Le chiedo se l’esperienza che ho fatto e che le racconto sia riconducibile al dono delle lingue

////Le chiedo se l’esperienza che ho fatto e che le racconto sia riconducibile al dono delle lingue

Le chiedo se l’esperienza che ho fatto e che le racconto sia riconducibile al dono delle lingue

Quesito

Buongiorno Padre,
le volevo raccontare un episodio che mi è accaduto mercoledì, festa dei Santi Innocenti. Una mia amica mi ha chiesto di andare con lei a una messa "carismatica" e io sono stata ben lieta di seguirla perché non c’ero mai stata e perché sentivo il bisogno di andarci.
Arrivata lì non sapevo cosa mi aspettasse e ad un tratto il parroco e ua donna hanno iniziato a catare in modo "strano". All’improvviso, da che ero chinata ad ascoltare, ho alzato di botto la testa e mi sono sentita piena di una gioia immensa e ho detto alla ma amica "Stanno cantando in lingue"!
Da quel momento in poi le confesso che non ho più capito nulla di ciò che mi stava accadendo, non sentivo più canti, preghiere…. ero solo ipnotizzata ed enormemente felice. Nella mia testa ho iniziato a cantare anche io ma dei versi senza senso.
Ad oggi mi capita spesso di canticchiarli nella testa e sento il bisogno di cantarli anche a voce alta…
Padre, non vorrei peccare di presunzione (anche perchè sono l’ultima persona al mondo che si meriterebbe un dono simile) ma è possibile che in quell’occasione io abbia ricevuto il dono delle lingue? Come faccio a capirlo? E quali vantaggi (spirituali, ovviamente) potrebbe comportare per me e gli altri che mi stanno accanto un regalo tanto immenso?
La ringrazio in anticipo per le sue risposte e le auguro un felice inizio anno. La ricordo sempre nelle mie preghiere, fin da 3 anni fa quando ho scoperto il sito 🙂
Cordiali saluti
Agnese


Risposta del sacerdote

Cara Agnese,
1. sì, l’esperienza che hai fatto può essere ricondotta a quel fenomeno che passa sotto il nome di dono delle lingue.
Bisogna precisare di che cosa si tratta.

2. È San Paolo che parla di questo dono o carisma.
Presenta questo dono con diversi termini: lingue (1 Cor 12,10), parlare in lingue (1 Cor 12,30), parlare le lingue degli uomini e degli angeli (1 Cor 13,1), pregare in lingue (1 Cor 14,14), parlare lingue nuove (Mc 16,17).
Ne parla anche con espressioni analoghe: parlare a Dio (1 Cor 14,2), dire cose misteriose (1 Cor 14,2), “quando parlo con il dono delle lingue, il mio spirito prega” (1 Cor 14,14), pregherò con lo spirito, canterò con lo spirito (1 Cor 14,15), benedire con lo spirito (1 Cor 14,16).

3. Si danno due interpretazioni del fenomeno.
La prima è quella classica della glossolalia.
Secondo quest’accezione la glossolalia o dono delle lingue consiste ordinariamente in una conoscenza infusa di idiomi stranieri senza nessun previo studio o esercizio.
Il prodigio si verifica in colui che parla o in coloro che ascoltano, secondo che si parla o si intende una lingua fino allora sconosciuta.
Ad esempio è capitato a San Domenico di poter parlare in tedesco per poter annunciare il Vangelo ad alcuni pellegrini di quella terra.
A volte però il miracolo assume un carattere ancora più straordinario: mentre l’oratore si esprime in una lingua o idioma straniero, gli uditori lo ascoltano nel loro linguaggio completamente differente.
Questo capitava a san Vincenzo Ferreri il quale pur parlando solo nella sua lingua materna, girando per tutte le contrade dell’Europa era inteso dagli astanti nella loro madrelingua.
A volte invece si tratta di un fenomeno ancora più prodigioso: uomini di diverse nazioni ascoltano, ciascuno nel proprio idioma, quello che l’oratore va dicendo.
Questo è capitato il giorno di Pentecoste. Ognuno sentiva gli apostoli parlare nella loro lingua nativa.

4. Ma per dono delle lingue s’intende anche qualcosa che non avrebbe nulla a che fare con la predicazione, ma con la preghiera.
Si tratterebbe dunque di un modo di pregare, non di predicare.
San Paolo accredita questa interpretazione quando dice: “Chi infatti parla con il dono delle lingue non parla agli uomini, ma a Dio, giacché nessuno comprende, mentre egli dice per ispirazione cose misteriose” (1 Cor 14,2) e “in assemblea preferisco dire cinque parole con la mia intelligenza per istruire anche gli altri, piuttosto che diecimila parole con il dono delle lingue” (1 Cor 14,19).

5. Il girono di Pentecoste il fenomeno si sarebbe presentato nella sua duplice maniera: come forma di preghiera (e non di predicazione), che però veniva intesa in 15 idiomi diversi (tante erano le nazionalità della gente lì, presente).

6. Nell’ambiente carismatico per dono delle lingue s’intende per lo più come una forma di preghiera.
La Bibbia di Gerusalemme, commentando 1 Cor 12,10 (“a un altro la varietà delle lingue “) annota: “Il dono delle lingue o glossolalia è il dono di lodare Dio proferendo, sotto l’azione dello Spirito Santo e in uno stato più o meno estatico, suoni incomprensibili. È ciò che Paolo chiama parlare in lingue o parlare in lingua. Questo carisma risale alla Chiesa dei primissimi anni, era il primo effetto sensibile della discesa dello Spirito nelle anime”.

7. In genere il dono delle lingue si esprime in balbettii, gemiti, gridi, musica, canto e talvolta di un parlare fluido e abbondante.
I balbettii sono tipici dei bambini piccoli. Forse San Paolo allude a questo quando dice che noi nello Spirito gridiamo “abbà”, Padre (Gal 4,6; Rm 8,15).
Quando uno riceve il dono delle lingue assomiglia ad un bambino. Inizia con poche sillabe che ripete continuamente.
I gemiti ineffabili sono un’orazione che lo Spirito Santo realizza, intercedendo secondo Dio a favore dei santi. I suoi gemiti non possono tradursi in linguaggio convenzionale. Nessuno li comprende, eccetto Dio. San Paolo li chiama ineffabili, e cioè inesprimibili per l’uomo, ma non per Dio.
Il canto in spirito è un mormorio pieno di fervore, che crea un ambiente di devozione e di trasporto, analogo a quello che si crea con la musica dell’organo.
È un mormorio a bassa voce, come quello che ancora oggi fanno gli ebrei presso il muro del pianto.
Quando molti cantano in spirito si forma un’armonia celestiale, dolcissima, che pare diretta dallo Spirito Santo, poiché i partecipanti non sono preoccupati di modularla con loro versi.

8. Il carisma delle lingue è ordinato sia al vantaggio comune (1 Cor 14,7) sia a quello individuale: “chi parla in lingue edifica se stesso” (1 Cor 14,4).
Se è per il vantaggio comune è necessario che vi sia anche uno che le interpreti.
Per il vantaggio individuale è sufficiente che ognuno lo tenga per sé senza parlarne davanti agli altri.
Diversamente non edificherebbe nell’umiltà.

9. Y. Congar osserva che “in senso positivo è stato notato che il parlare in lingue ha un effetto di liberazione nei confronti di rimozioni e di blocchi psicologici.
Non soltanto ci sono risorse inconsce che trovano uno sfogo, ma l’uomo viene liberato dalle sue inibizioni di fronte agli altri e a Dio stesso: liberazione dal suo rispetto umano e dal suo timore di rivolgersi a Colui che supera qualsiasi espressione: e tutto ciò rilancia il dinamismo interiore nella sua duplice dimensione mistica e apostolica.
È un fatto di esperienza cristiana” (Lo Spirito Santo, I, p. 190).

10. Va ricordato che per San Paolo non si deve dare eccessiva importanza a questo carisma, che cesserà con la visione beatifica (1 Cor 13,8).
Non tutti sono chiamati ad averlo: “Tutti parlano lingue? Tutti le interpretano?” (1 Cor 12,30).

11. Inoltre bisogna discernere tra vero carisma e fenomeno patologico o diabolico.
Y. Congar dice che “fatti di glossolalia si sono verificati nello sciamainismo, nell’antichità pagana, nell’antica Mesopotamia, in Grecia (la Pizia di Delfi) e anche nel giudaismo dell’epoca neotestamentaria” (Ib.).

12. Si può dire che c’è il carisma se vi è avanzamento nella vita cristiana, dal momento che chi parla in lingue edifica se stesso (1 Cor 14,4) e se vi è umiltà e obbedienza: “Chi ritiene di essere profeta o dotato di doni dello Spirito, deve riconoscere che quanto scrivo è comando del Signore; se qualcuno non lo riconosce, neppure lui è riconosciuto” (1 Cor 14,37-38).

13. Non va dimenticato che i posseduti dal demonio si esprimono talvolta in lingue strane, come le lingue morte.

14. Y. Congar conclude: “Riprendendo la parola di Pascal diremo che ciò che fa discernere i veri miracoli è la carità” (Ib.).

Ti auguro ogni bene, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo