chiamano Dio.

3. La conclusione degli atei, come quella della ragazza di cui mi parli, molto spesso è emotiva, irrazionale.
Soprattutto è senza prove che contraddicano invece quelle che suffragano l’esistenza di Dio.
Per questo san Paolo, senza ancora scomodare la fede dice che “l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia, poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha manifestato a loro. Infatti le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute. Essi dunque non hanno alcun motivo di scusa” (Rm 1,18-20).
Come vedi, già dal punto di vista razionale, le armi non sono pari.

4. Ma per i credenti in Cristo le cose non stanno solo così.
Perché noi non crediamo semplicemente perché razionalmente concludiamo all’esistenza di Dio (questo di per sé fa ancora parte dei preamboli della fede) o perché questa fede ce l’hanno trasmessa i nostri genitori come frutto di una buona educazione.
La nostra fede ha il suo punto di partenza in un’iniziativa divina di ordine soprannaturale.
Il Dio nel quale noi crediamo non è semplicemente l’Atto puro o il Motore immobile di cui parlava Aristotele, del quale fa cenno San Paolo nel passo che ti ho riferito.
Noi crediamo nel Dio che si è manifestato non soltanto attraverso la creazione, ma mediante la Rivelazione.
E si è rivelato per elevarci ad un ordine soprannaturale, qual è quello della comunione intima e famigliare con Dio, la stessa comunione che il Verbo, il Figlio (seconda persona della SS. Trinità) ha col Padre.
Per questo ci eleva nel nostro stesso essere, ontologicamente, infondendo in noi un germe della sua stessa vita divina e soprannaturale.

5. Questo germe di vita divina e soprannaturale che ci eleva alla comunione e al possesso di Dio dentro il nostro cuore si chiama grazia.
Ne parla San Giovanni quando dice: “Chiunque è stato generato da Dio non commette peccato, perché un germe divino rimane in lui, e non può peccare perché è stato generato da Dio” (1 Gv 3,9).
Tra parentesi: non commette peccato e non può peccare stanno a significare che – se commettiamo il peccato – non lo commettiamo perché siamo innestati in lui, ma perché deroghiamo da lui.

6. Ciò significa che la nostra fede cristiana poggia le sue fondamenta su un’azione di Dio dentro di noi. C’è un germe divino deposto nella nostra anima.
Per questo la fede cristiana è dono di Dio.
Lo è perché deriva soprannaturalmente da Dio.
Gesù ha detto: “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato” (Gv 6,44).
Nessuno se la può dare.
Da se stesso si può dare il convincimento dell’esistenza di Dio.
Ma da se stesso non si può dare la grazia, la partecipazione della vita di Dio, la fede.

7. Proprio perché la fede come virtù teologale ha il suo punto di partenza in un’azione di Dio dentro di noi, non vi è certezza fisica, matematica o metafisica che possa superare la certezza della fede soprannaturale.
Mentre le certezze umane si fondano sull’attitudine naturale della nostra tendenza a conoscere la verità, quella della fede invece si fonda su Dio stesso, sulla sua azione dentro di noi. San Paolo dice che la nostra fede non è “fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio” (1 Cor 2,5).

8. Il risvolto concreto di queste affermazioni ci è stato descritto da S. Giovanni d’Avila, l’ultimo ad essere proclamato finora dottore della Chiesa: “La fede che Dio infonde si poggia sulla verità divina, e fa credere ben più fermamente che non vedendo con i propri occhi e toccando con le proprie mani, e con certezza maggiore della nozione che quattro è più di tre, o altre cose consimili, le quali sono viste dall’intelletto con tale chiarezza da non avere la minima esitazione e da non poterne dubitare anche se volesse” (s. giovanni d’avila, Audi, filia, c. 43).
Per questo il Catechismo della Chiesa Cattolica, riprendendo San Tommaso, dice: “La fede è certa, più certa di ogni conoscenza umana, perché si fonda sulla Parola stessa di Dio, il quale non può mentire. Indubbiamente, le verità rivelate possono sembrare oscure alla ragione e all’esperienza umana, ma «la certezza data dalla luce divina è più grande di quella offerta dalla luce della ragione naturale» (s. tommaso, Somma Teologica, II-II, 171, 5, ad 3)” (CCC 157).
Nella fede si aderisce a Dio che è la verità in persona, la verità per essenza.

9. Ecco dunque un secondo motivo per cui credenti in Cristo e atei non hanno la medesima certezza.
Quella del cristiano è infinitamente superiore a quell’ateo, al punto che è disposto a versare il sangue per non tradire Cristo, che pure non ha mai visto con i propri occhi.

10. Scrivi: “Inutile precisare che di fronte ad una presa di posizione tanto chiara, la sua vita si trova fondata nel totale disinteresse, spesso avversione, verso le opinioni della Chiesa, quali le visioni in campo bioetico o sessuale”.
Più che tanto chiara, la presa di posizione di questa ragazza è netta, ma irrazionale, come ho detto.

11. Se poi, come ha detto il Signore, “l’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda” (Lc 6,45) forse si dovrà dire che le sue conclusioni – come quelle di tanti altri – in campo di bioetica e di morale sessuale trovano le loro radici nella loro vita privata, nel modo stesso in cui vivono la sessualità.
La sessualità non è un elemento marginale della persona, ma tocca il suo intimo nucleo.
Il più delle volte ho dovuto constatare che è cosi.
Sono pochi i casi di una vita limpida, e potrei dire santa e intemerata, in cui non si giunga prima o poi alla verità.
Gesù ha detto: “Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce” (Gv 3,18-19).
Mi pare che quanto hai osservato corrisponda a questo. Scrivi infatti: “Non nego che provo una certa rabbia e contemporaneamente tristezza verso la mia amica che deliberatamente sceglie cosa accettare e cosa rifiutare in nome di un egoismo mascherato da libertà”.
Egoismo, con tutto quello che segue.

12. Questa ragazza provoca in te dubbi pieni di sofferenza sulla tua fede.
Ma posso dire che questi dubbi sono provvidenziali perché ti aiutano a maturare sempre di più nella fede.
La quale certamente ti è stata comunicata o trasmessa dalla comunità in sei sei nato e cresciuto, ma che ha la sua origine dall’azione di Dio che ti ha toccato il cuore e che ti fa aderire fermissimamente a Lui.
Per cui di fatto tu non credi ultimante alla tua comunità, ma a Dio, a Cristo.
Questo è così vero che nelle tue affermazioni di fede credi non perché te l’hanno detto i tuoi o la comunità nella quale sei stato formato, ma perché aderisci a Dio.

13. San Tommaso scrive: “Ci inducono alla fede di Cristo tre cose: anzitutto la ragione naturale (Rm 1,20), poi le testimonianze della legge e dei profeti (le Sacre Scritture), e in terzo luogo la predicazione degli apostoli e degli altri (l’azione della comunità cristiana).
Ma quando un uomo, introdotto con questa preparazione, crede, allora si può dire che egli non crede per nessuno di questi motivi: né per la ragione naturale, né per le testimonianze della legge, né per la predicazione, ma soltanto per la stessa Verità” (Commento al Vangelo di San Giovanni, IV, lez. 5, 2).
E ancora: “L’uomo che esteriormente annuncia il Vangelo non causa la fede, ma la causa Dio, l’unico che può mutare la volontà. Causa la fede nel credente inclinando la volontà e illustrando l’intelletto, affinché non opponga un rifiuto alle cose proposte dal predicatore; questi invece dispone esteriormente alla fede” (De Veritate, 27, 3, ad 12).

14. “Vorrei sentire il Signore che opera in me, e poter operare nella certezza che la volontà che agisce è SUA e non una bella maschera della mia”.
Per sentire questo è necessario che tu viva in grazia di Dio. I morti non sentono nulla.
Se tu sei unito a Cristo come tralcio alla vite e confidi nella sua azione salvatrice tocchi con mano l’opera sua.
Confidare nella sua azione salvatrice significa essere memori che senza di lui non possiamo far nulla di utile sotto il profilo soprannaturale né per noi né per gli altri.
Concretamente significa che dobbiamo irrorare la nostra parola e la nostra azione con molta preghiera.
Il Signore è stato molto chiaro: “Questa specie di demòni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera” (Mc 9,29).
San Tommaso ricorda che “la parola di Dio ha il massimo effetto nei cuori degli ascoltatori quando è sostenuta dalla preghiera con la quale s’implora l’aiuto divino: cfr. 2 Ts 3,1 «Pregate, o fratelli, per noi, perché Dio ci apra la porta della predicazione». Cosicché alla fine il nostro discorso deve terminare con la preghiera. cfr. Sir 43,29: «La conclusione del discorso è Lui»” (Commento al vangelo di san Giovanni, 17,1).
Il beato Sebastiano Valfrè, che non era domenicano ma dell’Oratorio di San Filippo Neri, disse che “i religiosi di San Domenico (almeno a quei tempi, n. d. t.) sono più buoni che savi, più pii che eloquenti, più potenti in opere che in parole, più fecondi di virtù che profondi in dottrina”.
Sii anche tu più pio che eloquente, più fecondo di virtù che profondo in dottrina.
Ci deve essere la dottrina, ci deve essere la parola perché la fede nasce dall’ascolto (Rom 10,17). Ma queste da sole non bastano.

15. Mi pare così di aver risposto anche alle tre domande finali che mi hai posto.
Ma sintetizzando: scuoti la coscienza ricordando che ognuno parla dall’abbondanza del proprio cuore e che per conoscere Dio è necessario essere puri di cuore.
Non rimani vittima della seduzione di una falsa libertà se tieni a mente le parole di Gesù pronunciate sotto forma di giuramento solenne: “In verità, in verità io vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato” (Gv 8,34).
E allora senti che la fede, più che imporre obblighi, ti fa volare in alto, ti comunica il pensiero e la volontà di Dio, ti permette di appoggiare la tua testa sul cuore stesso di Dio come ha fatto San Giovanni nell’ultima cena e puoi vivere l’esperienza interiore di cui parla Davide nel Salmo: il Signore ti sazia dell’abbondanza della sua casa e ti fa bere al torrente delle sue delizie (Sal 35,9).
Chissà quante volte l’avrai sperimentato nella tua intimità col Signore!
E, infine, non perdi la fede se la alimenti.

Ti ringrazio per questa mail pieni di stimoli che mi hai inviato.
Ti ricorderò in particolare davanti al Signore e insieme con te ricorderò anche la tua carissima amica.
Ti benedico.
Padre Angelo