Quesito

Caro Padre Angelo
sono arrivato a Lei navigando su Internet alla ricerca di spiegazioni ai tanti dubbi che mi assalgono in tema di religione.
Sono un uomo che ha da poco passato i 60 anni e che, dopo una vita passata sostanzialmente nel disinteresse per la religione, ha da qualche tempo sentito il bisogno di riavvicinarsi a Dio. Le chiedo perciò fin d’ora di pregare per me perchè tutto questo non sia un fuoco di paglia.
Avrei mille domande da farLe ma per ora mi limiterò ad una; Le assicuro però che se avrà la bontà di rispondermi ben difficilmente si libererà di me !
Ho sempre pensato che il Giudizio Divino che attende ciascuno di noi dopo la morte si sarebbe basato su una valutazione complessiva della nostra vita, mettendo da una parte il bene, dall’altra il male compiuto e guardando da che parte pende la bilancia.
Mi viene però il forte dubbio che non sia così. Mi pare di capire che conti molto di più l’ultimo istante che non l’intera vita. Cerco di esemplificare il mio pensiero.
Un uomo, che dopo una vita dissoluta si penta sinceramente all’ultimo momento, si può comunque salvare grazie alla Misericordia di Dio che senza dubbio lo perdonerà. Al contrario, chi avesse condotto una vita irreprensibile ma cadesse in peccato mortale nel momento (mi passi il termine..) più inopportuno, sarebbe irrimediabilmente condannato.
Sarebbe come se a scuola contasse solo l’interrogazione dell’ultimo giorno: se ti va bene sei promosso, altrimenti sei bocciato a prescindere da una valutazione globale dell’intero anno scolastico.
Sento istintivamente che c’è qualcosa di sbagliato in questo mio dubbio ma non riesco a cogliere l’errore.
Vuole per cortesia aiutarmi a capire ?
La ringrazio e La ricorderò nelle mie preghiere.
Emilio


Risposta del sacerdote

Caro Emilio,
1. la nostra destinazione eterna dipende essenzialmente dallo stato di grazia.
Se al termine dei nostri giorni abbiamo la grazia, ci salviamo; se non l’abbiamo, ci perdiamo.

2. La Sacra Scrittura ci attesta che è possibile ottenere lo stato di grazia (di amicizia con Dio) anche nell’ultimo momento della nostra esistenza, come è avvenuto per il buon ladrone.
E questo indubbiamente è molto consolante.

3. In teoria è pure possibile che uno perda la grazia proprio al termine della propria esistenza.
Anche in questo senso possono essere applicate le parole di San Paolo: “Chi è in piedi, badi di non cadere” (1 Cor 10,12).
È necessario essere perseveranti nel bene.

4. Tuttavia non corrisponde alla rivelazione della misericordia che Dio aspetti che uno metta il piede in falso perché si possa perdere eternamente.
Anzi, il Signore stesso attesta di essere il buon pastore che fa di tutto per ricuperare la pecora smarrita e non lascia perdere quella che lo ama.
Si legge in Ezechiele: “Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del Signore Dio. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia” (Ez 34,15-16).
È difficile pertanto che chi ha condotto una vita progredendo nell’amore del Signore e nel dominio di sé, all’ultimo voglia perdere tutto.

5. Ti riporto il pensiero del Catechismo della Chiesa Cattolica:
“La morte pone fine alla vita dell’uomo come tempo aperto all’accoglienza o al rifiuto della grazia divina apparsa in Cristo (2 Tm 1,9-10).
Il Nuovo Testamento parla del giudizio principalmente nella prospettiva dell’incontro finale con Cristo alla sua seconda venuta, ma afferma anche, a più riprese, l’immediata retribuzione che, dopo la morte, sarà data a ciascuno in rapporto alle sue opere e alla sua fede (CCC 1021).
Il Catechismo riporta poi la bella affermazione di San Giovanni della croce: “Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore (Parole di luce e di amore, 1, 57) (CCC 1022).

Ti auguro di essere perseverante nella strada che il Signore ti ha riaperto, ti ringrazio delle preghiere che volentieri contraccambio e ti benedico.
Padre Angelo